Attenti a Jasmine, ci sorprenderà
di Claudio Giua , di Claudio GiuaSta tornando la vita sul pianeta del tennis femminile italiano. Il recente exploit di Camila Giorgi nel Masters 1000 di Montreal ha fornito argomenti a chi sostiene che, se le qualità ci sono e il carattere le sostiene, prima o poi i risultati arrivano: verità che nemmeno Jacques de La Palice e Massimo Catalano avrebbero osato pronunciare, tant’è ovvia. Eppure, quando qualcuno torna a ripeterla, parecchi interlocutori scuotono la testa, consapevoli che non funziona più il sistema che, tra la fine degli anni novanta e il secondo decennio del nuovo secolo, aveva prodotto giocatrici come Francesca Schiavone e Flavia Pennetta, vincitrici del Roland Garros 2010 e degli Us Open 2015. Sì, non funziona semplicemente perché non esiste più. E da parecchio tempo. Infatti né Camila, né Jasmine Paolini, né Martina Trevisan hanno seguito i percorsi umani e professionali delle azzurre che trionfarono in quattro Fed Cup tra i…
Sta tornando la vita sul pianeta del tennis femminile italiano. Il recente exploit di Camila Giorgi nel Masters 1000 di Montreal ha fornito argomenti a chi sostiene che, se le qualità ci sono e il carattere le sostiene, prima o poi i risultati arrivano: verità che nemmeno Jacques de La Palice e Massimo Catalano avrebbero osato pronunciare, tant’è ovvia. Eppure, quando qualcuno torna a ripeterla, parecchi interlocutori scuotono la testa, consapevoli che non funziona più il sistema che, tra la fine degli anni novanta e il secondo decennio del nuovo secolo, aveva prodotto giocatrici come Francesca Schiavone e Flavia Pennetta, vincitrici del Roland Garros 2010 e degli Us Open 2015. Sì, non funziona semplicemente perché non esiste più. E da parecchio tempo. Infatti né Camila, né Jasmine Paolini, né Martina Trevisan hanno seguito i percorsi umani e professionali delle azzurre che trionfarono in quattro Fed Cup tra il 2006 e il 2013. Hanno vissuto e lavorato in una fase di transizione un po’ confusa, che le ha condizionate negativamente. Adesso però, mutuando esperienze come quelle di Matteo Berrettini e Lorenzo Musetti, operano in contesti nei quali i loro staff agiscono con la massima autonomia e, contemporaneamente, s’abituano a interloquire frequentemente con le strutture federali. Un mix difficile da azzeccare in caso di eccessi o carenze d’ingredienti: bisogna provare e riprovare, servono anni e pazienza ma qualche risultato incoraggiante arriva già dalle over 25, più mature, ed è lecito attenderselo presto dalle under 20.
Mi sono appuntato queste considerazioni “di sistema” mentre seguivo il match tra Vika Azarenka, 32 anni, numero 1 WTA quasi un decennio fa, 30 nel ranking in tempo reale, e Jasmine Paolini, classe 1996, piazzata a quota 83. I divari fisico e d’esperienza tra le due giocatrici - documentati dai 23 centimetri d’altezza in più della bielorussa e dai 32 milioni di euro di premi in carriera contro uno solo della garfagnanina - mi sono sembrati quasi azzerati mentre s’affrontavano davanti al pubblico del Louis Armstrong Stadium. Ceduto il primo set (6-3) per eccesso di cautela, nel secondo l’allieva di Renzo Furlan ha messo in gravissime difficoltà la tre volte finalista a Flushing Meadows. Per nulla intimorita dalla location e dalla storia dell’avversaria, la numero 2 d’Italia ha sfoggiato un tennis basato sulla velocità dei piedi, sulle variazioni di ritmo e sul coraggio di provare a chiudere da qualsiasi posizione. A lungo ha comandato gli scambi, costringendo spesso Vika all’errore. Sul 5-4 e sul 6-5 ha annullato due match point ma nel tie break finale ha dovuto lasciare il passo alla testa di serie 18 del torneo (7-1). Poco male, Jasmine è ormai pronta ad alzare il livello delle proprie ambizioni. In nessun match parte più come sicura perdente: m’aspetto che già prima della fine della stagione faccia un risultato di valore.
Le considerazioni “di sistema” valgono, a maggior ragione, per le teen ager che stanno tentando il passaggio al professionismo come Beatrice Ricci, 18 anni, allenata da due miei cari amici, Deborak Carmassi e Pierfrancesco Restelli, sulla tennisticamente feconda costa apuana. La cito qui perché, mentre Paolini si godeva gli applausi a scena aperta del pubblico newyorkese, nel torneo ITF 35A a Monastir in Tunisia lei affrontava l’indiana Sravya Shivani Chilakapudi e, dunque, con la coda dell’occhio seguivo via Internet l’andamento del suo match (per la cronaca, Bea ha vinto con un netto 6-1 6-1). Rispetto alla generazione di Jasmine e Martina, il tentativo con le ragazze appena uscite dal circuito junior è di accorciare i tempi della crescita senza tuttavia forzarli, evitando così il rischio di far saltare i fragili meccanismi che trasformano un’adolescente di buone speranze in un’atleta matura e competitiva.
Torniamo a Flushing Meadows. La prima giornata dei secondi turni è stata influenzata dagli stop per la pioggia sui campi non coperti e non solo: il tetto dell’Armstrong Stadium ha mostrato di non essere affatto a tenuta stagna. A mio giudizio, sono due i risultati a sorpresa: l’uscita di scena del norvegese Casper Ruud, 22 anni, testa di serie numero 8, per mano del qualificato olandese Botic van de Zandschulp, 25 anni, ATP 104; la perentorietà (6-4 6-2) con la quale Sloane Stephens, 28 anni, WTA 52, si è liberata di Cori Gauff, di 11 anni più giovane ma già Top 20 (19, per la precisione). Data da molti sulla via di un tramonto parecchio anticipato, la campionessa 2017 degli Us Open ha dominato gli scambi grazie soprattutto al dritto, potente e usato con sapienza per scagliare imprendibili sventagli a uscire. Alla fine ha avuto parole di affetto quasi materno per Cori, “della quale sono molto orgogliosa”: nello sport la solidarietà afro-americana trova modo di esprimersi con evidenza.