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Cosa ci insegnano Berrettini e Musetti

Cosa ci insegnano Berrettini e Musetti
(ansa)
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Quando capitava che Andre Agassi e Pete Sampras si affrontassero in una finale (accadde 16 volte), oppure toccava a Roger Federer e Stan Wawrinka sfidarsi per un titolo (2 volte) o, ancora, a Rafael Nadal e David Ferrer (8), mi chiedevo, invidioso, se mai avremmo visto due italiani vedersela fra di loro al termine di un torneo. Poi ci fu l’apoteosi di Flushing Meadows con Flavia Pennetta e Roberta Vinci l’una contro l’altra schierate nell’ultimo match degli Us Open, e fu tanto emozionante quanto lacerante: impossibilitato a scegliere per chi parteggiare, mi resi conto che è contro natura non esultare per un quindici conquistato né rammaricarsi per uno perso. Fu da quel giorno, il 12 settembre 2015, che la prospettiva di un un epilogo tutto italiano di un qualsiasi evento ATP o WTA prese a inquietarmi piuttosto che entusiasmarmi.

Invece, in modo inatteso, oggi la finale di Musetti e Berrettini a Napoli, ultimo atto dell’ATP Tour 250 temporaneamente ceduto dai cinesi, mi ha rasserenato. Tutto merito dei due ragazzi che, con Sinner e Sonego, rappresentano la meglio gioventù tennististica italiana non solo per quanto mostrano in campo ma anche per la maturità con le quali affrontano la vita che hanno avuto in sorte. Una vita che dà molto e toglie altrettanto, dunque impone metodo e disciplina e impone di crescere in fretta. Nonostante i sei anni di differenza d’età, Lorenzo (2002) e Matteo (1996) sono amici, ultimamente si allenano e passano parecchio tempo insieme durante i tornei, a Melbourne, a New York, a Londra. Non c’è rivalità. Durante la cerimonia di premiazione al Tennis Club Napoli, il romano fa i complimenti al carrarino ricordando che “io alla tua età facevo solo i Challenger” e riceve come risposta “tu per me sei una fonte d’ispirazione dentro e fuori il campo”. Musetti ripete in conferenza stampa che, pur nella consapevolezza di aver giocato un’ottima partita, il rendimento di Berrettini è stato condizionato dai problemi al piede sinistro (un dolore dalla natura non ancora individuata) che si erano già palesati sabato nella semifinale con il californiano Mackenzie McDonald. Èa.lora la volta del numero 14 ATP nel ranking in tempo reale e 2 d’Italia pronosticare una straordinaria carriera del numero 23 al mondo e 3 nazionale. Insomma, uno scambio di affettuosità senza affettazione.

Il bello è che dietro di loro c’è una pattuglia di ragazzi italiani altrettanto maturi. Un paio li vedremo probabilmente alle Next Gen Finals milanesi, il mese prossimo. Ancora in corsa ci sono infatti l’umbro Francesco Passaro, 21 anni, il marchigiano Luca Nardi, 19, il ligure Matteo Arnaldi, 21, e il lombardo Mattia Bellucci, 21. Quest’ultimo è la sorpresa più recente, avendo vinto due Challenger in sequenza, il 16 ottobre battendo Arnaldi in finale a Saint-Tropez (6-3 6-3), ieri con la vittoria sul turco Cem Ilkel a Vilnius, in  Lituania (1-6 6-3 7-5). Nardi - che  è, per quel che vedo e sento, il più dotato - sarà in campo da domani nel Challenger di Ortisei, insieme a Bellucci, ai laziali Giulio Zeppieri, 20 anni, e Flavio Cobolli, 20, e al toscano Francesco Maestrelli, 19: tutti giovanotti in grado di fare presto il salto di qualità e sbarcare tra i Top 100.

Per tornare a Matteo e Lorenzo, il punteggio della finale della Tennis Napoli Cup, 7-6 6-2, descrive bene cos’è accaduto in campo. Primo set equilibrato pur con Musetti più fluido, secondo set con Berrettini in evidente difficoltà nel mantenere il ritmo imposto dall’avversario. Onestamente, non credo che l’allievo di Vincenzo Santopadre avrebbe conquistato la vittoria nemmeno se si fosse preso il primo set al tie-break. Per il toscano è il secondo titolo ATP in carriera, dopo la vittoria nel 500 di Amburgo in luglio illuminato dal successo in finale su Carlos Alcaraz, attuale capofila della classifica mondiale. La sensazione è che a breve potrebbe affiancare Berrettini e Sinner nella scalata all’Olimpo dei Top 10.