Dove si sente a casa propria Naomi Osaka? In Giappone, dov'è nata? Oppure ad Haiti, patria del padre? E Frances Tiafoe si considera un figlio della Sierra Leone, dalla quale i suoi genitori emigrarono prima che lui nascesse? No, entrambi sono orgogliosamente americani, come quasi sempre accade a chi si ritrova immerso nel plurisecolare efficiente melting pot d'oltreatlantico, il crogiolo multirazziale che Donald Trump vorrebbe adesso far smettere di ribollire. (Peraltro a nessuno importa che Naomi abbia scelto di rappresentare il Giappone di mamma Tamaki, della quale ha preso il cognome perché così prescrive la legge dell'ex impero del Sol Levante in caso di deprecato matrimonio misto: per tutti la ragazza cresciuta a Boca Raton in Florida è un'americana).
Questa semplice constatazione basta a definire un atto di amore per il suo paese la pubblica presa di posizione di Naomi che determinò la sospensione di un giorno del torneo di Cincinnati (ma giocato a New York la scorsa settimana). Postò su Twitter: "Prima di essere un'atleta, sono una donna di colore. E come donna di colore sento che ci sono questioni molto più importanti, che richiedono un'attenzione immediata, piuttosto che guardarmi giocare a tennis". Si riferiva ovviamente ai neri vittime della violenza della polizia in giro per gli Stati Uniti, e in particolare al ferimento di Jacob Blake, avvenuto il 23 agosto a Kenosha nel Wisconsin. Il suo appello ottenne l'adesione di decine di tennisti, tra cui Frances Tiafoe e Serena Williams, e anche di WTA e ATP, che non contrastarono lo "sciopero" di protesta degli atleti.
Dopo aver lasciato per infortunio il torneo che ha preceduto lo slam, Naomi ha deciso di segnare ogni turno passato a Flushing Meadows con il ricordo di qualcuno che ha pagato con la vita gli eccessi di chi dovrebbe garantire la sicurezza pubblica in America. Ha cominciato lunedì con Breonna Taylor, uccisa a Louisville il 13 marzo scorso durante una perquisizione da parte di tre agenti del dipartimento locale: il suo nome era perfettamente leggibile sulla mascherina nera indossata all'entrata in campo e durante l'intervista post-partita. Ha continuato oggi con Elijah McClain, anch'egli afroamericano, morto il 24 agosto 2019 ad Aurora in Colorado a seguito delle percosse da parte di tre poliziotti e un'iniezione di ketamina fatta dai paramedici per sedarlo. Anche stavolta, il suo nome era stampato sulla mascherina, bene in vista.
Al termine del match serale nella desolata Arthur Ashe Arena con Camila Giorgi - di cui scriverò più sotto: tranquilli -, Osaka ha spiegato la propria clamorosa iniziativa: "Voglio usare la libertà (e forse la popolarità e la ricchezza, avendo incassato l'anno scorso 37,4 milioni di dollari ndr) di cui godo per raccontare al mondo le storie di alcune persone che hanno pagato la violenza altrui". Il suo è un vero progetto, come ebbe a chiarire dopo la morte di George Floyd, avvenuta a fine maggio a Minneapolis: "Non sopporto quando mi dicono che gli sportivi non dovrebbero parlare di politica ma soltanto giocare. Primo: si tratta di diritti umani. Secondo: perché altri avrebbero diritto di parola e io no? Stando alla quella logica, se uno lavora all'Ikea può parlare solo del Gronlid (che è un divano, ndr)?".
In campo, tuttavia, Osaka mette temporaneamente da parte l'impegno da attivista e mostra il tennis più efficace visto finora agli UsOpen, tornato al livello di due anni fa quando vinse qui il suo primo slam: preciso e potente, geometrico e fantasioso. Oggi ne ha fatto le spese Camila, che non ci ha capito niente, lasciando all'avversaria i cinque game iniziali del primo set (6-1) e lottando appena un po' di più nel secondo (6-2). Nei settanta minuti di scambi la numero 1 d'Italia ha pareggiato il numero dei vincenti (15 contro i 14 dell'avversaria), ma ha messo fuori o scagliato in rete più del doppio dei colpi (24 contro 11). Soprattutto, non è mai stata competitiva con la prima di servizio.
Come sappiamo, Giorgi non ha mai un piano B: se la strategia che ha studiato a tavolino con papà Stefano non funziona, le è impossibile trovare alternative. Contro una come Osaka, questo limite tecnico e caratteriale non lascia scampo.
Nel secondo turno del torneo maschile sono da segnalare i generosi tentativi di due Carneadi, il francese naturalizzato americano Maxime Cressy e il coreano Soonwoo Kwon, di mettere pressione a due dei più forti esponenti della nouvelle vague mondiale, il greco Stefanos Tsitsipas e il canadese Denis Shapovalov. Quest'ultimo ha addirittura perso il primo set e penato nei due successivi per domare l'attuale numero 73 ATP (6-7 6-4 6-4 6-2 in 3 ore e 41 minuti).
