Credo che a molti oggi sia accaduto, come nel mio caso, di seguire la finale femminile di Flushing Meadows senza trovarsi mai a pensare che sarebbe stata tutta un'altra storia se in campo fosse scesa Serena. Il motivo è lapalissiano: la giovane Naomi Osaka, 23 anni il prossimo 16 ottobre e tre slam vinti compreso l'odierno, e la veterana Viktoryja "Vicky" Azarenka, 31 compiuti il 31 luglio e due slam in saccoccia, con le proprie personalità carismatiche stanno aiutando il movimento tennistico - e dunque anche me - durante l'interminabile uscita di scena della più forte e longeva mattatrice della storia del tennis.
Giapponese di passaporto, Naomi dispone del gioco potente e preciso che caratterizza le post-millennials, nate per convenzione socio-demografica dopo il 1996. Ma conta anche il fatto che lei, cresciuta in Florida, abbia abbracciato da tempo la causa del Black Lives Matter, diventando presto un punto di riferimento per milioni di coetanei. Prima di ciascuna delle sette partite giocate nello slam newyorkese Naomi ha indossato una mascherina nera con il nome ricamato di uno degli afroamericani uccisi dalla polizia senza apparenti motivi: l'ultimo omaggio è andato a Tamir Rice, il dodicenne massacrato a Cleveland nel 2014, i precedenti a Breonna Taylor, Elijiah McClain, Ahmaud Arbery, Trayvon Martin, George Floyd e Philando Castile. "Prima di essere un'atleta, sono una donna di colore", ha spiegato a chi le chiedeva ragione dell'impegno profuso durante il torneo.
Anche Azarenka è una pupilla del pubblico globale per le sue caratteristiche tecnico-agonistiche aggressive, che fanno bene allo spettacolo, e per la sua battaglia legale per l'affidamento del figlio Leo, nato nel dicembre 2016. Bielorussa, ha lavorato molto sul proprio carattere, rendendosi conto che "diventare una top player non ti rende migliore o peggiore di chiunque altro. Sei un essere umano che deve solo cercare di offrire una buona versione di sé, senza mai demordere".
Due così non potevano che mettercela tutta, e così è stato. Il match è stato caratterizzato dalla netta prevalenza di Vicky nei primi tre quarti d'ora e dal ritorno incontenibile di Naomi nei settanta minuti successivi. Nel secondo set la numero 3 del nuovo ranking WTA ha messo a punto la prima di servizio e la misura negli scambi. Nuovamente fiduciosa nelle proprie possibilità, ha osato un po' di più nei passaggi decisivi. Il suo slancio è continuato anche nel set finale, con i colpi da fondo campo che hanno sempre trovato gli angoli. Avanti servizio per 3-1 0-40, ha rischiato il controbreak: superato questo ostacolo, la strada è risultata una veloce discesa. Il punteggio finale 1-6 6-3 6-3 fotografa quanto visto sul rettangolo della Arthur Ashe Stadium.
Poiché, a mio giudizio, le donne hanno interpretato meglio degli uomini lo spirito anomalo degli UsOpen 2020, è di un'altra di loro che voglio scrivere qui: di Vera Zvonareva, classe 1984, ottima singolarista che ottenne però il primo personale successo di prestigio nel 2006 da doppista vincendo il torneo degli UsOpen in coppia con la francese Nathalie Dechy. Secondo titolo nel 2012 a Melbourne al fianco di Svetlana Kutznetsova ai danni di Roberta Vinci e Sara Errani. Grazie al formidabile rovescio a due mani mai in slice, al discreto diritto e all'altalenante servizio, Vera arrivò nel 2010 a contendere il titolo in singolare a Serena Williams a Wimbledon e a Kim Clijsters a Flushing Meadows, scalando nel contempo la classifica WTA fino al gradino numero 2.
Quattordici anni dopo aver tenuto tra le mani la prima coppa vinta in uno slam e otto dopo aver alzato la seconda, la russa è tornata venerdì a trionfare in doppio al fianco della tedesca Laura Siegemund, sconfiggendo 6-4 6-4 la coppia cino-americana Nicole Melichar-Yifan Xu.
Per fortuna, pochi media hanno strombazzato la pseudonotizia - come invece hanno fatto nei giorni scorsi con Serena e Azarenka - di Vera mamma di una bambina di quattro anni, Evelina, spesso con lei sui campi d'allenamento. Peraltro, quanti si stupiscono, in occasione dei loro successi, venendo a sapere che Federer è padre di due coppie di gemelli e che Djokovic ha un maschio e una femmina? Piuttosto, di Zvonareva va ricordato che nel corso del lungo stop per infortuni e maternità ha conseguito una seconda laurea, dopo quella in Educazione Fisica, in Relazioni Economiche Internazionali: nel circuito professionistico, questo sì che è un evento ben più raro di far figli.
