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Abdica il Re di Roma

(reuters)
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A Oslo per un impegno di lavoro - roba di editoria digitale, mica per scrivere di drop shot, diritti o incrociati - noto che il tassista tiene nel bagagliaio un borsone e un paio di racchette Dunlop, come le mie. Fa caldo, è il solstizio d'estate del 2017.  "Do you play tennis?", è la domanda d'obbligo. Al suo sì gli racconto, per ingraziarmelo (nelle città sconosciute è buona regola non litigare con i tassisti), che un norvegese ha fatto sfracelli a livello giovanile e promette di continuare a farli da professionista. "Yes, I know, it's Casper", m'interrompe. Non Ruud, che è il cognome: meglio Casper per distinguerlo da papà Christian, solitaria leggenda del tennis norvegese, numero 39 ATP nell'ottobre 1995 dopo l'unica finale in carriera in casa dei vicini svedesi che nei precedenti decenni avevano cambiato il modo di interpretare il tennis con i loro campioni a grappolo, da Bjorn Borg …
A Oslo per un impegno di lavoro - roba di editoria digitale, mica per scrivere di drop shot, diritti o incrociati - noto che il tassista tiene nel bagagliaio un borsone e un paio di racchette Dunlop, come le mie. Fa caldo, è il solstizio d'estate del 2017.  "Do you play tennis?", è la domanda d'obbligo. Al suo sì gli racconto, per ingraziarmelo (nelle città sconosciute è buona regola non litigare con i tassisti), che un norvegese ha fatto sfracelli a livello giovanile e promette di continuare a farli da professionista. "Yes, I know, it's Casper", m'interrompe. Non Ruud, che è il cognome: meglio Casper per distinguerlo da papà Christian, solitaria leggenda del tennis norvegese, numero 39 ATP nell'ottobre 1995 dopo l'unica finale in carriera in casa dei vicini svedesi che nei precedenti decenni avevano cambiato il modo di interpretare il tennis con i loro campioni a grappolo, da Bjorn Borg a Magnus Norman. 
 
All'epoca del mio soggiorno a Oslo, Casper ha 18 anni e mezzo ed è già tra i possibili protagonisti delle ATP Next Gen Finals, all'esordio il novembre successivo a Milano. Riesce a qualificarsi due anni dopo, nell'edizione di piazzale Lotto dominata da Jannik Sinner, durante la quale però il ragazzo nato a Bærum non suscita particolari entusiasmi. Forse perché suo gioco senza fronzoli è più adatto alla terra rossa che al sintetico delle Finals. Lo conferma lo stesso Casper al sito tennis.com: "Non vedevo l'ora che arrivassero i tornei sulla terra battuta, visto che in primavera ho fatto bene in Sud America su questa superficie (a Buenos Aires ha vinto il suo primo titolo ATP battendo in finale il portoghese Pedro Sousa ndr). A Roma mi sono presentato più pronto degli altri. I miei avversari come Khachanov e Cilic hanno partecipato solo a tornei sull'hard, dunque era da un anno e mezzo che non mettevano piede sulla terra". 
 
L'onesta e lucida considerazione si può applicare a Berrettini, che ha passato dall'altra parte dell'Atlantico il lungo periodo dei lockdown europei? Ritengo di sì. Anche Matteo non s'è ancora perfettamente adeguato alle velocità, ai rimbalzi, alle rincorse pattinate di Roma e, tra una settimana, di Parigi. 
 
La differente confidenza nei confronti delle peculiari caratteristiche del tennis terraiolo emerge nettamente nel quarto di finale con l'italiano e il norvegese a darsi battaglia sul Pietrangeli. Il primo set viene di fatto deciso dal break a freddo ottenuto da Berrettini. I suoi successivi turni di servizio sono comunque più laboriosi di quelli di Ruud, che sbaglia pochissimo e controlla con efficienza ogni rimbalzo. È un segno premonitore. Nel secondo set permane la sensazione che il nuovo numero 30 ATP (suo best ranking) si muova e colpisca con maggiore tranquillità dell'avversario, seguito con discrezione dai genitori sugli spalti. Matteo ha un tasso di errore troppo alto e non riesce a rifarsi sotto dopo il break di apertura. Con qualche educata imprecazione esprime la frustrazione ogniqualvolta si rende conto di non riuscire a realizzare in campo quanto ha in mente.
 
