In questi giorni, oltre alle usuali attività collegate all’editoria digitale d’informazione, mi sto dedicando agli Australian Open e a Gianni Clerici, del quale sto leggendo il delizioso “Il tennis nell’arte. Racconti di quadri e sculture dall’antichità a oggi”, Mondadori, 36 euro. Gli dedico venti minuti per volta, centellinandolo come un buon Domasino bianco. Arrivato al capitolo dedicato a un ritratto di Lea Pericoli, che il francese Jean Lovera ha immortalato mentre scodella una prima di servizio tenendo la seconda palla nel pugno sinistro, scopro che della più nota tennista italiana - almeno prima delle formidabili Schiavone, Pennetta eccetera - s’era innamorato un australiano, Dinny Pails, che fu coach della nazionale italiana di Davis nel 1953.
Di lui scrive Clerici: “Insistette a lungo perché la Pericoli imitasse il suo stile, privandola così di un diritto anomalo ed efficacissimo”. Mi sono chiesto, da ignorante e smemorato: Dinny chi? Grazie agli archivi digitali, vengo a sapere che era inglese, di Nottingham, e che nel 1922, a meno di un anno d’età, sbarcò con la famiglia a Sydney. Giudicato da adolescente una promessa del tennis nonostante qualche lacuna tecnica, Pails nel 1938 tentò inutilmente di convincere la ALTA (Australian Lawn Tennis Association) a finanziargli la trasferta a Wimbledon per il torneo junior. La guerra cambiò ogni prospettiva: rari i tornei, pochi i soldi, nessun aiuto dalla federazione. Nel 1943 Dinny sposò Mavis e solo nel 1946, a 25 anni, riuscì a partecipare a un major, il primo del dopoguerra a Wimbledon. Non fu un’esperienza felice, nonostante il quarto di finale nel singolare (a batterlo fu Yvon Petra, che poi vinse il torneo) e la finale di doppio in coppia con Geoff Brown. Sempre nel 1946 fece parte della squadra di Davis che a Melbourne difese malamente l’insalatiera conquistata sette anni prima. Una disfatta: gli sfidanti americani si presero tutti i match, 5-0. Agli Australian Championships del 1947 sconfisse il numero 2 americano Tom Brown in semifinale e il connazionale John Bromwich in finale, aggiudicandosi il primo e unico Slam.
A Wimbledon quell’anno raggiunse la semifinale. Poco dopo seppe che uno dei più popolari campioni dell’epoca, Jack Kramer, stava organizzando un circuito professionistico negli Stati Uniti. Lo raggiunse. Fu una decisione coraggiosa, in tempi di dilettantismo imperante, perché la logica era più dell’esibizione che del match senza appello. Il tour cominciò al Madison Square Garden il 26 dicembre 1947. In una Manhattan paralizzata dalla neve, sugli spalti in quindicimila aspettavano Bobby Riggs e Pancho Segura, oltre a Kramer e Pails. Nel primo mese i quattro giocarono 21 partite a testa e macinarono decine di migliaia di chilometri in autobus e treno. Poi fecero tappa in Europa, in Australia, in Sud America, in Nuova Zelanda. Più avanti di unirono al gruppo i divi Don Budge, Pancho Gonzales e Frank Parker. Nel 1951, la Dunlop lanciò, come si usava allora, una racchetta intitolata a Dinny. Diventato coach, fu tra i primi a intuire e segnalare le qualità di Ken Rosewall. Nel 1953 l’avventura professionale italiana e l’incontro con Lea.
