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Perché Marco Cecchinato è come un fiume carsico

Marco Cecchinato
Marco Cecchinato (ansa)
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Fa freddo a Roma stasera. Fa ancora più freddo alle pendici del Monte Mario, sugli spalti e sul campo principale del Foro Italico. Simone Vagnozzi e Darren Cahill, imbacuccati nell’angolo riservato al team di Jannik Sinner, vivono momenti di spaesamento all’inizio sia del set d’apertura, sia del secondo: il lucky loser Alexander Shevchenko, 22 anni, numero 83 del live ranking, ottiene subito il break. Nel primo frangente, il ragazzo della Val Fiscalina riesce rapidamente a recuperare lo svantaggio, poi accelera e va a chiudere sul 6-3. La volta successiva, invece, fatica davvero troppo a rifarsi sotto, riuscendoci solo all’ultima occasione utile. Poi, però, nel tie break il numero 8 ATP mostra i notevoli limiti di quand’è in versione notturna: cede per 4-7. Al gelo dovuto ai venti che scendono dal nord Europa s’aggiunge il gelo della paura. 

Per fortuna il terzo parziale si sviluppa in modo da scaldare i cuori del Centrale. Il break a favore di Jannik si concretizza nel quinto gioco, poi il percorso è tutto in discesa. Il passaggio di turno va in archivio con il punteggio di 6-3 6-7 6-2. Il prossimo avversario sarà almeno altrettanto pericoloso di Shevchenko, l’argentino Francisco Cerundolo, ventiquattresima testa di serie del torneo.

Non è il caso di Jannik e Alexander e nemmeno di Francisco, che sono giovani, ma alcuni giocatori sono come fiumi carsici, che appaiono scompaiano riappaiano riscompaiono e così via. Parlo di gente come Marco Cecchinato e Aslan Karatsev, per capirci. Quando nel 2017 ha 25 anni (è del settembre 1992), al palermitano vengono già riconosciuti un enorme talento e una pari incostanza: difficilmente, si dice nel circuito, uno così avrà mai un ruolo da protagonista nel tennis di fascia più alta. A fine stagione si ritrova a quota 109 del ranking mondiale dopo aver provato brevemente un paio di volte l’ebbrezza di affacciarsi tra i Top 100. Improvvisamente, invece, nella primavera-estate del 2018 la sua carriera s’impenna, culminando al Roland Garros nel successo su Novak Djokovic nei quarti di finale e nella sconfitta per mano Dominic Thiem in semifinale e nei trionfi in due ATP 250, a Budapest e a Umago. Chiude l’anno da numero 19 al mondo. Lanciatissimo, nel febbraio successivo va a prendersi il titolo a Buenos Aires, a casa di Diego Schwartzman che travolge in finale. Quel periodo straordinario è frutto del lavoro impostato dal suo coach quasi esordiente Simone Vagnozzi, classe 1983, che rende più efficace il gioco basato sui servizi, sull’aggressività favorita dal rovescio a una mano, sul tripudio di volée e drop shot. Dura poco. Dopo la rottura con l’allenatore marchigiano che adesso segue Jannik Sinner, il ragazzo perde lo smalto che ne ha fatto uno dei tennisti più temuti sulla terra rossa. Numero 71 ATP a fine 2019, da allora non rientra più tra i primi 70, pur restando nei dintorni di quota 100. 

Da oggi Cecchinato è invece 72 al mondo e 5 d’Italia e potrebbe guadagnare altre sei posti in classifica se martedì raggiungesse gli ottavi di finale degli Internazionali battendo la sorpresa tedesca Yannick Hanfmann. Sul rettangolo della Grand Stand Arena annichilisce uno dei più completi campioni degli ultimi anni, lo spagnolo Roberto Bautista Agut, 35 anni, ex Top 10 e numero 4 di Spagna. Lo stordisce, come ai tempi della vittoria su Nole, a furia di rovesci sulle righe, di smorzate, di ottimi diritti. Anche stavolta il merito è in parte del coach che presiede il suo angolo, Max Sartori, unico nume tutelare di Andreas Seppi per vent’anni e adesso anche di Giulio Zeppieri. Il match per palati raffinati avrebbe meritato di durare più dei 76 minuti serviti sigillare il punteggio sul 6-2 6-2. 

Le vicende di Cecchinato ricordano quelle Aslan Karatsev, classe 1993, che ha inopinatamente saltato l’appuntamento al Foro Italico dopo la semifinale del Masters 1000 madrileno dieci giorni fa. Come circa il 15 per cento degli israeliani, Aslan è nato in Russia, a Vladikavkaz nell’Ossezia del Nord, ma i genitori lo portano a Tel Aviv quando cammina appena. Parecchi anni dopo, ormai professionista, per lui scegliere il paese di Vladimir Putin anziché quello di Benjamin Netanyahu non è un passo geo-politico né “de core”, e nemmeno motivato dalla fatica di rappresentare il minuscolo stato mediorientale dove i venti di guerra non si placano mai (come dire: dalla padella alla brace, visto cos’è poi successo tra la sua attuale patria sportiva e l’Ucraina). Macché, la nazionalità russa è frutto di una decisione d’interesse spiegata così, di recente, al Jerusalem Post: “Quattro o cinque anni fa c’è stata una trattativa (con la federazione tennistica israeliana ndr). Non abbiamo trovato la soluzione giusta per entrambe le parti. Quindi gli ho detto 'se non potete offrirmi altro, rimarrò dove sono adesso'". 