Il registro non cambia nei primi game del terzo set, con il giovane scandinavo che si prende il break in apertura e poi rischia il minimo quando gli tocca servire. Al sesto gioco, tuttavia, Berrettini si riporta in pari con un guizzo d'alta classe. L'inevitabile tie-break vede il romano sempre avanti, ma la rimonta finale di Ruud lo trova incapace di repliche. Il match sarebbe potuto tranquillamente finire con il successo di Matteo, ma si deve ammettere che il risultato  (4-6 6-3 7-6) rispecchia fedelmente i valori espressi in campo.
 
In tempi normali i passaggi da una superficie all'altra vengono gestiti inframettendo nel calendario alcuni tornei secondari di acclimamento. Quest'anno non c'è stata soluzione di continuità tra il nuovo Laykold di Flushing Meadows e la  terra classica degli Internazionali. Dunque il "fattore terra" conta, eccome. Il problema dei tempi di adeguamento a una superficie sollevato da Ruud vale anche per gli altri protagonisti dei quarti di finale. Novak Djokovic, reduce dai tornei americani, fatica non poco (6-3 4-6 6-3), sul rettangolo rosso del Centrale, ad aver ragione dell'ex Carneade tedesco Dominik Koepfer, di cui ho scritto ieri in occasione dell'eliminazione di Lorenzo Musetti in due set. È vero che il numero 1 al mondo è stato  l'anima, in giugno, dell'Adria Tour, torneo anti Covid balcano rigorosamente sul rosso, poi sospeso per eccesso di contagiati, organizzatore compreso: quell'evento è ormai rubricato sotto la voce "Da dimenticare". 
 
Chi s'è allenato solo sulla terra battuta da febbraio in poi è Rafael Nadal. Il maiorchino affronta in notturna sul Centrale degli IBI chi la polvere rossa di mattoni ce l'ha nel sangue: Diego Schwartzman, classe 1992, numero 15 ATP.  Ne viene fuori una delle migliori partite viste al Foro negli ultimi anni. Rafa gioca come sa, il piccolo argentino gioca meglio. Nel primo set il Re di Roma, che ha alzato qui nove trofei compresi gli ultimi due, capisce presto che sarà un match difficile. Il suo avversario espone ogni articolo del vasto campionario di cui dispone: sventagliate al volo, palle corte, lungolinea potenti, veroniche magistrali, accelerazioni da ogni posizione. Uno spettacolo personale nello spettacolo generale. Lo spagnolo non si arrende ma subisce lottando fino al 6-2. 
 
Nel secondo set il numero 2 ATP prova di tutto, riesce persino a recuperare un primo break ma Diego gliene infligge subito un altro quasi umiliandolo. Di scambio in scambio (molti dei quali lunghissimi e violenti) e di break in break, il bonarense va due volte - sul 5-4 e sul 6-5 - a servire per il match. Non ce la fa la prima, va a segno la seconda: 7-5. Dopo nove sconfitte consecutive, Schwartzman ottiene la vittoria che forse ha più desiderato.
 
Pur reduce dai tornei americani, Denis Shapovalov trova senza difficoltà un'ottima sintonia con la superficie dei campi sulla riva ovest del Tevere. Il canadese è in crescita agonistica e mentale da quando ha scelto, un anno fa, Mikhail Youznhy come coach. Eliminati gli eccessi di entusiasmo giovanile delle sue prime stagioni da professionista, il canadese nato nel 1999 a Tel Aviv da genitori russi sa superare, grazie alle tecniche di concentrazione messe a punto durante la pausa forzata, la fase critica del secondo set del match con il bulgaro Grigor Dimitrov, anche in questa occasione manuale vivente del bel gesto non sempre vincente. Passa in semifinale con il risultato di 6-2 3-6 6-2. 
 
Dunque, a contendersi l'accesso alla finale saranno Djokovic, 33 anni, Schwartzman, 28, e due poco più che ventenni dal grande futuro. Il serbo se la vedrà con Ruud, uno che da tempo dice a tutti di voler diventare lui il re della terra rossa. L'argentino proverà a ripetere la prova di oggi contro "Chapeu-valov", ormai consapevole di poter battere chiunque. Non stupitevi se dico che non ci sono favoriti.