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Zverev e Djokovic, perfezione imperfetta

Zverev e Djokovic, perfezione imperfetta
(ansa)
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Non è detto che la perfezione sia sempre sinonimo di bellezza. Stasera Novak Djokovic e Alexander Zverev hanno dato vita alla partita perfetta, con turni di servizio senza errori per un'ora e tre quarti (poi sono arrivati i break), scambi prolungati e sfiancanti, controllo spasmodico di ogni gesto. Eppure sono stati rari i momenti davvero spettacolari perché i loro colpi di straordinaria qualità sono talmente naturali da apparire nulla di che, alla portata di chiunque. Da qui, l'imperfezione.

Il tedesco, 24 anni, è visibilmente cresciuto nel corso delle Finals e ha affrontato la semifinale con la determinazione di chi non teme più alcun avversario. Il serbo, 34 anni, in questi giorni ha ripetuto di avere l'intenzione di continuare nel tour agli attuali livelli d'eccellenza per almeno altre due stagioni. Oggi è sceso in campo per dare una conferma con i fatti, convinto di avere i numeri tecnici, atletici e mentali necessari per accedere alla finale. Non è accaduto perché Alexander ha trovato nel primo e nel terzo set i guizzi che gli hanno consentito di ottenere il minibreak e il break poi difesi con intelligenza e, alla fine, risultati decisivi (7-6 4-6 6-4 in due ore e 28 minuti).

Come spiego più sotto, se le serie storiche hanno significato, Casper Ruud, numero 8 del ranking ATP in tempo reale, pur essendo approdato alle semifinali non poteva invece in alcun modo puntare al titolo sul sintetico del Pala Alpitour. L'esito del suo match pomeridiano contro Daniil Medvedev, numero 2 ATP, non è stato in forse nemmeno nel corso del lungo quinto game (dodici punti giocati) del secondo set, al termine del quale il russo s'è intascato il break che l'ha mandato dritto dritto (6-4 6-2) allo scontro di domani con Zverev.

Il moscovita, 25 anni, e l'amburghese si sono già affrontati nel secondo turno del girone rosso, martedì scorso. Dalla piccionaia del palazzetto, quel pomeriggio il match m'era sembrato equilibratissimo. Zverev, come talvolta gli accade, aveva faticato a ingranare, ma poi s'era espresso al meglio, cedendo soltanto al tie-break del terzo set (6-3 6-7 7-6). Il precedente non comporterà alcun vantaggio per il trionfatore di Flushing Meadows 202: in passato la circostanza ha anzi spesso favorito lo sconfitto di pochi giorni prima. Piuttosto, Zverev potrebbe patire il dispendio di energie di oggi, da recuperare in meno di 18 ore. Non avrà peso neppure l'emozione, poiché entrambi hanno già vinto le Finals, nel 2018 Sascha e l'anno scorso Daniil. Nel bilancio dei testa-a-testa prevale il russo con sei successi contro cinque.

Tutto va come deve andare se sono i numeri 2 e 3 del mondo a sfidarsi nella finale del torneo che è per definizione la sintesi dei valori emersi nel corso della stagione. La formula a gironi si conferma un meccanismo rodato che evita sorprese: non è mai accaduto in 51 anni che ad alzare la coppa del supertorneo sia stato un Top Eight per caso, una buona "spalla" dei protagonisti, per mutuare il gergo della città del Museo Nazionale del Cinema nell'emozionante Mole Antonelliana. Perfino i vincitori più inattesi delle Finals sono transitati almeno per una settimana tra i Top Three, da Manuel Orantes (1973) a Michael Stich (1993), da Alex Corretja (1998) a David Nalbandian (2005), da Nikolaj Davydenko (2009) a Grigor Dimitrov (2017). Dunque, se non riuscite a immaginare Matteo Berrettini e Jannik Sinner come futuri Top Three, è come se non gli concedeste chance di candidarsi a Maestro dei Maestri. Quando ve lo chiedono, pensateci prima di rispondere.