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Gli Us Open si tingono d’azzurro

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Se non v’impressiona vedere agli Us Open un giovane giocatore italiano come Matteo Berrettini prendersi l’ultimo game con quattro ace consecutivi ed eliminare uno dei più talentuosi veterani del circuito, il francese Richard Gasquet, significa che eravate già in giro ai tempi di Panatta e lì siete rimasti. Se vi lascia indifferente quell’altro bravo ragazzo di casa nostra, Lorenzo Sonego, che passa il primo turno newyorkese ai danni dell’esperto volpone catalano Marcel Granollers prevalendo in tutte le statistiche firmate IBM Slam Tracker, non vi siete resi conto che il tennis maschile azzurro ha nuovi punti di riferimento, altro che Fognini o Seppi. E non so proprio cosa dirvi, poi, se vi sembra routinario il successo di Thomas Fabbiano sul numero 4 al mondo Dominic Thiem, nonostante in effetti a Wimbledon in luglio avesse mandato Stefanos Tsitsipas, allora ATP 6, fuori tabellone in cinque set al primo turno, con quello che egli stesso definì “il risultato più importante della mia carriera” (evidente caso di memoria corta: nel 2018 al secondo turno dei Championships aveva battuto il tre volte vincitore di slam Stan Wawrinka in tre set). 
 
Alle cronache il compito di raccontare puntualmente cos’è accaduto oggi a Flushing Meadows, dove tre dei quattro  italiani in campo sono risultati vittoriosi e dunque meritevoli di disputare il secondo turno dello slam storicamente più ostico per i nostri giocatori. L’unico della giornata a non conquistare il pass è stato Marco Cecchinato, battuto dallo svizzero di madre finlandese Henri Laaksonen al termine di una lunga battaglia decisa da tre tie break sfortunati (7-6 7-6 2-6 3-6 7-6). Il palermitano non ha ancora ritrovato lo stato di grazia che l’aveva accompagnato dalla primavera del 2018 alla fine dell’inverno scorso ma sembra aver superato le conseguenze psicologiche della separazione da Simone Vagnozzi, il coach che aveva preso le sue cure quando era un discontinuo giocatore da challenger per trasformarlo in un Top 20.
 
Di Berrettini-Gasquet e Sonego-Granollers mi limito dunque ad annotare i punteggi, rispettivamente 6-4 6-3 2-6 6-1 e 6-3 6-4 6-4, mentre l’impresa di Fabbiano merita una speciale menzione. Il trentenne di San Giorgio Jonico ha giocato il suo match perfetto sul rettangolo blu nell’Arthur Ashe, lo stadio principale dell’USTA Billie Jean King National Tennis Center. Attenzione: l’austriaco, nonostante fosse reduce da guai intestinali che gli avevano fatto saltare l’ultimo Master 1000 a Cincinnati, ha mostrato più volte saggi della qualità e della potenza che ne fanno uno dei più vincenti campioni del circuito. Thomas non gli ha mai concesso, nemmeno nell’unico set perso (6-4 3-6 6-3 6-2 il risultato finale), di trovare il ritmo e prendere le redini degli scambi. Merito della crescita tecnica e mentale messa a punto negli ultimi tre anni con il durissimo lavoro prima alla Tennis Training School di Fabio Gorietti a Foligno, poi al Piatti Tennis Center di Bordighera con Federico Placidilli. Per nulla demoralizzato dall’aver lasciato la seconda frazione a Thiem a causa di qualche ingenuità tattica, il numero 6 italiano e, ufficiosamente, 82 al mondo ha ripreso nel terzo set a sparare incrociati e lungolinea che hanno sfiancato l’avversario. Incapace di reagire adeguatamente se non in sporadiche occasioni, l’austriaco s’è consegnato alla trama dei colpi del pugliese.
 
Il successo di Fabbiano ha trovato immediatamente spazi sui media americani. L’agenzia Reuters, ripresa dal New York Times e da molte altre testate, ha commentato così il match: “Il servizio di Thiem ha prodotto 14 ace, non abbastanza per fermare l’italiano che, grazie al temibile diritto, ha salvato nove dei dieci punti di break a sfavore. L’austriaco, 25 anni, ha invece accumulato 48 errori non forzati, 28 in più dell’avversario”. Con i numeri non si può polemizzare, anche se nella conferenza stampa post-partita Thiem ha accampato qualche scusa: “So di essere lontano dal cento per cento della forma. In queste condizioni è difficile vincere. Sono comunque sceso in campo perché quando nei tornei di due settimane può sempre succedere qualcosa“. Non stavolta, evidentemente. Mi permetto un suggerimento: in vista dello show down autunnale della nuova coppa Davis, capitan Barazzutti e la FIT hanno il dovere di considerare l’apporto che potrebbe dare uno come Fabbiano, forse il più attrezzato a far male ai meglio piazzati nel ranking ATP.