Giapponese di passaporto, Naomi dispone del gioco potente e preciso che caratterizza le post-millennials, nate per convenzione socio-demografica dopo il 1996. Ma conta anche il fatto che lei, cresciuta in Florida, abbia abbracciato da tempo la causa del Black Lives Matter, diventando presto un punto di riferimento per milioni di coetanei. Prima di ciascuna delle sette partite giocate nello slam newyorkese Naomi ha indossato una mascherina nera con il nome ricamato di uno degli afroamericani uccisi dalla polizia senza apparenti motivi: l'ultimo omaggio è andato a Tamir Rice, il dodicenne massacrato a Cleveland nel 2014, i precedenti a Breonna Taylor, Elijiah McClain, Ahmaud Arbery, Trayvon Martin, George Floyd e Philando Castile. "Prima di essere un'atleta, sono una donna di colore", ha spiegato a chi le chiedeva ragione dell'impegno profuso durante il torneo.
Anche Azarenka è una pupilla del pubblico globale per le sue caratteristiche tecnico-agonistiche aggressive, che fanno bene allo spettacolo, e per la sua battaglia legale per l'affidamento del figlio Leo, nato nel dicembre 2016. Bielorussa, ha lavorato molto sul proprio carattere, rendendosi conto che "diventare una top player non ti rende migliore o peggiore di chiunque altro. Sei un essere umano che deve solo cercare di offrire una buona versione di sé, senza mai demordere".
Due così non potevano che mettercela tutta, e così è stato. Il match è stato caratterizzato dalla netta prevalenza di Vicky nei primi tre quarti d'ora e dal ritorno incontenibile di Naomi nei settanta minuti successivi. Nel secondo set la numero 3 del nuovo ranking WTA ha messo a punto la prima di servizio e la misura negli scambi. Nuovamente fiduciosa nelle proprie possibilità, ha osato un po' di più nei passaggi decisivi. Il suo slancio è continuato anche nel set finale, con i colpi da fondo campo che hanno sempre trovato gli angoli. Avanti servizio per 3-1 0-40, ha rischiato il controbreak: superato questo ostacolo, la strada è risultata una veloce discesa. Il punteggio finale 1-6 6-3 6-3 fotografa quanto visto sul rettangolo della Arthur Ashe Stadium.
Poiché, a mio giudizio, le donne hanno interpretato meglio degli uomini lo spirito anomalo degli UsOpen 2020, è di un'altra di loro che voglio scrivere qui: di Vera Zvonareva, classe 1984, ottima singolarista che ottenne però il primo personale successo di prestigio nel 2006 da doppista vincendo il torneo degli UsOpen in coppia con la francese Nathalie Dechy. Secondo titolo nel 2012 a Melbourne al fianco di Svetlana Kutznetsova ai danni di Roberta Vinci e Sara Errani. Grazie al formidabile rovescio a due mani mai in slice, al discreto diritto e all'altalenante servizio, Vera arrivò nel 2010 a contendere il titolo in singolare a Serena Williams a Wimbledon e a Kim Clijsters a Flushing Meadows, scalando nel contempo la classifica WTA fino al gradino numero 2.
Quattordici anni dopo aver tenuto tra le mani la prima coppa vinta in uno slam e otto dopo aver alzato la seconda, la russa è tornata venerdì a trionfare in doppio al fianco della tedesca Laura Siegemund, sconfiggendo 6-4 6-4 la coppia cino-americana Nicole Melichar-Yifan Xu.
Per fortuna, pochi media hanno strombazzato la pseudonotizia - come invece hanno fatto nei giorni scorsi con Serena e Azarenka - di Vera mamma di una bambina di quattro anni, Evelina, spesso con lei sui campi d'allenamento. Peraltro, quanti si stupiscono, in occasione dei loro successi, venendo a sapere che Federer è padre di due coppie di gemelli e che Djokovic ha un maschio e una femmina? Piuttosto, di Zvonareva va ricordato che nel corso del lungo stop per infortuni e maternità ha conseguito una seconda laurea, dopo quella in Educazione Fisica, in Relazioni Economiche Internazionali: nel circuito professionistico, questo sì che è un evento ben più raro di far figli.