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Carlito è troppo per Casper. E forse per chiunque

Carlos Alcaraz (afp)
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Nonostante le meraviglie sfoggiate oggi da Casper Ruud nella finale degli Us Open, il mio amico Giovanni sembra restio a cambiare idea: "È un giocatore da circolo, non ha un colpo che mi stupisca". Sarà, Giovanni capisce di tennis più di me. Mi limito a far notare che, nelle 3 ore e 20 minuti della finale sul rettangolo dell'Arthur Ashe Stadium, mi sono appuntato sul taccuino digitale, dalla parte dedicata a Ruud, molti ottimi servizi, una quantità di passanti di diritto, qualche veronica, alcuni drop shot che sfiancherebbero chiunque: pezzi di bravura che, in sinergia con la nota solidità tecnica e mentale del norvegese - 23 anni, finalista sconfitto a Parigi da Nadal in giugno - , fanno del suo gioco un mix a tratti micidiale.

Carlos Alcaraz è più attrezzato di Ruud in quanto ad aggressività, fluidità nei cambi di ritmo e determinazione negli scambi. Paga ancora un prezzo alto per i frequent…

Nonostante le meraviglie sfoggiate oggi da Casper Ruud nella finale degli Us Open, il mio amico Giovanni sembra restio a cambiare idea: "È un giocatore da circolo, non ha un colpo che mi stupisca". Sarà, Giovanni capisce di tennis più di me. Mi limito a far notare che, nelle 3 ore e 20 minuti della finale sul rettangolo dell'Arthur Ashe Stadium, mi sono appuntato sul taccuino digitale, dalla parte dedicata a Ruud, molti ottimi servizi, una quantità di passanti di diritto, qualche veronica, alcuni drop shot che sfiancherebbero chiunque: pezzi di bravura che, in sinergia con la nota solidità tecnica e mentale del norvegese - 23 anni, finalista sconfitto a Parigi da Nadal in giugno - , fanno del suo gioco un mix a tratti micidiale.

Carlos Alcaraz è più attrezzato di Ruud in quanto ad aggressività, fluidità nei cambi di ritmo e determinazione negli scambi. Paga ancora un prezzo alto per i frequenti errori dovuti all'esuberanza giovanile. In compenso Carlito dispone di fantasia ed efficacia al momento senza pari nel circuito, in attesa che a Novak Djokovic sia consentito di tornare protagonista in tutti i tornei e che Rafael Nadal trovi il modo di limitare gli effetti della sindrome di Muller-Weiss. Il tempo è tutto a suo favore, e non è detto che lui, Ruud e gli altri giovani leoni - da Zverev a Tsitsipas, da Medvedev a Sinner - concedano nuove chance agli anziani ex dominatori del tennis.

Il formidabile potenziale del diciannovenne murciano (per la precisione, Alcaraz ha 19 anni, 4 mesi e 5 giorni) si esprime pienamente nel primo e nel quarto set dell'ultimo atto degli Us Open, che si sviluppano con andamenti simili: conquistato il break, lo spagnolo lo difende senza affanni. Nel secondo set Ruud, che conferma di essere ormai ugualmente competitivo su tutte le superfici, riesce a imporre la propria strategia impostata sulle progressioni geometriche. Nel terzo set lotta alla pari per dodici game per poi crollare nel tie break (7-1). Il punteggio finale è 6-4 2-6 7-6 6-3. Tra le conseguenze del risultato di oggi c'è che Carlito conquista la testa del ranking ATP, con Ruud che lo tallona a breve distanza: 6740 punti contro 5850.

Quanto visto oggi a Flushing Meadows rafforza due convinzioni maturate durante lo slam americano. La prima è in relazione alla rapidissima crescita dei nuovi padroni del tennis maschile. Ruud era arrivato da outsider alle Next Gen Finals milanese del 2019, le ultime prima della pandemia. Si classificò settimo mentre Sinner sbaragliava il campo. Alcaraz ha trionfato nella Allianz Arena di piazza Stuparich soltanto dieci mesi fa e, nonostante l'evidente superiorità rispetto agli avversari, nessuno si sarebbe allora azzardato a pronosticarlo vincitore di uno slam e, addirittura, numero 1 mondiale entro la successiva stagione. I due finalisti di oggi sono riusciti dove i loro colleghi di pochi anni più anziani come Zverev, Tsitsipas e Berrettini hanno - scusate la crudezza - fallito: vincere uno slam o approdare almeno due volte a una finale di major. L'unico ex Next Gen a centrare entrambi gli obiettivi è stato finora Daniil Medvedev.

Il secondo ragionamento riguarda una novità regolamentare che, a mio giudizio, non è stata marginale nei risultati delle settimane newyorkesi. Da due mesi esatti il coaching è consentito nei tornei professionistici maschili, seppure con qualche limitazione: ad esempio, l'allenatore può brevemente parlare con il giocatore solo se sono entrambi nella stessa metà del campo; le interazioni verbali devono essere brevi e non sotto forma di domanda e risposta; le indicazioni non verbali, ossia con le mani, sono invece libere. La decisione dell'ATP è stata a suo tempo annunciata senza fanfare, anche perché la sperimentazione è semestrale e dunque potrebbe non trovare conferma già a partire dagli Australian Open 2023. Io spero che le nuove norme diventino definitive perché le riprese televisive valorizzano il coaching, sono divertenti e, seguendo il rapporto tra angoli e giocatore, s'imparano un sacco di cose. Per esempio, Juan Carlos Ferrero anche oggi ha impartito continui consigli e ripetuto incoraggiamenti a Carlito, che segue da molti anni ed evidentemente ha bisogno del conforto del numero 1 al mondo nel 2003. Meno intensa l'interazione tra Casper e il papà e coach Christian, fino a tre anni fa il più forte tennista norvegese della storia: ai due probabilmente bastano le occhiate per comunicare.