Una vita avventurosa dedicata al tennis eppure poco nota perfino nella terra dei canguri. Grazie a Clerici e alla citazione del diritto anomalo di Pericoli modificato e - sostiene - guastato, la storia di Pails mi ha suggerito una dilemma quantomai attuale: il compito di un coach è correggere gli errori di allievi spesso più dotati di loro o, piuttosto, valorizzarne le qualità? O entrambi? Oggi, per esempio, sul remoto campo 20 del National Tennis Centre Stefano Travaglia ha mostrato notevoli progressi tecnici e tattici nel match contro Nikoloz Basilashvili, 26 anni, ATP 20, una delle sorprese della scorsa stagione grazie agli ottavi a Flushing Meadows e ai successi negli ATP 500 di Amburgo e Pechino. L’italiano, ATP 137, ha tenuto testa per quasi tre ore all’avversario, dando la sensazione fino a metà del quarto set di avere muscoli e cervello per passare il turno. Alla quinta partita a Melbourne in una settimana, il giocatore originario di Ascoli Piceno, 27 anni compiuti da poco, è apparso trasformato dai sei mesi di lavoro con il team del concittadino Simone Vagnozzi, allenatore di Marco Cecchinato, e del preparatore atletico Umberto Ferrara. A seguire quotidianamente Stefano sul campo d’allenamento e in tour è Uros Vico, ex giocatore italo-croato, classe 1981, uno dei più frequenti compagni di doppio di Ivan Ljubicic, ora coach di Federer. Durante l’inverno Vico ha insistito sul miglioramento del rovescio e sul potenziamento fisico. Anche il servizio ha subito una revisione. Complessivamente, un ottimo lavoro sia di correzione, sia di valorizzazione - per rispondere alla domanda di qualche riga fa - che l’eliminazione di oggi per 3-6 6-3 3-6 6-4 6-3 non intacca minimamente. Ci sono le premesse per una stagione in crescita.
Chi invece è ormai il miglior coach di sé stesso è Andreas Seppi, che in tanti anni ha avuto modo di assorbire tutti gli insegnamenti di Massimo Sartori, adesso applicati in solitudine a Boulder in Colorado, dove risiede con la moglie. Nella cinesizzata 1573 Arena, l’ex campo 2, il sudtirolese ha tenuto a distanza l’australiano Jordan Thompson, 24 anni, ATP 72, che da un po’ è nel giro di Lleyton Hewitt. Ha tenuto nervi saldi quando l’avversario ha provato a picchiare duro, attendendone gli errori. Che infatti si sono presto palesati in forma di servizi sballati e attacchi fuori misura. Pratica sbrigata in meno di due ore per 6-3 6-4 6-4. A quasi 35 anni il sudtirolese, che sta mantenendo un rendimento da Top 20, troverà al terzo turno il Next Gen americano Frances Tiafoe, ATP 39, il quale ha umiliato in quattro set (4-6 6-4 6-4 7-5) uno dei protagonisti degli ultimi anni, il sudafricano Kevin Anderson, testa di serie numero 6 del torneo.
L’ultimo azzurro in campo oggi è stato Thomas Fabbiano, nell’ennesima riuscita riedizione di David (i suoi 173 centimetri) vs. Golia (i 211 di Reilly Opelka, 21 anni, americano, numero 102 al mondo, reduce dal successo sull’altro gigante americano, John Isner). Il pugliese è passato in autunno sotto le cure di Riccardo Piatti e - rieccolo - Massimo Sartori nella nuova Academy di Bordighera, dopo la lunga proficua collaborazione a Foligno con Fabio Gorietti e Federico Torresi, ai quali deve parecchio anche Travaglia. A un’età tennisticamente matura, Fabbiano ha bisogno soprattutto di acquisire consapevolezza dei propri mezzi. Che oggi ha dimostrato di avere appieno sul campo 13. Nel primo set ha saputo trovare le giuste misure del bombardiere dei Grandi Laghi, mentre nel secondo e terzo ha adottato una strategia complessa perfetta per contenere la debordante potenza di Opelka al servizio (al termine del match sono stati contati 67 ace contro 2): intervento alla risposta solo in caso di possibilità di impostare un attacco, palle lunghe con continui spostamenti dell’avversario, rallentamento e cambiamento del peso dei colpi per disorientare un tennista non dispone di velocità ed elasticità. Nel quarto set Opelka ha trovato qualche contromisura e ne ha approfittato, ma nel long tie break a 10 obbligatorio dopo il 6 pari del quinto, Thomas è risultato impeccabile. È finita 6-7 6-2 6-4 3-6 7-6 (10-5). Per la terza volta in un anno e mezzo raggiunge il terzo turno di uno Slam. Chapeu.
