I canadesi si sono affacciati alla Caffetteria Croissanterie Retrò (si chiama così) qund’era ancora buio, hanno ordinato due cappuccini e due trecce con le noci pecan e, dopo aver pagato, hanno promesso di tornare presto. “Persone gentilissime, mica come i tifosi del calcio”, mi racconta a mezzogiorno la signora alla quale ho appena ordinato anch’io, forse fuori tempo massimo, un cappuccino e una treccia, “hanno chiesto indicazioni su come raggiungere il PalaAlpitour da via San Secondo, così ho capito che sono a Torino per il tennis”. Meglio: sono venuti per il connazionale Felix Auger-Aliassime - che Andrey Rublev ha soprannominato “Oxford” per l’eloquio forbito e l’educazione - e dunque, la mattina presto, erano ansiosi di raggiungere per tempo l’impianto che ospita le Nitto ATP Finals. Fin troppo “per tempo”, considerando che il numero 6 del ranking mondiale in tempo reale sarebbe sceso in campo alle 14 contro Casper Ruud, numero 4 e terza testa di serie del torneo. Come a dire: il più in forma in questo finale di stagione (il canadese, classe 2000, che ha vinto tre tornei nella seconda metà di ottobre, a Firenze, Anversa e Basilea) opposto al giocatore con il rendimento più costante nel 2022 (il norvegese, classe 1998, che ha giocato le finali sul rosso del Roland Garros e sull’hard di Flushing Meadows e alzato le coppe sulla terra di Buenos Aires, Ginevra e Gstaad).
Negli ultimi giorni qualcosa dev’essere cambiato per entrambi se adesso i valori in campo appaiono tanto mutati. Dopo un’ora di gioco è già evidente che Casper non è lo stesso del 3 novembre quando le prese sonoramente da Lorenzo Musetti negli ottavi di Parigi Bercy (6-4 4-6 4-6) e Felix non è lo smagliante mattatore che nella semifinale del 15 ottobre nel PalaWanny fiorentino lasciò le briciole allo stesso Musetti (6-2 6-3). Non c’è da stupirsi: a questi livelli, le parti si invertono se il rendimento di un tennista cala del 2 per cento e quello dell’avversario sale di altrettanto. Il match di oggi non vede mai Auger-Aliassime, lento e falloso, prenderne le redini. Incassato il primo parziale al tie break (7-4), Ruud appare nel secondo set sempre più lucido e determinato, perfino implacabile come nei primi sei turni degli slam persi all’ultimo atto contro Rafael Nadal in giugno e contro Carlos Alcaraz in settembre. Il break decisivo si concretizza all’ottavo game e, di fatto, la partita finisce lì. Il punteggio, 7-6 6-4, si ufficializza dopo 111 minuti di gioco comunque piacevole. “Un esordio fantastico”, ammette Casper Ruud in conferenza stampa, quasi stupito della qualità della propria prestazione. Il ragazzo è un affabulatore al quale piace rispondere distesamente a ogni domanda: per esempio, spiega che il passaggio da specialista della terra rossa a all-surfaces player è stato per lui meno complicato di quanto si pensi, è questione di “un po’” perché “si tratta di colpire un po' più piatto, tirare un po’ più lungo, prendere un po' più rischi e accettare che forse ci saranno più errori”; poi racconta di quanto sarebbe bello avere la meglio su Rafael Nadal, il suo idolo adolescenziale, che è nel suo stesso girone, e del perché preferisca affrontarlo su questa superficie piuttosto che sul centrale parigino, “dov’è ingiocabile”.
Come al solito, in sala stampa i giornalisti si raggruppano per nazionalità, lingua o piattaforma: gli spagnoli per conto loro, gli anglofoni anche, poi la squadra di Sky Sport e i macinatori di articoli e video dei siti specializzati. Quando arrivo io, in ritardo, c’è posto soltanto nel tavolone dei colleghi del Pais, del Mundo, di Marca e del Mundo Deportivo che da quattro lustri seguono Nadal in ogni angolo del mondo e che si apprestano a fare altrettanto con Carlos Alcaraz. Tuttavia, il loro centro di gravità permanente resta Rafa, atterrato a Caselle con il solito gruppone di amici e familiari compresi la moglie Xisca e il figlio Rafael jr., poco più di un mese d’età. Carlito ha dato forfait a causa del serio problema agli addominali che l’aveva menomato a Bercy e per il quale ha cominciato in queste ore la riabilitazione domestica.
I miei inviati vicini di scrivania non sembrano granché ottimisti sul destino di Nadal. Temono che queste siano le sue ultime Finals. Addirittura, qualcuno paventa che stasera a Torino cominci il suo ultimo torneo. Deve vedersela con Taylor Fritz, 25 anni, ATP 9, che in stagione ha vinto il suo primo Masters 1000 a Indian Wells e poi il 250 di Eastbourne e il 500 di Tokio, il mese scorso. L’ultimo torneo del maiorchino è stato Parigi Bercy, con la sconfitta al primo turno per mano dell’americano Tommy Paul.
Il palazzetto olimpico, che dispone di quasi quindicimila posti, è stracolmo come raramente m’è accaduto di notare nella location londinese di molte edizioni delle Finals, l’O2 Arena, che ha spazio per cinquemila persone in più ma conta su un bacino di almeno dieci milioni di potenziali spettatori. Rafa e Taylor se ne rendono conto, all’inizio sono rigidi e fallosi. Il californiano punta soprattutto sul servizio e sul lavoro al corpo; per fortuna anche Rafa è in serata felice quando serve, per il resto tenta di spostare l’avversario lungo la linea di fondo e costringerlo all’errore. Quando si scaldano, danno spettacolo, con la meraviglia, nel dodicesimo game, di una veronica dello spagnolo con le spalle alla rete. Al tie break, però, sono le bordate di Fritz a fare la differenza a suo favore (7-3).
Il break ottenuto nel terzo gioco del secondo set è energia potenziale che l’americano sfrutta fino all’ultimo joule. Lo spagnolo, invece, appare reattivo solo a tratti, evidentemente disabituato alla tensione agonistica. Subisce un altro break e s’arrende: 6-1. Per fortuna le Finals concedono l’appello a chi perde nei primi due turni.