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Matteo, adesso devi ripeterti con Rafa

Matteo, adesso devi ripeterti con Rafa
(ansa)
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Seconda semifinale slam in sette mesi (l’altra fu a Wimbledon in luglio), terza in ventotto (Us Open 2019). Gli annali ci dicono che solo Nicola Pietrangeli ottenne risultati altrettanto significativi nel biennio 1959-1960, con la semifinale a Londra e i due trionfi a Parigi. Quand’è in queste condizioni fisiche e mentali, Matteo Berrettini - primo italiano ad arrivare tanto lontano negli Australian Open - esprime un tennis solido e intelligente. Non servono chissà quali altri aggettivi per descrivere la qualità del suo gioco, al momento tra i più efficaci del circuito, basato com’è sul servizio potente e preciso, la difesa con il rovescio in back, le accelerazioni di diritto, gli attacchi in slice. Soprattutto, vanta una tranquillità di fondo che gli viene dalla fiducia nei propri mezzi e lo sorregge nei momenti difficili.

Oggi la testa di serie numero 7 ha dovuto attingere a ogni propria risorse per domare l’avversario nei quarti di finali, Gael Monfils. Alzi la mano chi, tra i lettori di Monday’s Net, non sa chi è Monfils. Ecco, lo conoscete tutti. Lavoro in meno per me. Bastano allora pochi dati che facciano da promemoria: 35 anni, parigino di origini caraibiche, è un formidabile atleta, poderoso, veloce ed elastico come un giocatore di basket ventenne, non ha tecnicamente punti deboli; tutt’altra faccenda è la tenuta mentale nel corso dei match, dei tornei e della stagione, talmente labile da avergli impedito di rivaleggiare con costanza di rendimento con i pari età (classi 1986 e 1987) e pari qualità Nadal, Djokovic e Murray; numero 30 del ranking ufficiale dell’ATP, 26 in quello ufficioso in tempo reale, dal 2007 è praticamente fisso tra i Top 20, s’è issato spesso  tra i Top 10 (6 nel 2016) ma di tanto in tanto ha subito tracolli di classifica a causa di infortuni e faccende personali; dal 2016 non raggiungeva i quarti di finale di uno slam; estroverso e popolare ovunque nel mondo, l’estate scorsa si è sposato con Alina Svitolina, ucraina, 27 anni, numero 3 ATP nel 2017, a coronamento di una travagliata storia d’amore seguita da milioni fan via Instagram. 

 

Contro un avversario così, che ha battuto tre anni fa al tie break del quinto set dei quarti agli Us Open e che qui a Melbourne è testa di serie 17, Matteo non gioca la partita perfetta, ha un avvio poderoso, vive una lunga crisi per due set, produce un formidabile finale. Nonostante alcuni pezzi di bravura del francese, all’inizio è lui a comandare con continuità il gioco. Ottenuto il break nel quinto game, ha un solo momento difficile nel decimo quando deve annullare una palla di break. Poi va a chiudere sul 6-4.

 

Più complicata la gestione della seconda frazione da parte del romano, che rischia di concedere un break nell’interminabile quarto game, del quale raccomando la visione nelle scuole tennis. Stremato dalla maratona, Monfils non mantiene il servizio nel settimo game mettendo Berrettini nelle condizioni di prendere il largo e di portarsi avanti con un altro 6-4. 

 

Il terzo set propone una trama diversa perché al sesto game per la prima volta s’interrompe la serie di turni di servizio vincenti di Matteo. Una quota maggioritaria del pubblico è schierata per il longevo underdog, che ne chiede platealmente il sostegno. L’azzurro si trova a subire la situazione ambientale e dà anche segnali di un po’ di stanchezza. L’effetto combinato è il 3-6 per il francese, che si rimette in corsa.

 

Gael appare adesso galvanizzato, arriva a un passo da un altro break in apertura del quarto set. Matteo si limita a  contenere le sue sfuriate in attesa del momento di affondare. Che non arriva. Anzi, è di nuovo Monfils ad andare in fuga nel quinto gioco e a ripetersi nel nono con un altro break:  3-6, di nuovo.

 

Contro Carlos Alcaraz, nel terzo turno, Berrettini s’era trovato nella medesima situazione, costretto al quinto set mentre l’avversario appariva in stato di grazia dopo la rimonta. Allora aveva dovuto attendere il tie break per risolvere la questione, stavolta mette subito Monfils nell’angolo grazie alle ritrovate reattività e lucidità. In pochi minuti si porta sul 4-0 a furia di vincenti. Poi non deve fare altro che non distrarsi quand’è al servizio. Il 6-2 che decide il passaggio al penultimo atto dello slam downunder arriva dopo 3 ore e 48 minuti di grande spettacolo. Matteo urla a piena gola “…non sento!”, finalmente libero di esprimere al pubblico della Rod Laver Arena il disappunto per lo scarso tifo nei suoi confronti e per le frequenti intemperanze di un gruppetto di disturbatori.

 

Solo Rafael Nadal può fermare la corsa di Berrettini verso la seconda finale di slam in carriera. Lo spagnolo aveva saltato l’intera seconda parte della stagione 2021 - a parte il tentativo sfortunato di rientro a Washington in agosto - a causa dell’infortunio al piede subito nella finale persa a Parigi contro Novak Djokovic. Accertata l’origine congenita del problema, era stato addirittura ipotizzato un suo ritiro definitivo dalle competizioni. Invece eccolo qui a Melbourne a mettere passione ed esperienza nei passaggi di un torneo che l’ha acclamato vincitore una sola volta, tredici anni fa. 

 

Nadal ha impiegato più di quattro ore a piegare Denis Shapovalov, protagonista di una rimonta entusiasmante segnata da 20 ace contro i 10 dell’avversario e da 53 vincenti (contro 41), molti dei quali davvero spettacolari. Sul punteggio finale (6-3 6-4 4-6 4-6 6-3) ha pesato il suo tasso di errore, troppo alto rispetto a quello di Nadal. É stata anche una partita nervosa. Nel secondo set il canadese ha accusato l’arbitro Carlos Bernardes di “corruzione” (addirittura) per aver consentito a Nadal, alla risposta, di rifiatare qualche secondo di troppo: non c’è più rispetto per gli anziani. Per Nadal, venerdì, si tratterà della semifinale numero 36 di slam in carriera. Berrettini proverà a rendergliela amara.