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Il capolavoro di Rafael Nadal

Il capolavoro di Rafael Nadal
(afp)
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2, 13, 21 29, 35: decidete voi quali numeri giocare al lotto sulla ruota di Melbourne. Gli slam vinti qui, gli anni trascorsi dal precedente lontano trionfo in terra aussie, i titoli major sommati in carriera, le finali disputate, l'età di Rafael Nadal, che nell'occasione fa le veci della Smorfia? 

A dire il vero, la sorte non è decisiva nelle performance del campione di Manacor. Lo sono la dedizione, i colpi, l'umiltà, la passione. È uno che ieri ha detto: "Sono felice perché sto di nuovo facendo quanto mi piace di più, che è giocare. Vincere uno slam è importante, ma non altrettanto". Un tempo, nelle pause tra i match o a cena con gli amici ragionavamo talvolta su quale fossero le attese di Nadal all'inizio di uno slam, che poi erano le stesse di Novak Djokovic e di Roger Federer e, per parecchi anni, anche di Andy Murray: doveva preoccuparsi di non incappare in qualche tranello nei cinque turni prima della semifinale, quando avrebbe verosimilmente affrontato uno degli altri tre superplayer, per poi giocarsela in finale con il secondo superstite del quartetto. Prima del 2019, pochi hanno avuto la chance d'impedire l'iterazione meccanica dello schema a quattro  (a memoria ne cito alcuni: Andy Roddick, Jo Wilfried Tsonga, Tomas Berdych, Robin Soderling, Stan Wawrinka, Juan Martin del Potro, David Ferrer, Marin Cilic, Kei Nishikori, Milos Raonic, Kevin Anderson, Dominic Thiem), riuscendoci in una manciata di occasioni. 

Tutto è cambiato. Le stagioni recenti hanno visto l'uscita di scena di fatto di Federer e Murray, gli addii o il downgrading dei comprimari escluso Thiem (peraltro bloccato da guai fisici dopo la finale a Melbourne nel 2020), il finora timido affacciarsi di Stefanos Tsitsipas, Alexander Zverev e Matteo Berrettini e, infine, il prepotente protagonismo di Daniil Medvedev. Il russo, classe 1996, numero 2 ATP, è approdato a quattro finali degli ultimi dieci major, compresa quella di oggi degli Australian Open contro Nadal. Non una prima assoluta, la loro: i due si erano affrontati nel 2019 nell'ultimo atto di Flushing Meadows, quando il maiorchino prevalse per 7-5 6-3 5-7 4-6 6-4 al termine di una battaglia di quasi cinque ore. 

Nadal è rientrato nel circuito all'inizio di gennaio dopo una sosta di oltre sei mesi per l'infortunio al piede conseguente a un problema osseo congenito non correttamente diagnosticato in precedenza. È passato dal timore di dover lasciare anzitempo l'attività (compirà 36 anni in giugno) alla felicità di riscoprirsi pienamente competitivo. Medvedev è il campione in carica degli Us Open. Il suo primo successo in uno slam ha avuto come corollario la delusione cocente di Djokovic, fermato alla soglia di uno storico Grande Slam.

Il moscovita domina il primo set al cospetto del pubblico della Rod Laver Arena che sostiene calorosamente Rafa. È rapidissimo negli spostamenti nonostante i 198 centimetri di statura,  aggancia e tiene in campo palle insidiosissime, risulta ragionevolmente efficace quando serve e prodigioso alla risposta. Nadal cerca inutilmente di trovare il ritmo che gli potrebbe consentire di sfiancare l'allievo del francese Gilles Cervara. Quando lo trova nel secondo parziale, per Medvedev aumenta il tasso di difficoltà: è costretto ad annullare un set point nel nono game per riportarsi sul pari e aggiudicarsi infine il tie break in rimonta.

Lo spagnolo non molla perché non l'ha mai fatto in oltre vent'anni di professionismo. Lotta da par suo nel terzo set, spara dritti e rovesci, accorcia e allunga la gittata dei colpi, forza e anticipa l'impatto della palla. Octopus Daniil ribatte comunque e da qualsiasi posizione. Nel sesto game ha tre occasioni per andare in fuga che si fa annullare, nel nono cede il servizio consentendo così a Nadal di prendersi il parziale.

Il quarto set ha una progressione anomala, con le palle break salvate da Rafa alle quali fanno seguito banali errori di Daniil che mettono l'avversario nelle condizioni di prendere il largo. Invece, il controbreak è immediato. Un'altra accelerazione in termini di qualità di gioco mette però le ali a Nadal, che non si fa più agguantare. 

Come a New York tre anni fa, la partita si decide nel quinto set. Che sembra risolversi nel quinto gioco, con il turno di servizio che il russo perde sotto la gragnola di passanti incrociati e lungolinea, e nel sesto, durante il quale Rafa si deve difendere con le unghie e con i denti. All'ultimo tuffo valido, invece, Medvedev ottiene il controbreak. Non c'è più tempo per le tattiche. Sul 5 pari arrivano tre altre occasioni di break per l'ex numero 1, che non ne trasforma due ma va a segno con l'ultima. Poi, al servizio, non sbaglia nulla. Finisce, in rimonta, 2-6 6-7 6-4 6-4 7-5 dopo 5 ore e 24 minuti. Nessuno nell'era Open ha fatto un'impresa così, che diventerà leggendaria.

Su Nadal leggerete commenti trasudanti elogi nelle prossime ore. Se li merita tutti, perché è un formidabile sportivo e un uomo di valori. Vi risparmio i miei elogi. Di Medvedev dico che non ha bisogno di altri esami per essere considerato il primo campione laureato - come la intendevano i latini - dell'era post Fab Four, ruolo che è peraltro legittimamente suo da quando, dieci mesi fa, è diventato numero 2 ATP: dal 2005 i primi due del ranking mondiale erano stati a turno soltanto Federer, Nadal, Djokovic o Murray. Se migliorerà il rendimento sotto rete, in futuro farà sue parecchie finali di major. Il tempo sta dalla sua parte. Ma, malmostoso e talvolta verbalmente aggressivo com'è, non sarà mai una fonte positiva d'ispirazione come Rafa.