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La consacrazione di Zverev

Alexander Zverev
Alexander Zverev (reuters)
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Lo sport si alimenta di rivalità che nel tempo diventano appuntamenti imperdibili. L'ultimo atto delle ATP Finals torinesi entrerà nella storia del tennis per avere comunicato al grande pubblico globale che il primo El Clásico degli anni venti è Alexander Zverev vs. Daniil Medvedev, come furono clasíci Nadal vs. Federer, Federer vs. Djokovic e Djokovic vs. Nadal, con l'inserimento talvolta di Murray in qualità di alternate. 

Direte: il tedesco e il russo - vincitori delle Finals 2018 e 2020 - si sono già affrontati undici volte in passato, sono il numero 3 e 2 del ranking mondiale, dunque non c'era bisogno della finale del Pala Alpitour per ufficializzare una rivalità che è nei fatti. Non è così: dei precedenti testa-a-testa, giocati a partire dal torneo di San Pietroburgo nel 2016, soltanto in due occasioni si trattò di una finale, nei Masters 1000 a Shanghai nel 2019 e a Parigi Bercy l'anno scorso, entrambe con vittorie del moscovita. Eventi importanti ma non sufficienti a incidere nell'immaginario collettivo. Le Finals sono tutt'altro, valgono quanto uno slam o un'Olimpiade, che poi sono i trofei più importanti che Daniil (Us Open) e Sascha (Tokyo) hanno alzato nel 2021. E nella prossima stagione avremo sicuramente un major che si risolverà con una finale che li vedrà protagonisti. Potrebbe accadere già a Melbourne, nel caso Djokovic decidesse di non raggiungere l'Australia dove la vaccinazione anti-Covid è obbligatoria. Non ho dubbi che il loro principale antagonista si confermerà Stefanos Tsitsipas, in attesa della maturazione di Jannik Sinner e della crescita di Carlos Alcaraz, che sono i più talentosi under 21 del circuito. 

Il match è stato dominato da Zverev, che nel corso della settimana torinese - cominciata peraltro con la sconfitta di misura per mano di Medvedev nel round robin (6-3 6-7 7-6) - ha messo a punto una preparazione pressoché perfetta con la collaborazione del fratello Mischa. Oggi, implacabile al servizio e efficace alla risposta, il numero 1 di Germania non ha concesso all'avversario alcuna chance di recuperare i break subiti nel terzo game del set d'apertura e nel primo game del secondo parziale. Il colpo che ha chiuso la partita è stato quasi irridente: un ace di seconda, da destra a sinistra a uscire. 

Il punteggio (6-4 6-4) non descrive compiutamente la supremazia evidenziata dal campo, che cancella la sensazione di un Medvedev ingiocabile per Zverev maturata dopo la serie di cinque precedenti insuccessi cominciata nelle Finals londinesi di due anni fa. Il russo, al quale è difficile trovare punti veramente deboli, sta esprimendo una qualità media costante nel tempo: più di ogni avversario attuale escluso Djokovic. Ho seguito tutte le sue cinque partite a Torino e mai ho visto un calo di prestazioni: le difficoltà si palesano quando l'avversario gli oppone picchi di gioco molto alti, come Sinner nel secondo e terzo set di giovedì e come Zverev oggi.

Due righe su Torino 2021. È stata una festa del tennis, in un contesto adatto a una manifestazione di questo livello. Zverev e Medvedev lo hanno detto oggi: meglio di Londra, dove le Finals sono state ospitate per un decennio. La location del Pala Alpitour e delle strutture collegate, come lo Sporting, è all'altezza dell'evento, il coinvolgimento della cittadinanza più stretto di quanto ci si potesse attendere, la risposta del pubblico eccellente. L'organizzazione è stata promossa, e l'esperienza maturata quest'anno sarà utile a evitare errori nel quadriennio che vedrà Torino accogliere a fine stagione gli otto migliori giocatori del mondo e il circo che li accompagna, oltre agli spettatori che andranno senz'altro crescendo.

L'unico appunto riguarda la rigidità del copione messo a punto dall'ATP. Oggi, per esempio, la sceneggiatura avrebbe dovuto prevedere un momento ufficiale dedicato alla vicenda di Peng Shuai. Che resta irrisolta, nonostante le "prove in vita" arrivate dai media controllati dal regime di Pechino. Non convincono nemmeno le circostanze nelle quali è avvenuta la videochiamata tra il presidente del CIO Thomas Bach e la tennista scomparsa: non si sa dove sia, chi la controlli, come stia realmente. A usare argomenti inequivocabili è, per fortuna, il grande capo della WTA Steve Simon: "Se le nostre richieste non verranno esaudite, non avremo altra scelta se non considerare seriamente se tornare a giocare in Cina. Se Peng Shuai non è al sicuro, libera di muoversi e parlare liberamente, nessuna delle nostre giocatrici può essere al sicuro in Cina. In altre parole, il rapporto tra la Cina e la WTA è a un bivio". A Finals concluse, è il caso che l'ATP si esprima con altrettanta chiarezza