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Se 24 ore di riposo non bastano

L'abbraccio a fine partita tra Sinner e Shapovalov (afp)
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Non è la prima volta che un giocatore in campo in una finale ATP affronti il giorno successivo nel primo turno di uno slam un avversario con un ranking migliore o a livello del suo. Non mi ricordo sia mai capitato a un italiano nell'era Open (conto su qualche lettore con memoria migliore della mia): di certo non è mai accaduto a due. Che sono Stefano Travaglia, 29 anni compiuti prima di Natale, numero 60 nella classifica mondiale in tempo reale, e Jannik Sinner, 19 anni e mezzo, ATP 32, protagonisti nella notte italiana tra sabato e ieri del match di chiusura del neonato Great Ocean Road Open, organizzato in tutta fretta al posto dell'Adelaide International nello stesso Melbourne Park che da oggi ospita gli Australian Open. L'ultima delle sei precedenti finali all italian maschili data 22 maggio 1988: sul campo 3 del Circolo del Tennis delle Cascine, a Firenze, Massimiliano Narducci, ascolano classe 1964, aveva sconfitto in rimonta (3-6 6-1 6-4) il romano Claudio Panatta, 1960. Stavolta a prevalere è stato il sudtirolese allenato da Riccardo Piatti, che ha battuto in due set (7-6 6-4) Travaglia, anch'egli ascolano come peraltro il suo coach Simone Vagnozzi.  
 
A mio giudizio, Australia Tennis e ITF, organizzatori degli AusOpen, avrebbero dovuto consentire agli otto finalisti dei due tornei melbournesi ATP 250 della scorsa settimana e della ATP Cup, conclusa domenica con il successo dei russi sugli azzurri, di avere almeno un giorno di riposo. Nella stessa condizione di super-carico di Sinner e Travaglia si trovavano il canadese Felix Auger-Aliassime e il britannico Daniel Evans, finalisti dell'altro ATP 250, i russi Daniil Medvedev e Andrej Rublev e i nostri Matteo Berrettini e Fabio Fognini, tutti in scena domani con l'eccezione del giovane campione di Montreal, vincitore ieri del Murray River Open e facile dominatore oggi sul campo 13 del tedesco Cedrik-Marcel Stebe (6-2 6-4 6-2).
 
Travaglia, spedito a sfidare Frances Tiafoe a poco più di ventiquattr'ore dalla sua prima finale ATP in carriera, ha giocato un eccellente primo set in rimonta, cedendo soltanto al tie break, ma nella seconda e nella terza frazione del match non è stato in grado di opporsi con la consueta concentrazione all'americano, 23 anni appena compiuti, nel 2019 numero 29 al mondo. Il risultato, 7-6 6-2 6-2, rispecchia le differenti riserve di energia fisica e mentale dei due avversari. Appunto.
 
L'ultimo match a finire nella notte australe è tra Jannik e il più forte under 23 al mondo dopo Stefanos Tsitsipas, il canadese Denis Shapovalov, numero 12 ATP. Nel primo set sento un telecronista urlare in inglese: "Questo giovane italiano ha colpi incredibili". In effetti, per tre quarti d'ora Sinner dà l'impressione di poter disporre dell'avversario con autorevolezza e freddezza, quasi che la finale del giorno prima non gli pesi affatto. Nelle due successive frazioni, però, poco per volta alla crescita in coraggio agonistico dell'allievo di Mikhail Youzhny non fa riscontro un adeguamento in qualità difensive da parte dell'italiano, meno sicuro al servizio e più impreciso nei passanti lungolinea e incrociati. Il calo risulta evidente in termini di lucidità: pur avendo a disposizione parecchie occasioni per recuperare gli svantaggi accumulati, Jannik non sa sfruttarli. I dati confermano quanto visto in campo. Per esempio, nel terzo set Shapovalov ottiene 8 dei 36 punti totali scendendo a rete e sbagliando una sola volta la conclusione mentre Sinner somma solo 2 punti su 3 tentativi d'attacco complessivi.
 
Il quarto set ricalca dapprima i due precedenti, con il canadese subito avanti di un break e il ragazzo di San Candido, esausto, a inseguire un riaggancio che m'appare improbabile e che invece gli riesce nel sesto game, forse anche grazie al sonoro sostegno dei nottambuli italiani sugli spalti della Margaret Court Arena. È un tipico strabismo generazionale: a 19 anni appare possibile quanto alla mia età viene giudicato un'impresa sovrumana. Il secondo break a favore consegna a Jannik la possibilità di giocarsi tutto nel quinto set. Che comincia con un sofferto break a favore di Shapo. E che continua con il sudtirolese che non si dà per vinto. "Sembrano Federer e Djokovic, fatte le debite proporzioni", mi suggerisce un amico, che ovviamente paragona Sinner al serbo, gran padrone del fondo campo. Stavolta però Denis non si fa riprendere e superare, sebbene rischi il break all'ultimo tuffo: chiude il match sul 3-6 6-3 6-3 4-6 6-4 quand'è quasi l'una. Con un'oncia di energia in più, Jannik ce l'avrebbe fatta.
 
A piacermi davvero a inizio giornata, schierate una dopo l'altra sul campo 8, sono state Camila Giorgi e Sara Errani. La marchigiana non ha dato alcuna chance a Yaroslava Shvedova, da poco rientrata nel circuito dopo tre stagioni di stop prima per un infortunio e poi per un parto gemellare. Forte doppista, capace di issarsi tra le top 30 nel singolare una decina di anni fa, la russa naturalizzata kazaka ha dovuto subire l'aggressività della numero 1 d'Italia e 79 del mondo. Che, nonostante le frequenti prime di servizio fuori misura, grazie ai molti vincenti è riuscita a evitare che gli scambi si prolungassero più del necessario, riducendo il rischio di errore. Camila passa il turno con un promettente 6-3 6-3. Ad attenderla troverà la sorprendente vincitrice dell'ultimo Roland Garros, la polacca Iga Swiatek.
 
Addirittura entusiasmante Sara Errani, che s'era conquistata il tabellone principale nelle qualificazioni di Doha il mese scorso. Apparsa nel primo set (2-6) un po' in balìa della numero 1 cinese Qiang Wang, 29 anni, testa di serie 30 del torneo, la romagnola attuale numero 112 WTA ha trovato misura e fiducia nel secondo set (6-4) ma ha dato la sensazione di avere dato tutto il possibile all'inizio del terzo. Sotto 1-4, non ha sbagliato più nulla e con cinque game consecutivi perfetti ha chiuso i conti dopo 131 minuti sfiancanti. Al secondo turno Sara, 33 anni, troverà una veterana ben più veterana di lei: Venus Williams, 41 anni in giugno, alla ventesima partecipazione agli Australian Open, dove non ha mai alzato la coppa del singolare pur sfiorando il titolo nel 2003 e nel 2017.