Twitter @claudiogiua
Di lui scrive Clerici: “Insistette a lungo perché la Pericoli imitasse il suo stile, privandola così di un diritto anomalo ed efficacissimo”. Mi sono chiesto, da ignorante e smemorato: Dinny chi? Grazie agli archivi digitali, vengo a sapere che era inglese, di Nottingham, e che nel 1922, a meno di un anno d’età, sbarcò con la famiglia a Sydney. Giudicato da adolescente una promessa del tennis nonostante qualche lacuna tecnica, Pails nel 1938 tentò inutilmente di convincere la ALTA (Australian Lawn Tennis Association) a finanziargli la trasferta a Wimbledon per il torneo junior. La guerra cambiò ogni prospettiva: rari i tornei, pochi i soldi, nessun aiuto dalla federazione. Nel 1943 Dinny sposò Mavis e solo nel 1946, a 25 anni, riuscì a partecipare a un major, il primo del dopoguerra a Wimbledon. Non fu un’esperienza felice, nonostante il quarto di finale nel singolare (a batterlo fu Yvon Petra, che poi vinse il torneo) e la finale di doppio in coppia con Geoff Brown. Sempre nel 1946 fece parte della squadra di Davis che a Melbourne difese malamente l’insalatiera conquistata sette anni prima. Una disfatta: gli sfidanti americani si presero tutti i match, 5-0. Agli Australian Championships del 1947 sconfisse il numero 2 americano Tom Brown in semifinale e il connazionale John Bromwich in finale, aggiudicandosi il primo e unico Slam.
A Wimbledon quell’anno raggiunse la semifinale. Poco dopo seppe che uno dei più popolari campioni dell’epoca, Jack Kramer, stava organizzando un circuito professionistico negli Stati Uniti. Lo raggiunse. Fu una decisione coraggiosa, in tempi di dilettantismo imperante, perché la logica era più dell’esibizione che del match senza appello. Il tour cominciò al Madison Square Garden il 26 dicembre 1947. In una Manhattan paralizzata dalla neve, sugli spalti in quindicimila aspettavano Bobby Riggs e Pancho Segura, oltre a Kramer e Pails. Nel primo mese i quattro giocarono 21 partite a testa e macinarono decine di migliaia di chilometri in autobus e treno. Poi fecero tappa in Europa, in Australia, in Sud America, in Nuova Zelanda. Più avanti di unirono al gruppo i divi Don Budge, Pancho Gonzales e Frank Parker. Nel 1951, la Dunlop lanciò, come si usava allora, una racchetta intitolata a Dinny. Diventato coach, fu tra i primi a intuire e segnalare le qualità di Ken Rosewall. Nel 1953 l’avventura professionale italiana e l’incontro con Lea.
