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Rafa vs. Nole, ça va sans dire

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Domenica Nadal e Djokovic si affronteranno per la settima volta sul rosso del Roland Garros. Nei quattordici anni di rivalità su questa superficie, soltanto in due occasioni, nel 2012 e nel 2014, c’era in palio il titolo, e in entrambe lo spagnolo si confermò imbattibile. Erano invece avversari in un quarto di finale quando, nel 2015, dopo tante batoste Nole riuscì a battere Rafa a Parigi. Se all’epoca, alle 20 vittorie del serbo corrispondevano, nel computo dei testa a testa, le 23 dello spagnolo, adesso, dopo il sorpasso, il primo vanta con 29 successi contro 26. In seguito, non si sono più ritrovati l’uno contro l’altro sul Philippe Chatrier o sul Suzanne Lenglen, che sono gli unici stadi che ospitano i loro match al Bois de Boulogne.
 
La prima notazione è ovvia: i due ragazzi del 1986 e del 1987 sono ancora i più forti del circuito. Lo ripeto soprattutto a me stesso, ché talvolta ne dubito. Nelle semifinali di oggi, però, il giovane detentore del titolo di Master dei Masters, Stefanos Tsitsipas, ha messo in serie difficoltà il numero 1 al mondo mentre il superspecialista della terra rossa Diego Schwartzman ha dovuto inchinarsi alla classe e alla forza del numero 2 del ranking mondiale, che a tratti  ha sfiorato la perfezione tennistica.
 
Djokovic-Tsitsipas, anzitutto. Per quasi due ore il greco non ha giocato male ma non è riuscito a sfruttare le molte occasioni create a proprio favore. Il serbo, invece, è stato cinico e determinato, trasformando in punti sonanti ogni errore del nuovo numero 5 ATP e ogni chance di piazzare un vincente: soprattutto, nei primi tre set ha sprecato una sola delle cinque palle di break ottenute, mentre Stefanos ne ha gettate undici su tredici. 
 
Poi è accaduto l’inatteso. Avanti per 6-3 6-2, nel terzo parziale Djokovic, alla risposta, ha accelerato nel nono gioco (5-4), è andato servire per chiudere la pratica, ha avuto un match point ma non l’ha gestito bene. Così è arrivato il primo controbreak di Tsitsi, che ha spostato l’ago della bilancia del match. Sorpreso di trovarsi improvvisamente costretto alla difesa, Nole non ha saputo contrastare le folate disperate di un giocatore che sembrava senza speranze e invece ha infilato un filotto di tre game consecutivi: 5-7 per l’ateniese.
 
La quarta frazione ha visto Djokovic alla ricerca costante del break e Tsitsipas in grado di rintuzzarlo puntualmente con coraggio. Anzi, quando nel decimo gioco s’è trovato nella condizione di prendersi il set, non ha avuto tentennamenti: 4-6. Ma a questo punto la luce di Stefanos s’è spenta, e il quinto set l’ha giocato al buio. Il 6-1 che manda Djokovic in finale è stato certificato dal giudice di sedia dopo quasi quattro ore di tennis da batticuore.
 
Sono infiniti i record che derivano dal felicissimo rapporto di tre lustri di Nadal con il Roland Garros. Ne cito alcuni: ha vinto dodici volte lo slam sulla terra rossa (Bjorn Borg, per capirci, si fermò a sei) senza mai perdere una finale; nessun essere umano, a prescindere da genere, superfici ed epoche, ha mai fatto altrettanto in nessuno dei major; per cinque volte, dal 2010 al 2014, ha alzato consecutivamente la coppa a Parigi; in quattro stagioni -  2010, 2013, 2017 e 2019 - dopo aver trionfato nell’Open francese si è ripetuto in quello americano, distanziando Ivan Lendl (due doppiette, 1986 e 1987) e Rod Laver (1962 e 1969). 
 
Ci intriga qui un altro record, poco citato ma attuale: prima della semifinale di oggi con Diego Schwarzman, lo spagnolo aveva affrontato 11 volte un argentino al Roland Garros, ovviamente senza mai perdere considerando che gli unici a impedirgli di arrivare in fondo al torneo sono stati lo svedese Robin Soderling nel 2009 al quarto turno e il serbo Djokovic nel 2015 ai quarti di finale (non va considerato il ritiro nell’edizione 2016 quando non si presentò in campo contro il connazionale Marcel Granollers a seguito di un infortunio al polso). Per la storia minore, gli argentini dei quali Rafa si è via via liberato sulla terra rossa di Parigi sono stati, in sequenza, nel 2005 Mariano Puerta, nel 2007 Juan Martin del Potro, nel 2010 Horacio Zeballos, nel 2012 Eduardo Schwank e Juan Monaco, nel 2014 Leonardo Mayer, nel 2016 Facundo Bagnis, nel 2018 Diego Schwartzman in quattro set, Guido Pella e di nuovo del Potro, infine l’anno scorso Juan Ignacio Londero. Schwartzman stavolta è sceso in campo con un significativo precedente: al decimo tentativo, tre settimane fa a Roma nei quarti ha battuto il maiorchino per la prima volta con un punteggio non equivocabile: 6-2 7-5. Nello specifico, Diego è riuscito nell’occasione a impedire all’avversario di conquistare metri di campo. Sul rettangolo del Philippe-Chatrier è accaduto il contrario: usando il gancio con la consueta abilità e mettendo sempre a frutto il rimbalzo peculiare della terra parigina, il numero 2 al mondo ha imposto all’avversario di stare alla larga dalla riga di fondo, da dove spesso accelera mirando millimetricamente i rari spazi lasciati incustoditi. Ridotti così i rischi, Rafa ha lasciato che il resto lo facesse l’aria umida del Bois de Boulogne, che su di lui funziona come un’endorfina. Nei primi due set per non c’è stato nulla da fare per el Peque (6-3 6-3), ma nella terza frazione, poco alla volta, a seguito di un evidente calo d’attenzione da parte di Nadal la partita ha cambiato segno, fino a consegnare al numero 8 ATP nel ranking in tempo reale la possibilità multipla di ottenere il break sul 5 pari. 
 
Nell’economia del match è stato questo, l’undicesimo, il game più importante: è durato dodici minuti e, alla fine di un’estenuante alternanza di occasioni sprecate o pericoli annullati, se l’è preso Rafa, più convinto di potercela fare, come ha confermato dopo pochi minuti nel tie  break. Nadal non ha sbagliato nemmeno una palla, attaccando e difendendosi con straordinaria maestria: 7-0. Le sue statistiche dunque vanno aggiornate. Diventano 12 i match vinti al Roland Garros alle spese della pattuglia di argentini, 99 i successi al Roland Garros, 13 le finali eccetera eccetera eccetera eccetera eccetera.