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Quando serve un tuffo nel lontano passato

Lorenzo Sonego (reuters)
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Poiché c'ero, lasciatemelo raccontare. Londra, 1955, fine giugno. Nicola Pietrangeli, che aveva eliminato nei giorni precedenti Grinda, Mottram e Ager, negli ottavi di finale dei Championships faticò a prendere le misure dell'esperto Gilbert Shea, californiano classe 1928 (è morto sei mesi fa, all'antivigilia di Natale), dotato di uno dei più potenti servizi dell'epoca. Il romano classe 1933 cedette il primo set abbastanza nettamente (2-6), ma poi riuscì a tenere l'avversario a distanza, grazie al gioco di qualità che gli americani, svelti e potenti, snobbavano (6-4 6-4 6-4). Nei quarti, il più vincente italiano del dopoguerra incappò però nel campione danese Kurt Nielsen, che aveva già mandato fuori tabellone il nostro Orlando Sirola al primo turno e sarebbe approdato poi alla finale. Lo trascinò al quinto set ma perse per un nonnulla (1-6 6-3 5-7 6-2 7-5).

Giuseppe "Beppe"Merl…

Poiché c'ero, lasciatemelo raccontare. Londra, 1955, fine giugno. Nicola Pietrangeli, che aveva eliminato nei giorni precedenti Grinda, Mottram e Ager, negli ottavi di finale dei Championships faticò a prendere le misure dell'esperto Gilbert Shea, californiano classe 1928 (è morto sei mesi fa, all'antivigilia di Natale), dotato di uno dei più potenti servizi dell'epoca. Il romano classe 1933 cedette il primo set abbastanza nettamente (2-6), ma poi riuscì a tenere l'avversario a distanza, grazie al gioco di qualità che gli americani, svelti e potenti, snobbavano (6-4 6-4 6-4). Nei quarti, il più vincente italiano del dopoguerra incappò però nel campione danese Kurt Nielsen, che aveva già mandato fuori tabellone il nostro Orlando Sirola al primo turno e sarebbe approdato poi alla finale. Lo trascinò al quinto set ma perse per un nonnulla (1-6 6-3 5-7 6-2 7-5).

Giuseppe "Beppe"Merlo, classe 1927 (ci ha lasciati due anni fa) era l'altro azzurro ancora nel main draw al quarto turno dell'edizione numero 69 dello slam sull'erba. Meranese d'origine e bolognese d'adozione, si era facilmente liberato di McDonald, di Botha e di Davies. Al grandissimo Ken Rosewall, che avrebbe conteso a Rod Laver il predominio sul tennis australiano e dunque mondiale degli anni Cinquanta e Sessanta, Beppe potè purtroppo opporre ben poco, ritirandosi sul punteggio di 6-4 6-2 2-1.

Come ho scritto sopra, io c'ero: avevo tre mesi. Quindi non parlo di fatti vissuti o visti. Ma posso testimoniare con diretta cognizione di causa che, da quel 1955, mai due maschi italiani hanno trovato posto, insieme, tra i magnifici sedici degli ottavi di Wimbledon. Fino ad oggi.

L'impresa, come sapete, è riuscita in perfetta simultaneità a Matteo Berrettini e a Lorenzo Sonego sui campi 3 e 17, con punteggi quasi sovrapponibili (6-4 6-4 6-4 e 6-3 6-4 6-4) alle spese - va detto - di onesti lavoratori del circuito, pur sempre da rispettare ma, al momento, di almeno una categoria inferiori al nostri numeri 8 e  25 ATP. Aljaz Bedene, quasi 32 anni, sloveno per breve tempo cittadino britannico, numero 56 al mondo (è stato al massimo 43), non ha punti deboli ma nemmeno un colpo che metta davvero in difficoltà un avversario di prima fascia. Matteo, sempre più a proprio agio sull'erba, si è limitato a mantenere alta la concentrazione e a rintuzzare le rare situazioni di pericolo. James Duckworth, 29 anni, australiano, è invece il tipico giocatore da Challenger e Futures: ne ha vinti 18, gran parte dei quali in Australia ed Estremo Oriente. Grazie alla netta superiorità al servizio e alla propensione all'attacco, Lorenzo gli ha raramente consentito di conquistare metri di campo, creando così frequenti occasioni per i passanti o le palle corte.

Sarebbe ingeneroso parlare di due match dall'esito scontato - non lo sono mai - ma certo gente del calibro di Andrey Rublev, vittorioso ieri su Fabio Fognini, avrebbe costituito per entrambi un diverso livello di difficoltà. Così come non sono certo di valore confrontabile i loro prossimi avversari: il bielorusso Ilya Ivaska, 27 anni, ATP 63, per Berrettini, Roger Federer per Sonego. Cosa pretendere di più dal Manic Monday?

Proprio Federer è stato uno dei protagonisti del sabato che precede la tradizionale sosta domenicale della quale è stata annunciata l'abolizione a partire dall'anno prossimo (anche le tradizioni più british sembrano ormai svanire). Davanti al pubblico della Centre Court indeciso se tifare per lui, amatissimo da quasi vent'anni, o per l'ultimo britannico rimasto in tabellone, Cameron Norrie, lo svizzero ha dato una superba dimostrazione di come a quasi quarant'anni si possa giocare divertendo e divertendosi. Lucido e consapevole dei propri mezzi, si era posto come obiettivo minimo superare la boa della prima settimana londinese. Ora che l'ha ottenuto e che ha verificato che il proprio tasso di competitività sta salendo di match in match (oggi ha vinto con autorevolezza: 6-4 6-4 5-7 6-4), continuerà con animo più leggero a vivere alla giornata, perché quanto incasserà sarà l'extrapremio alla perseveranza condivisa con il team (i coach Severin Luthi e Ivan Ljubicic in primis), con la moglie Mirka e con le legioni di tifosi.

Sono due ragazzine, infine, ad aver ispirato, con i propri colpi, le numerose standing ovation degli spettatori sia delle Centre Court sia del campo 1: l'americana Cori Gauff, della quale da tempo sappiamo quasi tutto (oggi ha battuto 6-3 6-3 la slovena Kaja Juan), e la sconosciuta britannica di natali canadesi, ma di padre rumeno e di madre cinese, Emma Raducanu, 18 anni, WTA 338, entrata in tabellone grazie a una wild card e diventata, dopo i tre successi sulla russa Vitalia Diatchenko, la ceca Marketa Vondrousova e, oggi, la rumena Sorana Cirstea (6-3 7-5), la teen ager più amata nel Regno Unito. In effetti, gioca davvero bene: serve da navigata professionista, è elastica e mobilissima, ha uno straordinario anticipo, usa il passante incrociato come arma letale. In più, mostra d'avere un feeling naturale con il pubblico. Potrebbe offrire lei, insieme a Gauff, che ha 17 anni, le "motivazioni di vendita" delle quali il tennis professionistico femminile ha bisogno.