Ancora più sconosciuto di Cecchinato (ai tempi veleggia oltre quota 400 nel ranking ATP), nel 2019 il giovanotto cresciuto a Jaffa incontra un collega bielorusso quasi coetaneo, Yahor Yatsyk, che è convinto che ogni buon giocatore sia un potenziale campione. Basta che se ne renda conto e lavori sodo, tanto sodo. I due, russofoni, s’intendono al volo e cominciano a collaborare mentre il mondo è travolto dal Covid 19. La trasformazione dell’anatroccolo in cigno si realizza a Minsk nel gelo dell’inverno e della primavera dei lockdown. Quando in estate il circuito torna ad animarsi, è lui la grande sorpresa. Non sbaglia più un match, batte gente del calibro di Khachanov e Wawrinka. Veloce di gambe, un diritto devastante, sicuro di sé e implacabile se l’avversario si prende una pausa, quasi nessuno riesce a fermarlo. A fine stagione è pronto al grande salto. In febbraio - è il 2021 - fa faville, da debuttante, agli Australian Open dove avanza fino alla semifinale (sarà sconfitto da Djokovic). I nomi delle sue vittime sono tanti e altisonanti: Andrey Rublev, Hubert Hurkacz, Felix Auger Aliassime, Diego Schwartzman, Grigor Dimitrov; trionfa nell’ATP 500 di Dubai; conquista la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Tokio nel doppio misto in coppia con Elena Vesnina; si spinge fino il terzo turno agli Us Open; nell’ATP 250 di Mosca mette sotto 6-2 6-4 Marin Cilic in finale; s’arrampica fino alla posizione numero 15 del ranking mondiale. 

La scorsa stagione è, per Karatsev, a due velocità, in avvio vola come Marcell Jacobs (vince il torneo di Sidney che precede lo slam di Melbourne) ma dopo qualche settimana sembra un gregario bollito sul Tourmalet. Al suo fianco non c’è piú Yahor Yatsyk. Un divorzio mai spiegato. Da marzo in poi, sempre più lento e prevedibile, si ferma sempre ai primi turni. A fine anno è intorno a quota 60 della classifica mondiale.

A quasi trent’anni Aslan è già finito? Per niente: nel novembre scorso torna ad allenarsi con Yahor Yatsik, carbura senza risultati eclatanti  durante l’inverno (a metà aprile è ormai numero 129 ATP) ma a Madrid si mette a giocare il tennis splendente dei suoi tempi migliori. Nelle qualificazioni elimina l’italiano Brancaccio e il tedesco Struff e poi, nel tabellone principale, batte il serbo Djere, l’olandese van de Zandschulp, l’australiano De Minaur, l’ex numero 1 al mondo Medvedev, suo connazionale, e il cinese Zhang. In semifinale ritrova Jan-Lennard Struff, lucky loser, che si vendica, con gli interessi (6-4 4-6 6-3), della netta sconfitta subita una settimana prima. Adesso il russo è il numero 71 ATP. 

Marco e Aslan potrebbero dare filo a torcere a tutti nelle prossime settimane, mesi e - perché no? - anni. Dipende solo da loro e, soprattutto, dai loro coach. La ricchissima domenica del Foro - oltre quaranta match - scodella alcuni verdetti importanti. Cominciamo dagli uomini. Fabio Fognini, pur bravissimo, non può competere con un debordante ventenne come Holger Rune, che mi sembra il più in palla del circo; a livello ATP, Lorenzo Musetti ha molta più esperienza di Matteo Arnaldi, dunque ne approfitta; Novak Djokovic non è ancora al massimo della forma ma è abbastanza reattivo da tenere a distanza Grigor Dimitrov; Casper Ruud riesce, nella bolgia dantesca del Pietrangeli, ad aver ragione di Alexander Bublik nel tie break del terzo set; Taylor Fritz conferma la propria idiosincrasia per la terra rossa e si fa superare all’ultimo colpo di reni da Hanfmann; Daniil Medvedev c’è sempre, sulla terra rossa come sulle altre superfici (per conferma, chiedere a Emil Ruusuvuori); Alexander Zverev riesce a prevalere alla distanza su David Goffin. Tra le donne, la delusione viene da Camila Giorgi che nel primo set, avanti 1-5 e con il servizio a disposizione, spreca sette set point e l’occasione del ko tecnico ai danni Karolina Muchova, che poi la raggiunge e dilaga; Maria Sakkari si fa malmenare da Marketa Vondrousova, mentre Cori Gauff si fa eliminare da Marie Bouzkova. 

PS Chi ha avuto la pazienza di leggere fino a qui capirà anche perché segnalo che Taylor Townsend è tra le iscritte al Firenze Ladies Open, il WTA 125 che si gioca al Match Ball di Bagno a Ripoli. Se siete da quelle parti, non perdetevela.