Una vita avventurosa dedicata al tennis eppure poco nota perfino nella terra dei canguri. Grazie a Clerici e alla citazione del diritto anomalo di Pericoli modificato e - sostiene - guastato, la storia di Pails mi ha suggerito una dilemma quantomai attuale: il compito di un coach è correggere gli errori di allievi spesso più dotati di loro o, piuttosto, valorizzarne le qualità? O entrambi? Oggi, per esempio, sul remoto campo 20 del National Tennis Centre Stefano Travaglia ha mostrato notevoli progressi tecnici e tattici nel match contro Nikoloz Basilashvili, 26 anni, ATP 20, una delle sorprese della scorsa stagione grazie agli ottavi a Flushing Meadows e ai successi negli ATP 500 di Amburgo e Pechino. L’italiano, ATP 137, ha tenuto testa per quasi tre ore all’avversario, dando la sensazione fino a metà del quarto set di avere muscoli e cervello per passare il turno. Alla quinta partita a Melbourne in una settimana, il giocatore originario di Ascoli Piceno, 27 anni compiuti da poco, è apparso trasformato dai sei mesi di lavoro con il team del concittadino Simone Vagnozzi, allenatore di Marco Cecchinato, e del preparatore atletico Umberto Ferrara. A seguire quotidianamente Stefano sul campo d’allenamento e in tour è Uros Vico, ex giocatore italo-croato, classe 1981, uno dei più frequenti compagni di doppio di Ivan Ljubicic, ora coach di Federer. Durante l’inverno Vico ha insistito sul miglioramento del rovescio e sul potenziamento fisico. Anche il servizio ha subito una revisione. Complessivamente, un ottimo lavoro sia di correzione, sia di valorizzazione - per rispondere alla domanda di qualche riga fa - che l’eliminazione di oggi per 3-6 6-3 3-6 6-4 6-3 non intacca minimamente. Ci sono le premesse per una stagione in crescita.
Chi invece è ormai il miglior coach di sé stesso è Andreas Seppi, che in tanti anni ha avuto modo di assorbire tutti gli insegnamenti di Massimo Sartori, adesso applicati in solitudine a Boulder in Colorado, dove risiede con la moglie. Nella cinesizzata 1573 Arena, l’ex campo 2, il sudtirolese ha tenuto a distanza l’australiano Jordan Thompson, 24 anni, ATP 72, che da un po’ è nel giro di Lleyton Hewitt. Ha tenuto nervi saldi quando l’avversario ha provato a picchiare duro, attendendone gli errori. Che infatti si sono presto palesati in forma di servizi sballati e attacchi fuori misura. Pratica sbrigata in meno di due ore per 6-3 6-4 6-4. A quasi 35 anni il sudtirolese, che sta mantenendo un rendimento da Top 20, troverà al terzo turno il Next Gen americano Frances Tiafoe, ATP 39, il quale ha umiliato in quattro set (4-6 6-4 6-4 7-5) uno dei protagonisti degli ultimi anni, il sudafricano Kevin Anderson, testa di serie numero 6 del torneo.
L’ultimo azzurro in campo oggi è stato Thomas Fabbiano, nell’ennesima riuscita riedizione di David (i suoi 173 centimetri) vs. Golia (i 211 di Reilly Opelka, 21 anni, americano, numero 102 al mondo, reduce dal successo sull’altro gigante americano, John Isner). Il pugliese è passato in autunno sotto le cure di Riccardo Piatti e - rieccolo - Massimo Sartori nella nuova Academy di Bordighera, dopo la lunga proficua collaborazione a Foligno con Fabio Gorietti e Federico Torresi, ai quali deve parecchio anche Travaglia. A un’età tennisticamente matura, Fabbiano ha bisogno soprattutto di acquisire consapevolezza dei propri mezzi. Che oggi ha dimostrato di avere appieno sul campo 13. Nel primo set ha saputo trovare le giuste misure del bombardiere dei Grandi Laghi, mentre nel secondo e terzo ha adottato una strategia complessa perfetta per contenere la debordante potenza di Opelka al servizio (al termine del match sono stati contati 67 ace contro 2): intervento alla risposta solo in caso di possibilità di impostare un attacco, palle lunghe con continui spostamenti dell’avversario, rallentamento e cambiamento del peso dei colpi per disorientare un tennista non dispone di velocità ed elasticità. Nel quarto set Opelka ha trovato qualche contromisura e ne ha approfittato, ma nel long tie break a 10 obbligatorio dopo il 6 pari del quinto, Thomas è risultato impeccabile. È finita 6-7 6-2 6-4 3-6 7-6 (10-5). Per la terza volta in un anno e mezzo raggiunge il terzo turno di uno Slam. Chapeu.
Twitter @claudiogiua