Come gli aruspici frugavano nelle viscere delle vittime dei sacrifici per indovinare il futuro, così gli statistici fanno con i numeri. Alla vigilia della finale degli UsOpen qualcuno ha cercato di interpretare il totale dei dati per tipologia di colpi o per circostanza tecnico-agonistica: il database ha rivelato che nel corso dei precedenti sei turni dello slam Alexander Zverev, più volte deludente, risulta in notevole vantaggio per numero di ace (116), quasi il triplo di quelli di Dominic Thiem, il quale è stato a sua volta molto più affidabile se si misurano il tasso di doppi falli (il 2 per cento contro il 7) e l’efficacia di punti ottenuti con la seconda di servizio (il 54 per cento contro il 43). Il tedesco, 23 anni, ha mantenuto nelle due settimane a Flushing Meadows una quota di punti di break positivamente trasformati del 53 per cento rispetto al 44 dell’avversario. La percentuale di errori di rovescio è stata la stessa per entrambi: il 47. Per andare più indietro nel tempo, infine, Thiem aveva sconfitto sette volte Zverev nelle cinque stagioni comuni nel circuito ATP, uscendone perdente due. Un intrico di contraddizioni dal quale nemmeno Spurinna, l’aruspice personale di Giulio Cesare, avrebbe tratto utili divinazioni.
Tanto poi si va in campo e ogni calcolo statistico appare per quel che è: un’indicazione di tendenza. Per il resto, ogni match a questo livello è imprevedibile perché si sviluppa dall’interazione di due atleti dalle qualità, dai difetti e dalle personalità diversi e complessi. Al contrario di quanto atteso dopo i pessimi avvii contro Borna Coric nei quarti e Pablo Carreno Busta in semifinale, oggi Zverev parte in totale fiducia, servendo subito con determinazione e trovando i corridoi giusti per i propri passanti di diritto e rovescio, abilmente usati per chiudere i pochi scambi tirati per lunghe. Altrettanto sorprendente il body language negativo di Thiem, che appare visibilmente rinunciatario dopo aver concesso il primo break. Viene il dubbio che l’infortunio al piede, che l’aveva parecchio preoccupato nel precedente match, abbia lasciato qualche strascico. Il punteggio si cristallizza sul 2-6
Niente di diverso accade nella fase iniziale del secondo set, durante il quale il ragazzo di Amburgo si mostra per quel che talvolta è: un dominatore seriale. Ha una pausa quand’è avanti 5-1, spreca quattro set point e consente alla testa di serie numero 2 di rifarsi sotto. Poi chiude sul 4-6.
Il terzo set sembra segnato dall’ansia di Thiem, che tenta di forzare il ritmo e, di conseguenza, è costretto ad alzare il proprio tasso di palle in rete o fuori. Il break a favore di Sascha nel terzo game non abbatte tuttavia le residue speranze dell’allievo di Nicolas Alejandro Massú Fried, che tutti chiamano solo Massù dagli anni in cui era la punta di diamante del glorioso tennis cileno. Nel gioco successivo il controbreak pareggia i conti. È Zverev, adesso, a sentire la pressione esercitata da Thiem e dalla responsabilità di trovarsi a pochi passaggi dalla prima conquista di uno slam in carriera. Dapprima si salva grazie al servizio, che gli consente di sterilizzare gli effetti dei troppi errori, ma poi cede di schianto, lasciando il set a Thiem (6-4).
Le parti s’invertono, all’avanzamento in campo dell’austriaco corrisponde l’arretramento del tedesco, al maggior peso della palla del primo non si contrappone un fenomeno analogo nei colpi del secondo. Il quarto set è a senso unico, nonostante la resistibile resistenza di Zverev (6-3 per Thiem). Come sempre in queste situazioni, il quinto set è il più equilibrato e condizionato dalla paura. La svolta sembra arrivare quando Thiem cede il servizio. Sascha invece si fa raggiungere sul 5 pari e poi è lui a farsi brekkare. Come commenta via Twitter un mio lettore, Michele Pascolini, “entrambi faticano a vincere le battaglie contro la leggenda che li descrive come perdenti. E quella leggenda su di loro è potente: non riescono a sfruttare le occasioni”. Thiem gli dà ragione in tempo reale e non approfitta dell’ultima chance. Si va al tie break, che Zverev potrebbe dominare perché il suo avversario è preda dei crampi. Incredibilmente, invece, compie errori su errori. Per non essere da meno, Thiem lo imita. Per fortuna non c’è pubblico sugli spalti. Alla fine l’austriaco prevale per 8-6. Ridateci i Big Three.
Per Thiem, che ha 27 anni, è il giorno del trionfo tanto cercato e finora negatogli da Nadal (Parigi 2028 e 2019) e Djokovic (Melbourne 2020). Per Zverev è solo la prima finale di slam persa: ne giocherà molte altre, ma conquisterà un titolo solo se troverà la serenità che gli ha fatto difetto a New York.
