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Resto del Mondo-Italia 2-1

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Mi raggiunge su Twitter un lettore di Monday's Net che dice di chiamarsi Oliviero. Scrive: Starei sveglio tutta notte / per guardare la Ferrari / e la mitica Brignone / trionfare da lor pari / Ma il sonno a cui rinuncio / è per Sinner e Berrettini / per i quali mi riscopro / l'entusiasmo dei bambini
 
Metrica a parte, apprezzo, capisco e condivido. Non so l'età di Oliviero, ma ricordo anch'io la sveglia alle 4 e il brivido quando la voce di Paolo Valenti dal Madison Square Garden cominciò a raccontare il match tra Nino Benvenuti ed Emile Griffith per il titolo mondiale dei medi. Era il 1967, lessi dopo anni che quella notte c'erano stati 18 milioni di italiani all'ascolto con me, record mai più eguagliato da Radio Rai.
 
Sono appunto le 14 (le 4 in Italia) nella  capitale dello stato di Victoria quando Jannik Sinner e Marton Fucsovics entrano sul campo numero 22 del Melbourne Park. Cielo grigio, 31 gradi, poca umidità, vento da nord a folate di 43 chilometri all'ora e oltre. Non le condizioni migliori per giocare a tennis. L'ungherese avversario del vincitore delle Next Gen Finals non è un Carneade. Ha quasi 28 anni, è stato ATP 31 nel marzo scorso al termine di una lunga rincorsa cominciata con il successo a Wimbledon Junior nel 2010 dopo aver raggiunto la semifinale degli Australian Open under 18 sei mesi prima. È il numero 64 del ranking mondiale in tempo reale. Ha vinto l'ATP 250 di Ginevra due anni fa e perso la finale di quello di Sofia lo scorso anno contro Daniil Medvedev. Qui a Melbourne ha raggiunto il quarto turno nel 2019 ed eliminato con autorevolezza Denis Shapovalov in quattro set due giorni fa.
 
Meno di un'ora più tardi è Matteo Berrettini a cominciare il suo secondo turno del primo Slam dell'anno. Affronta Tennys Sandgren, al quale erroneamente ieri avevo attribuito Fabio Fognini come avversario di oggi. L'americano, classe 1991, ATP 92, è cresciuto nel Tennessee dove ha preso confidenza con il vento mutevole delle piane della Cotton Belt, simile a quello che soffia impetuoso oggi sulla 1573 Arena ma sconosciuto nei circoli sul Tevere dove si è formato il numero 1 italiano. Tecnicamente non sofisticato, Tennys guarda alla sostanza, come insegnano nel circuito universitario USA, e punta molto sull'efficienza fisica. Pochi giorni fa ha conquistato il suo primo titolo ATP nel 250 di Auckland.
 
I due match procedono asincroni seppure con parecchie differenze nelle situazioni e nelle soluzioni: Sinner non riesce a sfruttare le due occasioni di prendere il largo grazie ai break ottenuti nel primo e nel terzo set, non trova alternative al suo gioco aggressivo, è sotto media con il servizio e perde progressivamente fiducia; Berrettini appare ancora in ritardo nella preparazione, fatica ad adeguarsi alle condizioni ambientali e deve spesso contare solo sull'efficacia del servizio. Jannik e Matteo lottano a distanza con eguale tenacia, non perdono in contatto con gli avversari eppure non conquistano mai il controllo del gioco. I parallelismi s'interrompono nel terzo set. Mentre il più giovane alza bandiera bianca (6-4 6-4 6-3 in 2 ore e 16 minuti), il numero 8 ATP ha un guizzo strappando un break sul 4-5 che gli apre l'occasione di rimettersi in corsa (i primi due set erano finiti 6-7 4-6).
 
Comincia, da qui, un'altra partita. Nel quarto set Berrettini trova misura e ritmo, ottiene il break nel sesto game e nell'ottavo e va rapidamente a chiudere sul 2-6. Nel quinto set, grazie anche al ricorso sapiente al back difensivo e alla precisione dei lungolinea, tiene alla distanza Sandgren, che però fa un doppio miracolo nell'ottavo game recuperando tre palle di break a sfavore e nell'undicesimo trasformando in punto la propria unica chance di ottenere il break. Al servizio, avanti 6-5, l'americano non sbaglia più nulla. Si chiude qui anche lo Slam di Matteo. È probabile che Oliviero, il mio lettore-verseggiatore, non annovererà tra le indimenticabili la notte appena passata in bianco.
 
In serata è Fabio Fognini a provare a invertire l'inerzia di una giornata cominciata male per gli italiani. Mica facile, per uno come lui che vive in simbiosi con il pubblico, se la Margaret Court Arena tifa all'unisono per Jordan Thompson, australiano di Sydney, 25 anni, attualmente sopra quota 100 nella classifica ATP ma numero 43 sei mesi fa dopo il terzo turno al Roland Garros e la finale persa contro Adrian Mannarino a 's-Hertogenbosch, in Olanda.
 
Il match si rivela la replica a parti invertite di quello vinto da Fabio in rimonta nel primo turno con l'americano Reilly Opelka. Il ligure si prende di un nulla il primo set (7-6), giganteggia nel secondo (6-1), sbaglia lo sbagliabile nel terzo e nel quarto (3-6 4-6). Intanto Thompson, dall'altra parte, passa dalla confusione tattica alla fiducia incondizionata nei propri mezzi.
 
Il quinto set, in queste situazioni, può portare a qualsiasi risultato, come accaduto poche ore prima in Berrettini-Fucsovics, con il plus però dell'imprevedibilità delle reazioni di Fognini in caso di sollecitazioni così forti. Mi viene in mente, al proposito, una frase di Gianni Clerici su Agassi: "Confesso il disagio quando le identità vanno forse oltre la conosciuta, e in fondo semplicistica, vicenda del dottor Jekill e Mr Hide". Anche Thompson, apparentemente imperturbabile nel corso della lunga rincorsa (forse per merito del look anni Settanta, baffoni, capelli lunghi sul collo, cappellino rivoltato), rivela emozioni e incertezze. Entrambi servono bene. Inatteso, alla risposta avanti sul 5-4, Fabio ottiene un primo match point, annullato da un ace. Seconda chance dopo due minuti, e stavolta manda lungo. Ha due altri match point, stavolta consecutivi sul 6-5, ma Thompson li annulla. Si va al super tie break, dopo quattro ore faticosissime. Il più attrezzato dei due, che è Fabio, ritrova i colpi che gli servono: dilaga e vince 10-4. Spero che Oliviero sia stato davanti al televisore, nonostante in Italia sia ormai pomeriggio.