Bravissimo il parigino ora californiano Cressy, 23 anni, ATP 168, una ridotta esperienza a livello professionistico, buon doppista con una storia personale che prima o poi meriterà lo spazio su Monday's Net che oggi s'è presa Naomi. Giocatore completo e divertente, dotato di un ottimo servizio anche se poco variato, ha affrontato il più importante match della carriera senza alcun timore reverenziale. Tsitsipas, testa di serie numero 4, s'è l'è presa moltissimo con il proprio servizio, non performante come al solito, perdendo a tratti la tranquillità che gli è necessaria per dare il meglio. È finita 7-6 6-3 6-4 dopo 2 ore e 23 minuti quando in Italia è quasi l'alba.
Questa semplice constatazione basta a definire un atto di amore per il suo paese la pubblica presa di posizione di Naomi che determinò la sospensione di un giorno del torneo di Cincinnati (ma giocato a New York la scorsa settimana). Postò su Twitter: "Prima di essere un'atleta, sono una donna di colore. E come donna di colore sento che ci sono questioni molto più importanti, che richiedono un'attenzione immediata, piuttosto che guardarmi giocare a tennis". Si riferiva ovviamente ai neri vittime della violenza della polizia in giro per gli Stati Uniti, e in particolare al ferimento di Jacob Blake, avvenuto il 23 agosto a Kenosha nel Wisconsin. Il suo appello ottenne l'adesione di decine di tennisti, tra cui Frances Tiafoe e Serena Williams, e anche di WTA e ATP, che non contrastarono lo "sciopero" di protesta degli atleti.
Dopo aver lasciato per infortunio il torneo che ha preceduto lo slam, Naomi ha deciso di segnare ogni turno passato a Flushing Meadows con il ricordo di qualcuno che ha pagato con la vita gli eccessi di chi dovrebbe garantire la sicurezza pubblica in America. Ha cominciato lunedì con Breonna Taylor, uccisa a Louisville il 13 marzo scorso durante una perquisizione da parte di tre agenti del dipartimento locale: il suo nome era perfettamente leggibile sulla mascherina nera indossata all'entrata in campo e durante l'intervista post-partita. Ha continuato oggi con Elijah McClain, anch'egli afroamericano, morto il 24 agosto 2019 ad Aurora in Colorado a seguito delle percosse da parte di tre poliziotti e un'iniezione di ketamina fatta dai paramedici per sedarlo. Anche stavolta, il suo nome era stampato sulla mascherina, bene in vista.
Al termine del match serale nella desolata Arthur Ashe Arena con Camila Giorgi - di cui scriverò più sotto: tranquilli -, Osaka ha spiegato la propria clamorosa iniziativa: "Voglio usare la libertà (e forse la popolarità e la ricchezza, avendo incassato l'anno scorso 37,4 milioni di dollari ndr) di cui godo per raccontare al mondo le storie di alcune persone che hanno pagato la violenza altrui". Il suo è un vero progetto, come ebbe a chiarire dopo la morte di George Floyd, avvenuta a fine maggio a Minneapolis: "Non sopporto quando mi dicono che gli sportivi non dovrebbero parlare di politica ma soltanto giocare. Primo: si tratta di diritti umani. Secondo: perché altri avrebbero diritto di parola e io no? Stando alla quella logica, se uno lavora all'Ikea può parlare solo del Gronlid (che è un divano, ndr)?".
In campo, tuttavia, Osaka mette temporaneamente da parte l'impegno da attivista e mostra il tennis più efficace visto finora agli UsOpen, tornato al livello di due anni fa quando vinse qui il suo primo slam: preciso e potente, geometrico e fantasioso. Oggi ne ha fatto le spese Camila, che non ci ha capito niente, lasciando all'avversaria i cinque game iniziali del primo set (6-1) e lottando appena un po' di più nel secondo (6-2). Nei settanta minuti di scambi la numero 1 d'Italia ha pareggiato il numero dei vincenti (15 contro i 14 dell'avversaria), ma ha messo fuori o scagliato in rete più del doppio dei colpi (24 contro 11). Soprattutto, non è mai stata competitiva con la prima di servizio.
Come sappiamo, Giorgi non ha mai un piano B: se la strategia che ha studiato a tavolino con papà Stefano non funziona, le è impossibile trovare alternative. Contro una come Osaka, questo limite tecnico e caratteriale non lascia scampo.
Nel secondo turno del torneo maschile sono da segnalare i generosi tentativi di due Carneadi, il francese naturalizzato americano Maxime Cressy e il coreano Soonwoo Kwon, di mettere pressione a due dei più forti esponenti della nouvelle vague mondiale, il greco Stefanos Tsitsipas e il canadese Denis Shapovalov. Quest'ultimo ha addirittura perso il primo set e penato nei due successivi per domare l'attuale numero 73 ATP (6-7 6-4 6-4 6-2 in 3 ore e 41 minuti).
Bravissimo il parigino ora californiano Cressy, 23 anni, ATP 168, una ridotta esperienza a livello professionistico, buon doppista con una storia personale che prima o poi meriterà lo spazio su Monday's Net che oggi s'è presa Naomi. Giocatore completo e divertente, dotato di un ottimo servizio anche se poco variato, ha affrontato il più importante match della carriera senza alcun timore reverenziale. Tsitsipas, testa di serie numero 4, s'è l'è presa moltissimo con il proprio servizio, non performante come al solito, perdendo a tratti la tranquillità che gli è necessaria per dare il meglio. È finita 7-6 6-3 6-4 dopo 2 ore e 23 minuti quando in Italia è quasi l'alba.