Quattro semifinalisti con storie totalmente diverse. Loro tramite, altrettante scuole tennistiche si sono trovate oggi a confronto sul Centrale del Foro Italico, finalmente animato da un pubblico in carne, ossa e mascherine.
Novak Djokovic è di scuola balcanica con influenze italiane. Inizia a giocare con Jelena Gencic, ex professionista serba, una presenza in tabellone a Wimbledon nel 1959 e poi talent scout e allenatrice di primo livello, con esperienze con Monica Seles a Goran Ivanisevic. Il suo secondo maestro è Niki Pilic, mancino croato, semifinalista a Wimbledon nel 1967, numero 6 al mondo nel 1968 e finalista al Roland Garros del 1973. Tra il 2004 e il 2005 è seguito da Riccardo Piatti, che allora era il coach di Ivan Ljubicic.
Il norvegese Casper Ruud è ufficialmente allenato dal papà Christian, ex stella del tennis norvegese che prediligeva l’attaccante, ma la sua formazione è tipicamente spagnola e terraiola, avendo avuto Pedro Rico come coach e poi, dal 2018, scelto come propria base la Rafa Nadal Academy sull’isola di Maiorca. Sono gli allenatori di Manacor a stargli vicini nelle trasferte.
Denis Shapovalov, canadese di nazionalità, per quanto riguarda il tennis è russo fino alle midolla: la mamma Tessa, già nazionale per il suo paese, gli ha insegnato i fondamentali e l’ha seguito nei primi anni da professionista per poi affidarlo, fiduciosa, al moscovita Mikhail Youzhny, numero 8 ATP nel 2008, due volte semifinalista agli UsOpen e fino a un paio di stagioni fa protagonista del circuito. L’alchimia tecnica e umana e forse anche la comune madrelingua hanno avuto effetti inattesi: Shapo è adesso un giocatore che, senza rinunciare alla fantasia e all’aggressività, è ordinato come il Comandante pretende. I risultati dicono che al ragazzo la terra piace: due dei suoi tre trofei ATP lì ha conquistati sul rosso.
Infine, Diego Schwartzman detto “El Peque”, il piccolo, formazione tipica da sudamericano dalle mille traversie ed esperienze. Ha avuto solo coach delle sue parti, da Sebastian Prieto, 137 ATP nel 1998, e Hernan Gumy, numero 39 nel 1996, a soprattutto Juan Ignacio Chela, 15 nel 2004, che lo segue da alcuni anni e con in quale ha ottenuto i suoi successi più importanti. Tutte le sue quindici vittorie e ventuno sconfitte nei Futures e nei Challenger hanno avuto come superficie la terra rossa. Dei tre successi nel circuito maggiore, solo una è arrivata sul cemento (Los Cabos, 2019).
Quattro grandi scuole, la balcanica, la russa, la spagnola e l’argentina, delle quali le ultime due con maggiore affinità con la terra battuta. Il trofeo degli Internazionali BNL d’Italia se lo giocheranno l’eclettico Djokovic, quattro volte volte vincitore a Roma su nove finali disputate, e l’efficacissimo Schwartzman, che si conferma uno dei migliori specialisti della superficie. Il numero 1 al mondo ha speso oltre due ore a cercare le soluzioni utili a sfibrare Ruud, il più fedele suddito ed epigono di Nadal, da poche ore detronizzato Re di Roma. (Attenzione: uso la parola epigono sapendo che significa “discepolo con minori qualità”, perché così è al momento: non escludo tuttavia che il norvegese in futuro possa competere con Dominic Thiem e pochi altri per l’eredità dello spagnolo).
Nel primo set il serbo è stato sul punto di venire travolto dalle lunghe traiettorie a effetto che l’avversario imprimeva alla palla. È stata una rincorsa, quella di Djokovic, che più volte m’è sembrata fatica sprecata: per quanto forzasse, Ruud riusciva sempre a ribattere. Avevo torto. Nole s’è salvato piazzando servizi perfetti e ricorrendo a colpi da fuoriclasse come quando ha annullato i due set point che il norvegese s’era guadagnato. Nel secondo parziale Ruud ha avuto qualche pausa di troppo, pur senza lasciare campo libero al gioco non irresistibile eppure vincente dell’unico dei Big Three che s’è messo a disposizione quando il circuito ha farraginosamente ripreso a funzionare. Nei passaggi decisivi, l’esperienza ha avuto la meglio. A risultato acquisito (7-5 6-3) dopo 2 ore e 11 minuti di battaglia vera, mi sono piaciuti gli identici sorrisi stampati sui visi di Nole, che dal pubblico trae linfa vitale, e di Casper, soddisfatto per il miglior torneo della sua breve carriera.
