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La festa di Djokovic è una riconciliazione

La festa di Djokovic è una riconciliazione
(reuters)
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Il pomeriggio del 7 novembre 2017, molti tra il pubblico del padiglione 1 della Fiera a Rho-Pero ebbero la percezione che quei due ragazzi magri, alti e biondi avrebbero lasciato impronte profonde nel sentiero del tennis del secondo e terzo decennio del secolo. Sparavano bordate spaventose e poi chiudevano con tocchi deliziosi, ed era un’esibizione, mica un match. Alexander Zverev, classe 1997, era già così forte da dover rinunciare alle ATP Next Gen Finals, alla prima edizione, per partecipare, come numero 3 del ranking mondiale, alle ATP Finals maggiori di Londra. Era però venuto ugualmente a Milano, e per l’occasione gli era stato organizzato un match con Stefanos Tsitsipas, classe 1998, che era lì come “alternate”, sostituto, nel caso uno degli otto finalisti Under 21 subisse un infortunio. Il greco impressionò per il gioco solido e maturo e le soluzioni inattese come le stop volley, tipiche di colleghi con molta più esperienza.

Ora la rivalità Zverev-Tsitsipas è un topos del circuito. Da quel freddo martedì milanese in poi i due si affrontano 12 volte, compresa la semifinale romana di oggi, con la netta prevalenza - 8 successi contro 4 - del figlio dell’ateniese Apostolos e della moscovita Julia Salnikova sul talentuoso rampollo della famiglia di tennisti russi trasferiti in Germania dopo la caduta del Muro (papà Alexander Mikhailovich e mamma Irina erano giocatori professionisti, così come il fratello Mischa). Tra il 2018 e l’inizio del 2020 Stefanos diventa la bestia nera di Sascha con cinque vittorie su sei confronti, ma dopo lo stop per la pandemia l’equilibrio si ristabilisce e i due si scambiano regolarmente i ruoli: l’anno scorso in primavera ad Acapulco in finale prevale Zverev, in giugno al Roland Garros in semifinale passa Tsitsipas, che però in agosto viene sconfitto a Cincinnati, sempre in semifinale; quest’anno, nelle tre semifinali nei Masters 1000 sulla terra rossa Stefanos ha la meglio a Monte Carlo e a Roma, Alexander a Madrid.

Oggi, a consolidare la routine, finisce 4-6 6-3 6-3 in 2 ore e 28 minuti. Sascha approfitta dell’unica brevissima pausa di Tsitsi per prendersi sia il break sul 3 pari, sia, sullo slancio, il primo parziale. Gli altri due set sono di fatto dominati dal greco, grazie a percentuali migliori alla risposta, soprattutto sulla seconda di servizio. Il suo avversario di domani sarà Novak Djokovic, che in serata ha  ragione di Casper Ruud faticando appena l’indispensabile (6-4 6-3 in un’ora e 41 minuti). Anche il norvegese, classe 1998, aveva avuto accesso, nel 2019, alle Next Gen Finals ma il suo non fu un exploit come quello di Jannik Sinner, classe 2001, wild card italiana e poi trionfatore del torneo. Le qualità del norvegese si sono evidenziate nelle stagioni successive, con un crescendo in parte inatteso, scandito da sette titoli ATP e culminato nella finale del Masters 1000 di Miami il mese scorso, persa contro Carlos Alcaraz.

Stasera ai danni di Casper giocano due fattori che invece esaltano Nole: l’occasione di ottenere il successo numero 1000 in carriera e l’urgenza  di tornare a vincere un grande torneo dopo le vicende invernali conseguenti al suo rifiuto a vaccinarsi contro il Covid. Il numero 8 ATP non sfigura, ma la serata è tutta di Djokovic, dall’esultanza dopo il quindici decisivo alla sorpresa per la torta preparata nel caso di record raggiunto. Di fatto, una riconciliazione collettiva con il campione che Roma ha sempre amato.

A tarda sera, mentre dal vicino Stadio Olimpico non giungono boati a significare che la Roma è in serie difficoltà con il Venezia, viene il momento della semifinale di Fabio Fognini e Simone Bolelli, opposti alla supercoppia formata da Mate Pavic e Nikola Mektic. Mai vista tanta gente per un match di doppio: è di buon auspicio per una specialità spettacolare, veloce e senza pause che prima o poi le tv decideranno di valorizzare. Al risultato negativo del primo set (6-3 per i croati) contribuiscono due errori sotto rete di Simone, fino a quel momento ineccepibile, quando al servizio è Fabio sul 4-3. Nella seconda frazione, sul 2 pari c’è discussione per una palla giudicata fuori dal giudice di sedia che ha come conseguenza il break per gli ex numeri 1 ATP. Nel game successivo, gli azzurri sono bravissimi a ottenere il controbreak nonostante un’altra decisione discutibile di Mohamed Lahyani. La tensione sembra favorire gli italiani, ma i croati hanno nervi saldi. Si va al tie break, nel quale la sinergia di Pavic e Mektic risulta più efficace (7-5).

Tre ore prima, sostenuti dal pubblico del Pietrangeli, John Isner e Diego Schwartzman, ottima sintesi tra l’alto e il basso, si sono già guadagnati l’accesso alla finale. Saranno loro, dunque, ad affrontare domani Pavic e Mektic.

I numeri, seppure ancora parziali, degli Internazionali verranno resi noti domani durante la conferenza stampa del presidente Angelo Binaghi, che tradizionalmente precede le finali. Aspettiamoci cifre da record. Chiunque abbia frequentato con assiduità il Foro Italico in anni recenti può fin d’ora testimoniare di una presenza di pubblico mai così massiccia in passato: la gran parte dei match ha registrato il tutto esaurito, i ristoranti e i negozi sono stati presi d’assalto, in alcune ore il viale delle Olimpiadi, che è l’asse principale dell’impianto, era più congestionato della processione di Sant’Agata in febbraio o di piazza del Campo per il Palio di agosto.

La copertura mediatica - in particolare quelle televisive e web - hanno resocontato in tempo reale di un successo eccezionale. Sembra quasi che Roma  sia già entrata nel clima da mini-slam, con 12 giorni di match e  tabelloni allungati a 96 giocatori. Gli ultimi sì potrebbero arrivare presto, con l’abbattimento delle farraginosità burocratiche sia a livello di organizzazioni dei professionisti, sia dei decisori locali.