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Tsitsi-Alex, il sapore del “clasico”

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È esposto sugli scaffali delle librerie da tre giorni, e forse non ovunque. Insistete a cercarlo. Il titolo è “Tennis. 100 anni di storie” (De Vecchi editore, 26 euro) ed è frutto dell’ambizioso tentativo di Luca Bottazzi, già ottimo professionista (ATP 133 nel 1985) e poi coach e imprenditore, di sottolineare i passaggi decisivi e tratteggiare i principali protagonisti dello sport al quale ha dedicato la vita. Rafael Nadal viene descritto così a pagina 243: “È un mancino impenetrabile nel gioco di rimbalzo caratterizzato da rotazioni maiuscole. Autentico matador, novello Manolete delle arene, porta nel tennis pennellate paraboliche mai viste, stravolgendo la disciplina come Pablo Picasso fece nella pittura”. Paragone ardito eppure giustificato dall’affermazione di Rafa proposta nella stessa pagina: “Nessuna palla è uguale a quella che la precede. Nessun colpo è identico. Ogni volta che ti prepari a riceverne uno devi quindi valutare in una frazione di secondo la traiettoria e la velocità della palla, e decidere come, con quanta potenza e dove ribattere“. Insomma, l’artista e il campione condividono il colpo d’occhio, l’intuizione geniale, il movimento deciso del braccio, la tecnica al servizio dell’obiettivo. 
 
Mi chiedevo stamattina se queste belle cose l’ex numero 1 al mondo le abbia dette a Jaume “Jimbo” Munar, finora il prodotto migliore della scuola d’eccellenza inaugurata due anni fa nella sua Manacor (il ragazzo, anch’egli maiorchino ma non mancino, è cresciuto a Santanyì, trenta chilometri più a sud). Se Rafa non l’ha fatto tra un palleggio d’allenamento e l’altro, concetti analoghi glieli ha sicuramente trasmessi Bartolomé Salvá-Vidal, che è il coach che lo segue da vicino. Sponsorizzata dalla compagnia telefonica Movistar, la Nadal Academy dispone al momento di 18 campi in green set, 8 in terra rossa e 2 in cemento più il paddle; di calcetto, palestre, piscina e pista per l’atletica; di foresterie, ristorante, terme eccetera. Ci sono poche strutture così in Europa. Ha raccontato Munar: “Arrivare qui ha determinato un cambiamento radicale a livello professionale e personale. Essere vicino alla famiglia mi ha motivato e, indirettamente, aiutato nel lavoro”.

Al cronista di AS, il quotidiano sportivo spagnolo, ha poi spiegato: “Ho un rapporto stretto con Nadal, che per ogni giocatore spagnolo è un punto di riferimento”. Una situazione ottimale che ha accelerato il salto di qualità di cui Jimbo, 21 anni e mezzo, è stato protagonista negli ultimi dodici mesi: qualificazioni superate agli Slam di Melbourne e Parigi, prima vittoria nel main draw al Roland Garros ai danni di David Ferrer, due Challenger dominati (il secondo a Catanissetta), duecento posizioni scalate nel ranking mondiale (ora è 76). Infine, l’accesso alle Next Gen Finals milanesi con la promozione alla semifinale grazie al successo per 4-1 4-3 4-1 su Frances Tiafoe. Il suo avversario di oggi è Alex de Minaur, che con meno di vent'anni - li compirà in febbraio - è il più giovane dei Top 100 (è 31). I due si conoscono benissimo, l’australiano è di madre spagnola e si allena per gran parte dell’anno ad Alicante con Adolfo Gutierrez. Il match risulta più combattuto di quanto atteso.

Nel primo set Munar riesce a tratti a prendere il comando del gioco mentre de Minaur non sfrutta la propensione ad avanzare per chiudere lo scambio. Le temporanee difficoltà vengono compensate dalle frequenti accelerazioni lungolinea. I due set successivi vedono crescere la qualità del gioco del giocatore nato a Sydney mentre il diritto di Munar perde incisività. Anche il rovescio fa poco male. Straordinario difensore e buon attaccante, nel quarto set de Minaur paga a caro prezzo le due volée sbagliate in occasione di altrettanti match point a favore. Munaur ritrova fiducia, recupera l’efficacia del servizio e porta il match al quinto set. Che però si trasforma presto in un nuovo sfoggio di superiorità dell’australiano. Il punteggio di due ore di tennis ai livelli di quello delle Finals londinesi è self explaining: 3-4 4-1 4-1 3-4 4-2 in due ore esatte.
 
Nell’altra semifinale, altrettanto combattuta, Stefanos Tsitsipas ha rischiato grosso: Andrey Rublev, già finalista lo scorso anno, ha ceduto solo nel tie break del quinto set (4-3 3-4 4-0 2-4 4-3 in due ore e 8 minuti), confermandosi tra i probabili Top Ten del prossimo decennio, come parecchi lo pronosticano da tempo. Per adesso può accontentarsi di aver ritrovato a Milano la piena forma dopo l’infortunio che l’ha tenuto a lungo lontano dai campi di gioco. Per Tsitsi, invece, le Next Gen Finals di FieraMilano costituiscono il sigillo di una stagione che pochi altri ragazzi della sua età hanno potuto vivere in anni recenti. In più, il greco appare consapevole del fatto che il difficile deve ancora arrivare: non è poco. Intanto, godiamoci la sfida di domani: un match, Tsitsipas-de Minaur, che ha già il sapore del “clasico”.
Twitter @claudiogiua