A chiusura di giornata, il duello argentino-russocanadese. Quasi fosse chiamato a dare continuità alla straordinaria performance di ieri contro Nadal, Schwartzman ha dominato gli scambi iniziali. Sotto 3-0 dopo dieci minuti, il mancino canadese ha preso allora a sparare bordate tanto precise quanto parecchio rischiose. Gli è andata bene: la neutralizzazione del break rimediato in apertura s’è concretizzata all’ultima occasione utile. Il decimo game, con Denis al servizio, è stato un lungo braccio di ferro che El Peque ha risolto attendendo gli errori dell’avversario più che forzando i propri colpi: 6-4 dopo 50 minuti.
Nel secondo set è stato l’allievo di Youzhny a prendere il largo grazie al break ottenuto nel quinto game. Al servizio quand’era avanti 4-5, non è stato però in grado di chiudere, per colpa della propria fretta. Ma s’è ripreso subito, con un formidabile controbreak in rimonta. E poi ha sigillato un significativo 5-7.
Il terzo set è stato altrettanto combattuto, ricco di cambiamenti del momentum: entrambi hanno ceduto il servizio e poi se lo sono ripresi, entrambi hanno avuto la sensazione di poter evitare il tie-break e poi quella di dover sperare che arrivasse presto per stabilire una volta per tutte chi non non sarebbe partito anzitempo per Parigi. Alla fine, è stato l’argentino a mantenere i nervi più saldi.
A 28 anni Schwartzman centra l’obiettivo della prima finale in un Masters 1000. Ma ci arriva dopo due battaglie durissime e con sei ore di riposo in meno di Djokovic. Che non è poco.
Novak Djokovic è di scuola balcanica con influenze italiane. Inizia a giocare con Jelena Gencic, ex professionista serba, una presenza in tabellone a Wimbledon nel 1959 e poi talent scout e allenatrice di primo livello, con esperienze con Monica Seles a Goran Ivanisevic. Il suo secondo maestro è Niki Pilic, mancino croato, semifinalista a Wimbledon nel 1967, numero 6 al mondo nel 1968 e finalista al Roland Garros del 1973. Tra il 2004 e il 2005 è seguito da Riccardo Piatti, che allora era il coach di Ivan Ljubicic.
Il norvegese Casper Ruud è ufficialmente allenato dal papà Christian, ex stella del tennis norvegese che prediligeva l’attaccante, ma la sua formazione è tipicamente spagnola e terraiola, avendo avuto Pedro Rico come coach e poi, dal 2018, scelto come propria base la Rafa Nadal Academy sull’isola di Maiorca. Sono gli allenatori di Manacor a stargli vicini nelle trasferte.
Denis Shapovalov, canadese di nazionalità, per quanto riguarda il tennis è russo fino alle midolla: la mamma Tessa, già nazionale per il suo paese, gli ha insegnato i fondamentali e l’ha seguito nei primi anni da professionista per poi affidarlo, fiduciosa, al moscovita Mikhail Youzhny, numero 8 ATP nel 2008, due volte semifinalista agli UsOpen e fino a un paio di stagioni fa protagonista del circuito. L’alchimia tecnica e umana e forse anche la comune madrelingua hanno avuto effetti inattesi: Shapo è adesso un giocatore che, senza rinunciare alla fantasia e all’aggressività, è ordinato come il Comandante pretende. I risultati dicono che al ragazzo la terra piace: due dei suoi tre trofei ATP lì ha conquistati sul rosso.
