Dal Paradiso all'Inferno in meno di due ore. Tutto al Pala Alpitour. Che esplode di gioia alle 21.02 quando Matteo Berrettini spunta dalla galleria che dà accesso al rettangolo grigio e azzurro. Un minuto dopo entra in campo anche Alexander Zverev, che ha già vinto il titolo di Maestro dei Maestri nel 2018 a Londra e qui si prende una generosa razione di applausi. Nel set d’avvio Matteo ricorre costantemente alla prima di servizio per trarsi d’impaccio, mentre il tedesco non corre mai il rischio di concedere il break. Ne consegue un andamento peristaltico della partita, con game tanto lunghi quando serve il romano, quanto rapidi quando la palla viene messa in gioco da Zverev. Nel dodicesimo game, Matteo, avanti 6-5, si procura due set point, che però spreca. Nel tie break, combattutissimo, alla fine prevale Zverev. Dopo un’ora e venti minuti di scambi massacranti, la partita appare aperta.
Sul Pala Alpitour cala però il silenzio alle 22.52 quando Berrettini, che quattro minuti prima ha colpito di diritto e poi s’è accasciato, dà la sensazione di aver subito un serio infortunio agli addominali come gli accadde a Melbourne in febbraio. Inutile l’intervento del fisioterapista. Il tentativo di riprendere gli scambi dura pochi secondi. È un knock-out che potrebbe gettare Jannik Sinner nella mischia nelle Finals maggiori (è la prima riserva) e che sicuramente indebolirà la squadra azzurra di Davis in campo la prossima settimana qui a Torino. La decisione se continuare o no il torneo verrà presa domani dallo staff di Berrettini.
Nel mio immaginario Matteo è il ragazzo che, come Marty McFly, con un salto temporale di oltre quarant’anni ha riannodato i fili del tennis italiano vincente. Fumetti e film sono uno degli alimenti dell’anima della mia generazione. Non io, ma alcuni dei miei cugini più piccoli non si perdevano un numero dei “Fantastici Quattro” della Marvel. Ogni quindici giorni aspettavano ansiosi l’uscita della rivista a fumetti, che si passavano l’un l’altro. La sfogliavo anch’io, sebbene di nascosto: negli anni Settanta non era una lettura politicamente corretta. In tempi più recenti, seguendo slam e Finals m’è capitato talvolta di pensare a Federer, Nadal, Djokovic e Murray come ai Fantastici Quattro del tennis, mai decidendomi però ad abbinare definitivamente ciascuno di loro a un supereroe: chi era la Cosa? Rafael o Nole? Chi Mister Fantastic? Roger? E chi era la Torcia Umana? Andy? E, soprattutto, chi la Donna Invisibile? A prescindere dal giochino, a intrigarmi era il fatto che ciascuno dei più vincenti campioni del Millennio avesse una personalità talmente definita da assicurarsi i favori sempiterni o l’astio ottuso di una fetta di pubblico: impossibile tifare, per esempio, sia per Federer sia per Nadal, così come i miei cuginetti non potevano amare la Cosa e, insieme, la Torcia.
C’è da chiedersi se i protagonisti dell’attuale circuito ATP suscitino altrettante passioni sportive di Roger & Co. o, nel mio caso, attivino l’immaginazione con la stessa provata efficacia degli autori Marvel. Non ho una risposta. Senza prendere in considerazione il fattore campanilistico (tutti abbiamo nel cuore Matteo Berrettini e avremmo voluto vederlo trionfare nelle Nitto ATP Finals), posso testimoniare che Daniil Medvedev, classe 1996, raccoglie l’ammirazione ma nessun entusiasmo da parte pubblico attento del Pala Alpitour, che alle 14 affolla gli spalti al limite massimo consentito dal Comitato Tecnico Scientifico (11.100 spettatori). Il suo avversario Hubert Hurkakz, classe 1997, è più applaudito perché azzarda avanzamenti verso la rete da dove, in particolare nel primo set, talvolta chiude il punto con eccezionale velocità d’esecuzione per uno alto 186 centimetri. In più, Ubi parte da netto sfavorito, e gli underdog fanno sempre simpatia.
Il match di esordio delle prime Finals italiane della storia ha un andamento che sembra studiato a tavolino per rimpolpare lo scarso appeal dei due giocatori in campo. Nel primo set dà il meglio di sé il polacco che aveva sbarrato, a furia di buoni risultati, la strada di Sinner verso Torino. Dopo dodici game in equilibrio, nel tie break Ubi prende il largo e non si fa più riagganciare da Daniil. Poiché niente fa inferocire il numero 1 di Russia e 2 del mondo più di un parziale ceduto banalmente, nel secondo set alza il ritmo e il peso dei colpi. Dopo nemmeno dieci minuti si capisce che la musica è cambiata. Il moscovita alza dal 40 al 50 per cento la quota di sue seconde di servizio che portano punti e diventa devastante quando ha l’occasione di ribattere con un minimo di agio ai colpi Hurkakz. Il punteggio dopo due ore di gioco è 6-7 6-3 6-4: Medvedev non avrebbe potuto iniziare meglio.