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Van de Zandschulp, il ragazzo che ha scoperto New York

Van de Zandschulp, il ragazzo che ha scoperto New York
(afp)
Fino a due settimane fa non aveva mai messo piede negli States, neanche da turista. Agli Us Open non ha un coach ufficiale. Ha tolto un set a Medvedev: anche se eliminato, è lui la rivelazione del torneo
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Confesso di non avere in simpatia Daniil Medvedev, al quale però riconosco più determinazione di chiunque altro della generazione dei nati dopo il 1995. Più determinazione - per limitarci ai Top 8 della classifica live - di Stefanos Tsitsipas e Alexander Zverev, che dispongono di maggiore talento, più di Andrey Rublev e Matteo Berrettini, pur abituati a lottare fino all’ultima stilla di energia. Non mi piacciono il suo atteggiamento e lo stile. Mi sembra un maschio alfa in versione moscovita, una sorta di Vladimir Putin del tennis, mosso dal superomismo e privo di empatia. Lo so: c’è poca valutazione tecnica e molta superficialità in questo mio ritratto. Sebbene influenzato da banali pregiudizi simil-lombrosiani, non sono tuttavia così obnubilato da non ammettere che il numero 2 al mondo sia più credibile del suo avversario in semifinale Felix Auger-Aliassime, di Matteo, di Sascha o Lloyd Harris (impegnati domani nei  quarti della parte alta del tabellone) nel ruolo del placcatore in grado di fermare la corsa di Novak Djokovic verso la meta del Grande Slam.

Di converso, ho una recentissima infatuazione per Botic van de Zandschulp, primo giocatore ad avere messo in difficoltà Medvedev negli Us Open 2021, sottraendogli oggi un set (6-3 6-0 4-6 7-5) nel quarto di finale d’apertura nell’Arthur Ashe Stadium. È un’infatuazione sia sportiva (mi piace come gioca), sia per l’immagine che trasmette (sorride sempre), sia soprattutto per la sua storia. Per capire il valore dell’impresa compiuta da Botic a Flushing Meadows, basta un particolare extra-agonistico: prima di un paio di settimane fa non aveva mai messo piede negli Stati Uniti, nemmeno da turista, così come non era mai stato in Australia prima degli Open a Melbourne lo scorso gennaio. BdvZ ha sempre giocato esclusivamente in Europa, alzando la coppa in sette tra Futures e Challenger in posti comunque raggiungibili da Wageningen, dov’è nato 26 anni fa, al massimo in quattro ore tra treno e aereo. Non ha infatti partecipato, per ragioni di classifica e di costi, agli slam giovanili, ha sfiorato qualche Masters, soltanto da questa stagione ha osato tentare l’accesso in tutti e quattro i major, riuscendoci ovunque compreso Wimbledon seppure da lucky loser. Di fatto, agli Us Open non ha con sé un coach ufficiale perché quello procuratogli l’anno scorso dalla FIT olandese, la KNLTB, Peter Lucassen, lo ha lasciato di punto in bianco tra il Roland Garros e gli Championships. In America l’accompagna un buon ex giocatore, Michiel Schapers, numero 25 ATP nel 1988, che racconta così il loro rapporto in questa avventura: “Siamo qui da soli, io e lui. Stiamo bene. Ora la mia principale occupazione è proteggere Botic dai media. Vorremmo limitarci alle conferenza stampa, ma riceviamo così tante richieste di interviste! Non è un problema parlare con le persone, ma abbiamo dovuto stilare una lista: il prossimo giornalista chiamerà tra quattro minuti. Dopo la partita con Schwartzman abbiamo impiegato mezz'ora per andare dallo stadio alla sala dei giocatori. Non so quanti selfie ci hanno chiesto. Gli americani scelgono un favorito e lo sostengono: meraviglioso!”. 

Insomma, van de Zandschulp, che lascia il Billie Jean King USTA National Tennis Center da numero 62 Atp (era 117 alla viglia del torneo), sta adattandosi alla nuova dimensione da Top 100. Dopo il secondo turno a Wimbledon, dove era stato eliminato in tre set da Berrettini, era tornato ai suoi tornei minori, cinque Challenger in due mesi. Con qualche punto in più adesso entrerà di diritto nei Masters 1000, gli sponsor lo assedieranno, in Olanda ne faranno un eroe popolare, potrà consentirsi uno staff personale. Ma la sensazione è che il ragazzo terrà ben saldi i piedi a terra. Oggi è davvero stato a un passo dal trascinare Medvedev al quinto set, come il russo ha confermato in conferenza stampa. BdvZ ha perso, ha sorriso, ha salutato il pubblico che l’ha applaudito a lungo. Prima di tornare a casa farà un giro a Manhattan, probabilmente in bicicletta: “Mi sembra una città molto bella. L'avevo vista nei film e nelle serie tv”. Uno così non può essere una meteora.

Sono invece rimasto parecchio deluso da Carlos Alcaraz, osannato diciottenne planato come un avvoltoio sui quarti di finale e uscito dal campo come un anatroccolo azzoppato. Opposto al canadese Auger-Aliasssime, che di recente ha goduto dei consigli di Toni Nadal, lo spagnolo ha messo in scena alcuni scambi a velocità supersonica ma ha sofferto il gioco aggressivo del numero 11 Atp. Perso il primo set 6-3, ha consultato il fisioterapista per un dolore alla gamba e poi, sotto 3-1, ha alzato la racchetta e ha salutato. Dopo aver visto ieri Oscar Otte continuare a giocare con Berrettini nonostante l’evidente contusione al polso destro, la decisione di Carlitos di  arrendersi lascia l’amaro in bocca.

Tostissima invece la neodiciannovenne Leylah Fernandez, 49 Wta nel ranking in tempo reale, che ha stoppato alla soglia della semifinale l’ucraina Elina Svitolina, 26 anni, 4 Wta. Sospinta dal tifo del  pubblico del centrale, la canadese ha prevalso in tre set (6-3 3-6 7-6) offrendo una prova del proprio carattere da lottatrice. In semifinale affronterà la bielorussa Aryna Sabalenka, testa di serie numero 2, che ha sconfitto in due set (6-1 6-4) la trionfatrice di Parigi, la ceca Barbora Krejcikova, 7 Wta. Sarà un confronto tra giocatrici che propongono stili di gioco opposti, seppure con esiti simili in termini di efficacia: leggera e dinamica Leylah, potente e muscolare Aryna.