Monday's Net

La cura tedesca

3 minuti di lettura
In ogni lingua del mondo la locuzione “american dream” ha, tradotta, un significato univoco: che negli Stati Uniti chiunque abbia capacità, perseveranza, disponibilità al sacrificio e uno spruzzo di fortuna può realizzare i propri sogni. In Italia, peraltro, di uno straniero o di un forestiero che fa fortuna lontano da casa s’usa dire “ha trovato qui l’America”. Jennifer Brady, nata in Pennsylvania nel 1995, ha trovato in Germania la sua piccola America. Come ha raccontato Ben Rothenberg sul New York Times, la ragazza di Harrisburg “è andata controcorrente. In ottobre ha lasciato il suo tradizionale campo di allenamento in Florida e ha affrontato il freddo di Ratisbona per lavorare con il coach Michael Geserer e il preparatore atletico Daniel Pohl. Ha vissuto in un piccolo appartamento in affitto, s’è preparata sei giorni alla settimana e s’è riposata la domenica, almeno fin quando non ha capito che quasi tutto a Ratisbona è chiuso la domenica”. La scelta di affidarsi allo staff del tedesco già coach di Julia Goerges ha funzionato subito alla grande: in gennaio a Brisbane, in Australia, Jennifer ha eliminato Maria Sharapova e Ashleigh Barty prima di fermarsi ai quarti di finale, dove ha affrontato Petra Kvitova. In febbraio a Dubai è approdata alla semifinale, lasciata a Simona Halep, dopo aver messo fuori tabellone Elina Svitolina e Garbine Muguruza. 
 
Rispetto ai duri mesi di Ratisbona, le segregazioni imposte dal Covid sono sembrate a Brady un passatempo. Alla ripresa del circuito in agosto, la numero 56 WTA di fine stagione 2019 ha vinto a mani basse il Top Seed Open di Lexington, che aveva in tabellone anche le sorelle Williams e Vicky Azarenka. In finale ha regolato  la svizzera Jil Teichmann per 6-3 6-4. È stato il suo primo titolo WTA in assoluto, ottenuto senza perdere un solo set nelle cinque partite in Kentucky
 
Altrettanto travolgente e senza battute d’arresto il percorso di Jennifer agli UsOpen: nell’ordine ha battuto Anna Blinkova (6-3 6-2), CiCi Bellis (6-1 6-2), Caroline Garcia (6-3 6-3) e Angelique Kerber, campionessa dell'edizione 2016 (6-1 6-4). Oggi ha eliminato la pari età kazaka originaria di Mosca Yulia Putintseva, WTA 35, con un netto 6-3 6-2. Dovendo ancora impegnarmi parecchio in termini di ubiquità, non ce l’ho fatta a vedere il match in diretta, ma gli highlights mi hanno impressionato quasi quanto le dichiarazioni di qualche giorno fa della nuova numero 5 USA sugli effetti della cura tedesca: “Ho molta fiducia nelle mie gambe e nella mia forza, adesso entro in campo con una mentalità diversa, un rinnovato tipo di fiducia. Mi sento una persona migliore, più fresca mentalmente e fisicamente”. Quando giovedì giocherà la sua prima semifinale slam in carriera contro Naomi Osaka (che ha battuto l’americana Shelby Rogers con il punteggio di 6-3 6-4), sarà virtualmente la nuova numero 25 al mondo. 
 
Il recente passato tedesco è un altro passaggio anomalo della carriera e della vita di Brady, che si è formata alla Evert Tennis Academy di Boca Raton in Florida. Ma mentre la sua compagna di allora Madison Keys è diventata professionista presto, lei ha optato per l’università giocando, per mantenersi gli studi, per l’UCLA in California. Ha disputato la sua prima partita in un torneo WTA nel 2014, a 19 anni. In quasi trent’anni, è la prima donna che, dopo aver giocato a lungo nel circuito universitario americano, è arrivata tanto avanti in un UsOpen.
 
In qualche modo anche Alexander Zverev ha trovato la propria America in Germania, dove peraltro mamma Irina Vladimirovna Fateeva e papà Aleksandr Michajlovic, entrambi buoni tennisti di nazionalità russa, decisero di farlo nascere 23 anni fa. Gli effetti su di lui del metodo tedesco che insegna a non abbassare mai le armi si sono visti nel suo quarto di finale di oggi contro Borna Coric, classe 1996, testa di serie 27 a Flushing Meadows. Pur mostrando un tennis tutt’altro che convincente, il numero 7 ATP ha voluto restare attaccato al croato, il quale in ciascuna delle iniziali frazioni ha avuto più volte la possibilità di andare in fuga. Il gioco ordinato e geometrico del ragazzo di Zagabria ha dato infatti parecchio fastidio al tedesco, troppo falloso e nervoso e spesso inefficace al servizio. 
 
Perso malamente il primo set, Zverev ha rocambolescamente portato il secondo e il terzo parziale ai tie break, nel corso dei quali ha ritrovato lucidità e determinazione. Coric ha mentalmente pagato il doppio ko, davvero ingiustificato rispetto alla qualità messa in campo, e nel quarto set è miseramente crollato (1-6 7-6 7-6 6-3). Sono state 3 ore e mezza che non avrebbero suscitato gli entusiasmi del pubblico dell’Arthur Ashe Stadium, nel caso ce ne fosse stato uno. 
 
La semifinale di Zverev - la seconda dopo quella degli Australian Open 2020 - non sarà la più giovane del terzo millennio, visto che l’avversario non sarà l’atteso Denis Shapovalov, 21 anni, bensì Pablo Carreno Busta, 29 anni, numero 27 del ranking ATP. Lo spagnolo ha avuto ragione del canadese in cinque set estenuanti: 3-6 7-6 7-6 0-6 6-3 dopo oltre quattro ore. Già nel 2017, quando per la prima volta arrivò al penultimo atto degli UsOpen, Carreno Busta aveva dovuto superare, allora al quarto turno, il giovanissimo Shapovalov. A fermare la sua corsa verso la finale fu poi il sudafricano Kevin Anderson in quattro set.