“Come fa un impero a morire? Si abbatte forse così di colpo, scomparendo nel nulla? No, no…”. La battuta di Cecina nel film “La caduta dell’impero romano” di Anthony Mann m’è sovvenuta guardando Novak Djokovic sul Centrale del Foro Italico soffrire e poi farsi estromettere - lui, il campione uscente! - dagli Internazionali. In precedenza, per quasi un’ora avevo addirittura pensato stesse accadendo quanto temuto da molti di noi: che anche l’ultimo esponente di quello che fu l’oligopolio più potente e longevo della storia del tennis avesse imboccato il viale del tramonto. Non restava che prendere atto che, a trentasei anni da festeggiare lunedì prossimo, dovesse rassegnarsi a subire le angherie di Holger Vitus Nodske Rune, vent’anni compiuti due settimane fa? E che a tiranneggiare il circuito fossero ormai altri, tra i quali il danese?
Era accaduto che il primo set del quarto di finale del Foro Italico, durato 38 minuti, fosse risultato umiliante per il numero 2 ATP (Rune è il 7): lento nei riflessi e nei movimenti, inefficace nel ruolo di “risponditore” di cui è maestro, abulico, impossibilitato dalla propria confusione emotiva a individuare una strategia, il serbo aveva segnalato con il linguaggio esplicito del corpo la propria rinuncia a cercare contromisure al tennis esplosivo e, insieme, raffinato di Holger, che da quando s’allena con Patrick Mouratoglou mostra miglioramenti tattici impressionanti. La sensazione era che non si trattasse di uno strascico della lenta carburazione seguita alla stressante primavera senza tornei oltreatlantico, dai quali era stato bandito: piuttosto, mi ero detto, il vincitore di 22 slam sta vivendo una crisi come quelle del 2012 e del 2017, con la differenza che stavolta non avrà più tempo per un recupero.
Bene, mi sbagliavo: non del tutto, ma mi sbagliavo. La versione odierna di Djokovic non è certo ai livelli di quella di Melbourne in gennaio, né tantomeno di Wimbledon in luglio, ma nella bisaccia ha ancora un cartoccio di cose da dire e da insegnare. Messo in archivio il 6-2 iniziale, nel secondo set Nole s’è svegliato, ha sfruttato il minimo calo di rendimento dell’avversario e si è portato sul 4-5 0-30. A quel punto, alle 14.40, un acquazzone su Roma Nord (in centro niente pioggia) ha costretto gli organizzatori a sospendere il match. Alla ripresa, un’ora dopo, Novak s’è sbrigato a chiudere sul 4-6.
Nel terzo set Holger ha accelerato come nel primo parziale. L’effetto sorpresa è uno dei suoi marchi distintivi. In un baleno, ha ottenuto due break. È stata la svolta. In questo caso, Nole ha mostrato di poter controbattere, seppure non a sufficienza per prevalere. Il secondo tombale 6-2 non ha nulla da spartire con quello rimediato nel primo parziale. “Dovrei chiedergli dei consigli, perché mi ha battuto le ultime due volte che ci siamo affrontati”, ha scherzato in conferenza stampa parlando del ragazzo di Copenaghen. “In questo tipo di condizioni (umido e freddo ndr) è difficile infilzarlo. È molto, molto, molto veloce. Un giocatore di grande talento, dinamico, a tutto tondo. Ha giocato troppo bene per me per la maggior parte della partita. Ha mantenuto i nervi saldi e ha meritato di vincere”.
In attesa delle decisioni di Rafael Nadal (domani dirà se sarà in gara al Roland Garros), Djokovic non approderà a Parigi come primo favorito. Meglio così, forse. Basteranno dieci giorni dedicati alla terra rossa a colmare le lacune evidenziate oggi e nei turni precedenti? Lui ne è convinto: “Mi sto solo allenando e preparando. So che posso sempre giocare meglio. Non vedo l'ora di lavorare su vari aspetti del mio gioco e del mio corpo, sperando di rimettermi in forma al cento per cento”. Non è ancora tempo di vendere la pelliccia dell’orso di Kopaonik.
In semifinale, sabato, Rune ritroverà Casper Ruud, che nel suo quarto di finale ha avuto la meglio su Francisco Cerundolo (7-6 6-4). Parlano più o meno la stessa lingua, ma in Norvegia i danesi non sono granché popolari da secoli. E poi i Ru-boys sono molto diversi, uno sempre composto ed educato, l’altro nervoso e aggressivo. L’anno scorso al Roland Garros, dopo essere rimasto indietro di un set e di un break, l’allora diciannovenne s’intestardì a dare filo da torcere all’avversario, costringendolo al quarto set (6-1 4-6 7-6 6-3). Come suo solito, nel corso del match Rune aveva preso a male parole il suo angolo e discusso animatamente con la giudice di sedia Louise Azemar-Engzell. Al termine degli scambi, aveva frettolosamente stretto la mano che Casper gli porgeva. Secondo Holger, una volta negli spogliatoi Ruud gli si sarebbe avvicinato e urlato “Ja!” in faccia. Come dire: “Te l’ho fatta vedere, eh!”. I rispettivi genitori - Aneke del danese, Christian del norvegese - avevano poi detto la loro sull’episodio, raccontandone versioni opposte. Roba da pisani e livornesi.