Proprio qui, sul rettangolo blu dell'Arthur Ashe Stadium, allora di una tonalità assai più smorta di oggi, Andre Agassi giocò domenica 3 settembre 2006 la sua ultima partita da professionista contro Benjamin Becker. Eppure di quel torneo tutti ricordiamo il match vittorioso del Las Vegas Kid - 8 slam e 101 settimane da numero 1 al mondo - del turno precedente contro il cipriota Marcos Baghdatis (6-4 6-4 3-6 5-7 7-5), opportunamente collocato dall'USTA nello stadio principale degli Us Open per consentire a tutti di salutare, nel caso di sconfitta, il dominatore a tratti, per tre lustri, del circuito ATP in condivisione con il sodale Pete Sampras. Vivisezionata in "Open!", quella sfida è ormai il paradigma letterario della sofferenza dei campioni.
Quando toccò a lui affrontare il trentaseienne americano di padre iraniano, il buon Benjamin, che con Boris Becker condivideva soltanto cognome e nazionalità ed era approdato nel tabellone principale provenendo dalle qualificazioni, lottò come un leone e alla fine prevalse per 7-5 6-7 6-4 7-5. L'ultimo suo colpo fu un ace centrale. Scrisse Repubblica: "Agassi ha lasciato il campo e si è accasciato piangendo sulla sua sedia, mentre i 23mila sugli spalti si sono levati per riservagli un lunghissimo applauso. Alla fine è riuscito, profondamente commosso, a parlare al pubblico: 'Il tabellone dice che ho perso, ma ciò che non racconta è quanto ho avuto negli ultimi ventun'anni. Ho avuto lealtà, mi avete sostenuto sui campi e nella vita. Vi porterò con me per sempre'". Userà parole e toni simili Serena Williams al termine della sua ultima partita ufficiale in questo slam e in carriera? Per ora sappiamo che la sua Baghdatis potrebbe risultare, ex post, Danka Kovinic, eroina tennistica del Montenegro, un paese che ha la metà degli abitanti di Cipro, regolata oggi per 6-3 6-3 dall'americana. La quale, forse, conoscerà la sua Benjamin Becker mercoledì nell'estone Anett Kontaveit, testa di serie numero 2 del torneo.
Tra i tanti motivi d'interesse del match con Danka ce n'era uno particolarmente caro a Serena: nei suoi precedenti venti primi turni a Flushing Meadows, dove ha alzato la coppa sei volte, non soltanto non è mai uscita di scena ma non ha perso un set dal 2001. Missione compiuta.
A meno di un mese dal quarantunesimo compleanno, con 27 anni di professionismo alle spalle, 23 major conquistati, 856 successi e 155 sconfitte in partite ufficiali, 96 milioni di dollari guadagnati in premi (e molti di più in sponsorizzazioni: da decenni è puntualmente la sportiva più pagata al mondo), la nipote di poverissimi immigrati nigeriani è soprattutto la donna che ha trasformato di più il tennis, tutto il tennis, tanto femminile quanto maschile. Con l'aiuto della sorella Venus gli ha strappato di dosso definitivamente le patine vittoriano-imperiali e wasp. L'ha demitizzato e popolarizzato. Poi l'ha rimitizzato e ridefinito esteticamente. Nemmeno i pionieri inglesi, gli irriverenti americani degli anni Venti, i moschettieri francesi, gli innovatori australiani, il sublime svizzero hanno fatto tanto in così poco tempo. Per questo motivo stasera sulle tribune dell'Arthur Ashe - che è stato il più grande tennista di colore - ci sono decine di campioni del passato, sportivi di altre discipline, ex presidenti americani, registi da Oscar e attori holliwoodiani, anchormen e anchorwomen popolarissimi, scicchissime direttrici di magazine, imprenditori di fama mondiale, scienziati e accademici eccitati e rumorosi come gli altri 23mila accorsi a vedere Serena, la più grande tennista tout-court. Per questo motivo stasera ogni quindici di "the Queen" è accolto da un boato che si sente ovunque, perfino dai campi d'allenamento più lontani. Per questo motivo tra due giorni saremo tutti qui per vederla un'altra volta.
Gli italiani. Più che convincente l'esordio di Matteo Berrettini, testa di serie numero 13 a New York, sicuro di sé senza essere strafottente nei confronti del cileno Nicolas Jarry, 27 anni in ottobre, ATP 123 dopo essere stato 38 nel 2019, uno che dà la sensazione - e forse la prova sulla propria pelle - che il meglio della carriera sia ormai alle spalle. Punteggio e durata della partita non richiedono tanti commenti: 6-2 6-3 6-3 in poco più di due ore.
Sorprende per due set la positiva prestazione di Lorenzo Sonego, che non attraversa un periodo di forma né, quindi, di soddisfazioni. Senza alcuno sforzo domina Jordan Thompson, incerto e falloso. Al termine del secondo parziale non intravedo alcuna possibilità che il momentum del match possa mutare, tant'è che mi dedico al Serena Show. Invece l'australiano, 28 anni, ATP 59, si rimette in carreggiata in in virtù di un ribaltamento di ruoli giustificato dalla sua ritrovata fiducia nel servizio e soprattutto dal calo di rendimento del torinese. Nel quinto set Lorenzo deve subito inseguire dopo un break malamente concesso. Anche per colpa dei crampi non gli riesce il riaggancio (2-6 1-6 6-2 6-4 6-3 per Thompson) e comincia a pensare alla stagione 2023.
Passa il turno Camila Giorgi che, sotto di un set e di un break, impone nei tre quarti d'ora finali il proprio gioco di vincenti assoluti che da tempo mi sono convinto s'ispiri alle azioni suicide degli Arditi nella Grande Guerra. A partire dal 4-6 2-3 la maceratese di formazione argentina - di sicuro la più elegante della prima giornata di Flushing Meadows grazie al completo nero firmato dalla sua azienda di abbigliamento sportivo - si prende dieci degli undici successivi game. Nello stesso lasso di tempo, l'ungherese Anna Bondar, 25 anni, WTA 55, si mette incoerentemente a imitarla, superandola per quantità di errori non forzati (29 contro 26). Mica facile. Finisce 4-6 6-3 6-1, punteggio che potrebbe galvanizzare Camila, finora sottotono rispetto alla scorsa stagione.
Si conclude qui il torneo di Martina Trevisan, attualmente WTA 27 e numero 1 d'Italia. Opposta alla russa Evgeniya Rodina, classe 1989, una figlia di dieci anni, senza apprezzabile classifica WTA a causa dell'assenza dal circuito durata tre anni, non trova mai la chiave tecnica e tattica per metterla in difficoltà. L'alto tasso dei vincenti della fiorentina serve a poco se gli errori sono di livello giorgiano (nel senso di Camila): 24 contro 8 i primi, 43 contro 22 i secondi. Finisce 7-5 6-1 ed è la conferma che, senza l'amata terra rossa sotto le suole, Martina continua ad arrancare.