Fosse stata soltanto una faccenda di motivazioni, se la sarebbero battuta ad armi pari: forte e incentivante quella di Serena Williams, classe 1981, che puntava al ventiquattresimo slam in carriera, più di qualsiasi donna o uomo esclusa l'antica australiana Margaret Smith Court che se li era conquistati tra il 1960 e il 1973, nel Medio Evo pre-open; altrettanto forte e incentivante la motivazione di Simona Halep, classe 1991, mai in finale a Wimbledon e dunque per la prima volta a un passo dal titolo dei Championships.
Chi approda all'ultimo atto del torneo più prestigioso della stagione ha però dentro di sé ragioni non esplicitate e alle spalle vicende personali più o meno note per le quali una vittoria a Wimbledon potrebbe costituire un punto d'arrivo o di ripartenza: per Williams il successo avrebbe coinciso, ad esempio, con la riconquista del vertice percepito del tennis femminile, al di là del ranking, dopo la parentesi estraniante della maternità e il difficile rientro nel circuito in termini di carenza di killer instinct; Halep aveva invece bisogno di segnalare al pubblico, ai mercanti di diritti televisivi e alla Women Tennis Association come nel prossimo futuro si dovrà obbligatoriamente riservarle uno dei posti da protagonista, che sembravano ormai tutti assegnati alle rampanti Barty, Osaka, Gauff & Co.
Chiacchiere prima del match alle macchinette del caffè nel Media Center. Il campo della Centre Court smonta in fretta ragionamenti capziosi e introspezioni contorte eppure privi di elementi concreti. Al gioco muscolare dell'americana, corroborato nel corso del torneo da una ritrovata mobilità, la romena oppone la perfetta copertura del proprio raggio potenziale d'azione, con la conseguente capacità di angolare i passanti eallumgare le traiettorie, costringendo l'avversaria a rincorse perlopiù infruttuose. Psicologicamente, il 4-0 ottenuto in pochi minuti è una mazzata che lascia il segno su Serena. Che, dopo l'increscioso incidente per un presunto coaching che la vide andare in acceso contrasto con il giudice di sedia nel corso della finale di Flushing Meadows contro Naomi Osaka in settembre, non commenta né tantomeno contesta le decisioni della impassibile serba Marijana Veljovic. Eppure tanto aplomb da autotraining sembra pesarle: sia nel primo set, sia nel secondo appare nervosa e indecisa, tanto da sbagliare più volte facili rigori a campo vuoto che le sarebbe bastato appoggiare. Simona si limita a fare da muro: risponde a ogni botta in attesa dell'errore dell'avversaria che immancabilmente si presenta in tempi rapidi, non rinuncia a toccare ogni palla in apparenza persa, risulta a proprio agio sulla superficie meno amata, marca un sensazionale record al servizio.
I due set si consumano senza che il copione presenti variazioni: break in avvio, inutile tentativo di rifarsi sotto da parte di Serena, nuovo break e servizio per chiudere: 6-2 6-2 in 52 minuti. Il parziale nel computo dei testa-a-testa tra le finaliste è adesso di 9 a 2: provate a indovinare chi mantiene un ampio vantaggio.
Non è mai una bella finale quando c'è troppa disparità tra le/i due che si disputano il titolo. A parti invertite, tuttavia, non ci sarebbe stata sorpresa: Halep ha nel curriculum i match decisivi persi nelle WTA Finals del 2014 e negli Australian Open del 2018, oltre al successo al Roland Garros dello scorso anno. Nel sentire comune, finora era perlopiù una perdente. Situazione opposta per la più giovane delle sorelle Williams, la vincente per definizione che adesso, slam dopo slam, si ritrova nel difficile ruolo dei tanti mortali che non riescono a raggiungere il risultato al quale tutti li attendono. Avesse trent'anni e non fosse la mamma di Olympia, la fiducia nei suoi confronti da parte di chi la segue con passione e affetto non sarebbe intaccata. Invece, il tempo a sua disposizione è agli sgoccioli. Ma ci riproverà a cominciare dagli UsOpen, in settembre.
Chi approda all'ultimo atto del torneo più prestigioso della stagione ha però dentro di sé ragioni non esplicitate e alle spalle vicende personali più o meno note per le quali una vittoria a Wimbledon potrebbe costituire un punto d'arrivo o di ripartenza: per Williams il successo avrebbe coinciso, ad esempio, con la riconquista del vertice percepito del tennis femminile, al di là del ranking, dopo la parentesi estraniante della maternità e il difficile rientro nel circuito in termini di carenza di killer instinct; Halep aveva invece bisogno di segnalare al pubblico, ai mercanti di diritti televisivi e alla Women Tennis Association come nel prossimo futuro si dovrà obbligatoriamente riservarle uno dei posti da protagonista, che sembravano ormai tutti assegnati alle rampanti Barty, Osaka, Gauff & Co.
Chiacchiere prima del match alle macchinette del caffè nel Media Center. Il campo della Centre Court smonta in fretta ragionamenti capziosi e introspezioni contorte eppure privi di elementi concreti. Al gioco muscolare dell'americana, corroborato nel corso del torneo da una ritrovata mobilità, la romena oppone la perfetta copertura del proprio raggio potenziale d'azione, con la conseguente capacità di angolare i passanti eallumgare le traiettorie, costringendo l'avversaria a rincorse perlopiù infruttuose. Psicologicamente, il 4-0 ottenuto in pochi minuti è una mazzata che lascia il segno su Serena. Che, dopo l'increscioso incidente per un presunto coaching che la vide andare in acceso contrasto con il giudice di sedia nel corso della finale di Flushing Meadows contro Naomi Osaka in settembre, non commenta né tantomeno contesta le decisioni della impassibile serba Marijana Veljovic. Eppure tanto aplomb da autotraining sembra pesarle: sia nel primo set, sia nel secondo appare nervosa e indecisa, tanto da sbagliare più volte facili rigori a campo vuoto che le sarebbe bastato appoggiare. Simona si limita a fare da muro: risponde a ogni botta in attesa dell'errore dell'avversaria che immancabilmente si presenta in tempi rapidi, non rinuncia a toccare ogni palla in apparenza persa, risulta a proprio agio sulla superficie meno amata, marca un sensazionale record al servizio.
I due set si consumano senza che il copione presenti variazioni: break in avvio, inutile tentativo di rifarsi sotto da parte di Serena, nuovo break e servizio per chiudere: 6-2 6-2 in 52 minuti. Il parziale nel computo dei testa-a-testa tra le finaliste è adesso di 9 a 2: provate a indovinare chi mantiene un ampio vantaggio.
Non è mai una bella finale quando c'è troppa disparità tra le/i due che si disputano il titolo. A parti invertite, tuttavia, non ci sarebbe stata sorpresa: Halep ha nel curriculum i match decisivi persi nelle WTA Finals del 2014 e negli Australian Open del 2018, oltre al successo al Roland Garros dello scorso anno. Nel sentire comune, finora era perlopiù una perdente. Situazione opposta per la più giovane delle sorelle Williams, la vincente per definizione che adesso, slam dopo slam, si ritrova nel difficile ruolo dei tanti mortali che non riescono a raggiungere il risultato al quale tutti li attendono. Avesse trent'anni e non fosse la mamma di Olympia, la fiducia nei suoi confronti da parte di chi la segue con passione e affetto non sarebbe intaccata. Invece, il tempo a sua disposizione è agli sgoccioli. Ma ci riproverà a cominciare dagli UsOpen, in settembre.