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Perché Serena e Roger non mollano

Serena Williams (reuters)
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Non riuscirò mai a farmi persuaso - così s’esprimono Montalbano e Fazio quando qualcosa non li convince, anzi li lascia assai perplessi - che una formula matematica possa descrivere qualsiasi fenomeno. Per esempio, come raccontare con i numeri la doppia trasformazione di Serena Williams, da lenta e fallosa com’era al Foro Italico tre settimane fa a rapida e precisa come l’ho vista nel primo set oggi sul campo Philippe Chatrier, per poi tornare lenta e fallosa nel secondo set? È finita che per battere la romena Mihaela Buzarnescu, trentatreenne di notevole talento e semivuoto palmares (qualche successo e piazzamento solo nelle ultime tre stagioni, è numero 159 WTA ma era numero 20 a metà del suo miracoloso 2018), ha dovuto ricorrere a una terza trasformazione che, abbinata a una buona dose di fortuna, le ha consentito di dominare l’ultimo set (6-3 5-7 6-1).

La più giovane delle sorelle Williams compirà 40 anni il 26 settembre, un mese e mezzo dopo Roger Federer. Entrambi attualmente numeri 8 dei rispettivi ranking, non sono i più anziani dei primi duecento classificati WTA e ATP: li superano Venus, appunto, che va per i 41 anni, e Ivo Karlovic, che è già oltre i 42. Tuttavia, quest’anno i loro match a Parigi, Wimbledon e Flushing Meadows sono e saranno monitorati e vivisezionati punto per punto, game dopo game, set dopo set perché potrebbero non avere repliche in futuro. Sia Serena, sia Roger sembrano convinti di poter alzare un’altra volta il trofeo di un major, e questo fatto suscita ulteriore attenzione mediatica. L’americana ha poi una motivazione - con 24 slam, diventerebbe la più titolata giocatrice della storia - e un argomento in più rispetto a Roger per puntarci: se continuerà a migliorare la qualità delle prestazioni grazie alle cure assidue di Patrick Mouratoglou, troverà presto poche avversarie in grado di contrastarla. Tre o quattro, al massimo: Ashleigh Barty, Naomi Osaka, Iga Swiatek, forse Sofia Kenin. Federer ha di fronte un folto parterre di avversari potenzialmente all’altezza dell’impresa di batterlo, su una o su tutte le superfici: i soliti Nadal e Djokovic, l’incostante Medvedev (non sulla terra rossa, però: nella sessione notturna a spalti vuoti, oggi il russo ha lasciato il primo set all’americano Tommy Paul, 24 anni, ATP 52), Zverev, Tsitsipas, anche Thiem se ritroverà l’equilibrio psicofisico, persino Berrettini e Rublev.

Come ogni sport, il tennis ha bisogno di imprese che entrino nella memoria collettiva: è accaduto con l’uno-due di Panatta tra Roma e Parigi nel 1976, con la finale Borg-McEnroe a Wimbledon nel 1980, con il successo di Roberta Vinci ai danni di Serena in semifinale a Flushing Meadows nel 2015, con la sfida tramortente Djokovic-Federer ai Championships di due anni fa. Perché una partita diventi un evento memorabile servono la qualità dello spettacolo e, soprattutto, la personalità dei protagonisti: che è la ragione per la quale nessuno ricorda qualcosa del match tra Cilic e Nishikori che chiuse gli Us Open del 2014. Di certo, se tra dieci giorni sul Bois de Boulogne, oppure tra poco più di un mese a Londra o in settembre a New York Serena o Roger raggiungessero la finale, il mondo si fermerebbe a guardarli.

Nell’attesa del gran giorno, continuiamo a seguire da vicino gli italiani impegnati a Parigi. Oggi c’è da registrare la vittoria di Fabio Fognini, che vale doppio perché con un’unica sbavatura, e la sconfitta di misura di Martina Trevisan, che lascia un po’ d'amaro in bocca in quanto la toscana è stata a un passo dal successo. Il ligure aveva un impegno tutt’altro che facile, considerato che Marton Fucsovics, 29 anni, ATP 44, è avversario ostico per chiunque, pur non disponendo di un servizio che fa male: ragione in più per cominciare con il piede giusto. Invece Fabio s’è subito adontato per una palla dubbia che il giudice di sedia ha assegnato all’avversario. Gli effetti negativi del minimo episodio si sono prolungati per l’intero set, per fortuna concluso al tie break con alcuni pezzi di bravura del numero 3 d’Italia e con generosi regali dell’ungherese. Da quel momento in poi è stato un one-man-show che il 7-6 6-1 6-2 finale rappresenta correttamente. Al terzo turno Fabio troverà l’argentino Federico Delbonis, che ha battuto in cinque dei sette precedenti incontri.

Contro la romena Sorana Cirstea, 31 anni, WTA 54, Martina ha giocato con la grinta e la convinzione che sotto il cielo di Francia le vengono naturali. Anzi, se possibile, la consapevolezza di avere i numeri utili a superare il turno le ha consigliato di rischiare di più: troppo, a ben vedere. Per esempio, nel primo set, avanti 2-3 con il servizio a disposizione, non ha saputo evitare l’immediato controbreak, né il break sul 5-4 dopo aver sprecato cinque occasioni di pareggiare i conti. Agevolmente incassato il secondo set, nella frazione conclusiva Marti si è portata sull’1-3 a favore ma non ne ha approfittato neanche stavolta. Il 6-4 3-6 6-4 subito le impedisce di raggiungere il terzo turno e di tentare il bis del settembre scorso, quando raggiunse qui i quarti di finale.