Infine, Diego Schwartzman detto “El Peque”, il piccolo, formazione tipica da sudamericano dalle mille traversie ed esperienze. Ha avuto solo coach delle sue parti, da Sebastian Prieto, 137 ATP nel 1998, e Hernan Gumy, numero 39 nel 1996, a soprattutto Juan Ignacio Chela, 15 nel 2004, che lo segue da alcuni anni e con in quale ha ottenuto i suoi successi più importanti. Tutte le sue quindici vittorie e ventuno sconfitte nei Futures e nei Challenger hanno avuto come superficie la terra rossa. Dei tre successi nel circuito maggiore, solo una è arrivata sul cemento (Los Cabos, 2019).
Quattro grandi scuole, la balcanica, la russa, la spagnola e l’argentina, delle quali le ultime due con maggiore affinità con la terra battuta. Il trofeo degli Internazionali BNL d’Italia se lo giocheranno l’eclettico Djokovic, quattro volte volte vincitore a Roma su nove finali disputate, e l’efficacissimo Schwartzman, che si conferma uno dei migliori specialisti della superficie. Il numero 1 al mondo ha speso oltre due ore a cercare le soluzioni utili a sfibrare Ruud, il più fedele suddito ed epigono di Nadal, da poche ore detronizzato Re di Roma. (Attenzione: uso la parola epigono sapendo che significa “discepolo con minori qualità”, perché così è al momento: non escludo tuttavia che il norvegese in futuro possa competere con Dominic Thiem e pochi altri per l’eredità dello spagnolo).
Nel primo set il serbo è stato sul punto di venire travolto dalle lunghe traiettorie a effetto che l’avversario imprimeva alla palla. È stata una rincorsa, quella di Djokovic, che più volte m’è sembrata fatica sprecata: per quanto forzasse, Ruud riusciva sempre a ribattere. Avevo torto. Nole s’è salvato piazzando servizi perfetti e ricorrendo a colpi da fuoriclasse come quando ha annullato i due set point che il norvegese s’era guadagnato. Nel secondo parziale Ruud ha avuto qualche pausa di troppo, pur senza lasciare campo libero al gioco non irresistibile eppure vincente dell’unico dei Big Three che s’è messo a disposizione quando il circuito ha farraginosamente ripreso a funzionare. Nei passaggi decisivi, l’esperienza ha avuto la meglio. A risultato acquisito (7-5 6-3) dopo 2 ore e 11 minuti di battaglia vera, mi sono piaciuti gli identici sorrisi stampati sui visi di Nole, che dal pubblico trae linfa vitale, e di Casper, soddisfatto per il miglior torneo della sua breve carriera.
A chiusura di giornata, il duello argentino-russocanadese. Quasi fosse chiamato a dare continuità alla straordinaria performance di ieri contro Nadal, Schwartzman ha dominato gli scambi iniziali. Sotto 3-0 dopo dieci minuti, il mancino canadese ha preso allora a sparare bordate tanto precise quanto parecchio rischiose. Gli è andata bene: la neutralizzazione del break rimediato in apertura s’è concretizzata all’ultima occasione utile. Il decimo game, con Denis al servizio, è stato un lungo braccio di ferro che El Peque ha risolto attendendo gli errori dell’avversario più che forzando i propri colpi: 6-4 dopo 50 minuti.
Nel secondo set è stato l’allievo di Youzhny a prendere il largo grazie al break ottenuto nel quinto game. Al servizio quand’era avanti 4-5, non è stato però in grado di chiudere, per colpa della propria fretta. Ma s’è ripreso subito, con un formidabile controbreak in rimonta. E poi ha sigillato un significativo 5-7.
Il terzo set è stato altrettanto combattuto, ricco di cambiamenti del momentum: entrambi hanno ceduto il servizio e poi se lo sono ripresi, entrambi hanno avuto la sensazione di poter evitare il tie-break e poi quella di dover sperare che arrivasse presto per stabilire una volta per tutte chi non non sarebbe partito anzitempo per Parigi. Alla fine, è stato l’argentino a mantenere i nervi più saldi.
A 28 anni Schwartzman centra l’obiettivo della prima finale in un Masters 1000. Ma ci arriva dopo due battaglie durissime e con sei ore di riposo in meno di Djokovic. Che non è poco.