Gli ultimi 63 slam - per la precisione, dal Roland Garros 2004 in poi - erano stati tutti vinti da tennisti nati negli anni ottanta. Siamo quindi testimoni di un evento eccezionale. Dal punto di vista geopolitico-tennistico non cambia invece nulla: continua il monopolio europeo nei major, che va avanti da 42 tornei. Ma i nordamericani (i canadesi Denis Shapovalov e Felix Auger-Aliassime più che gli americani), oltre all’australiano Alex de Minaur, che di fatto è un “prodotto” spagnolo, stanno rapidamente crescendo. Li troveremo protagonisti nel giro di un paio di stagioni, insieme ai tre russi più forti, Daniil Medvedev, Andrey Rublev e Karen Khachanov, che culturalmente sono europei nonostante Putin.
Tanto poi si va in campo e ogni calcolo statistico appare per quel che è: un’indicazione di tendenza. Per il resto, ogni match a questo livello è imprevedibile perché si sviluppa dall’interazione di due atleti dalle qualità, dai difetti e dalle personalità diversi e complessi. Al contrario di quanto atteso dopo i pessimi avvii contro Borna Coric nei quarti e Pablo Carreno Busta in semifinale, oggi Zverev parte in totale fiducia, servendo subito con determinazione e trovando i corridoi giusti per i propri passanti di diritto e rovescio, abilmente usati per chiudere i pochi scambi tirati per lunghe. Altrettanto sorprendente il body language negativo di Thiem, che appare visibilmente rinunciatario dopo aver concesso il primo break. Viene il dubbio che l’infortunio al piede, che l’aveva parecchio preoccupato nel precedente match, abbia lasciato qualche strascico. Il punteggio si cristallizza sul 2-6
Niente di diverso accade nella fase iniziale del secondo set, durante il quale il ragazzo di Amburgo si mostra per quel che talvolta è: un dominatore seriale. Ha una pausa quand’è avanti 5-1, spreca quattro set point e consente alla testa di serie numero 2 di rifarsi sotto. Poi chiude sul 4-6.
Il terzo set sembra segnato dall’ansia di Thiem, che tenta di forzare il ritmo e, di conseguenza, è costretto ad alzare il proprio tasso di palle in rete o fuori. Il break a favore di Sascha nel terzo game non abbatte tuttavia le residue speranze dell’allievo di Nicolas Alejandro Massú Fried, che tutti chiamano solo Massù dagli anni in cui era la punta di diamante del glorioso tennis cileno. Nel gioco successivo il controbreak pareggia i conti. È Zverev, adesso, a sentire la pressione esercitata da Thiem e dalla responsabilità di trovarsi a pochi passaggi dalla prima conquista di uno slam in carriera. Dapprima si salva grazie al servizio, che gli consente di sterilizzare gli effetti dei troppi errori, ma poi cede di schianto, lasciando il set a Thiem (6-4).
Le parti s’invertono, all’avanzamento in campo dell’austriaco corrisponde l’arretramento del tedesco, al maggior peso della palla del primo non si contrappone un fenomeno analogo nei colpi del secondo. Il quarto set è a senso unico, nonostante la resistibile resistenza di Zverev (6-3 per Thiem). Come sempre in queste situazioni, il quinto set è il più equilibrato e condizionato dalla paura. La svolta sembra arrivare quando Thiem cede il servizio. Sascha invece si fa raggiungere sul 5 pari e poi è lui a farsi brekkare. Come commenta via Twitter un mio lettore, Michele Pascolini, “entrambi faticano a vincere le battaglie contro la leggenda che li descrive come perdenti. E quella leggenda su di loro è potente: non riescono a sfruttare le occasioni”. Thiem gli dà ragione in tempo reale e non approfitta dell’ultima chance. Si va al tie break, che Zverev potrebbe dominare perché il suo avversario è preda dei crampi. Incredibilmente, invece, compie errori su errori. Per non essere da meno, Thiem lo imita. Per fortuna non c’è pubblico sugli spalti. Alla fine l’austriaco prevale per 8-6. Ridateci i Big Three.
Per Thiem, che ha 27 anni, è il giorno del trionfo tanto cercato e finora negatogli da Nadal (Parigi 2028 e 2019) e Djokovic (Melbourne 2020). Per Zverev è solo la prima finale di slam persa: ne giocherà molte altre, ma conquisterà un titolo solo se troverà la serenità che gli ha fatto difetto a New York.
Gli ultimi 63 slam - per la precisione, dal Roland Garros 2004 in poi - erano stati tutti vinti da tennisti nati negli anni ottanta. Siamo quindi testimoni di un evento eccezionale. Dal punto di vista geopolitico-tennistico non cambia invece nulla: continua il monopolio europeo nei major, che va avanti da 42 tornei. Ma i nordamericani (i canadesi Denis Shapovalov e Felix Auger-Aliassime più che gli americani), oltre all’australiano Alex de Minaur, che di fatto è un “prodotto” spagnolo, stanno rapidamente crescendo. Li troveremo protagonisti nel giro di un paio di stagioni, insieme ai tre russi più forti, Daniil Medvedev, Andrey Rublev e Karen Khachanov, che culturalmente sono europei nonostante Putin.