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È la pioggia che va ma non ferma Rune, Medvedev e Rybakina

È la pioggia che va ma non ferma Rune, Medvedev e Rybakina
(reuters)
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Il pensatore francese Jacques Ellul scrisse settant'anni fa che "l'enorme contrasto tra gli atleti della Grecia e quelli di Roma è ben noto. Per i greci l'esercizio fisico era un'etica per sviluppare liberamente e armoniosamente la forma e la forza del corpo umano. Per i romani era una tecnica per aumentare l'efficienza del legionario" ("La Technique ou l'Enjeu du Siecle", 1954). Condividendo la categorizzazione di Ellul in via generale, talvolta durante un match mi diverto a distinguere il greco dal romano. Per capirci: a Wimbledon 2019 Federer era il greco, Djokovic il romano. Se ogni dubbio è fugato, per merito di papà Apostolos ateniese doc, nel caso odierno di Tsitsipas vs. Medvedev, difficile è l'attribuzione quando in campo si confrontano Ruud e Rune, i due scandinavi più forti della storia, esclusi gli svedesi che hanno illuminato il tennis per decenni, da Bjorn Borg fino a Robin Soderling. Dopo un quarto d'ora ho però già deciso che Casper e Holger sono tutt'e due romani: peraltro, lo stesso Ellul sosteneva, a corollario della propria precedente considerazione, che "nei nostri tempi la concezione romana prevale".

Nella semifinale tra il norvegese classe 1998 e il danese classe 2003 si assiste per due set al miglior tennis degli Internazionali 2023. Entrambi picchiano proprio come i legionari di Cesare durante le campagne in Gallia. Dunque, sono romanissimi. Però le fiondate millimetriche, le frequenti palle corte con conseguenti batti-e-ribatti sotto rete, i formidabili passanti sono una festa per palati  raffinati: nei due forse sono rintracciabili sequenze di DNA greco, seppure con caratteri mendelianamente recessivi.

Nella prima ora e mezza è Casper a dare la sensazione di poter mettere a frutto la propria esperienza, portandosi avanti sul 6-7 2-4. Poi, però, qualcosa s'inceppa nella sua macchina da punti sulla terra rossa costruita insieme al babbo coach Christian e cede quattro giochi consecutivi. Il terzo parziale è invece un monologo del ventenne allenato di Patrick Mouratoglou e Lars Christensen, che non lascia più il comando degli scambi. Finisce 6-7 6-4 6-2 dopo due ore e tre quarti assai godibili.

In una partita meno spettacolare perché infelicitata dalla pioggia intermittente - nel primo set una prima lunghissima sospensione sul 4 pari, alla quale è seguita un'altra appena più breve sul 5-4 a favore di Tsitsipas - l'equilibrio tra Stefanos e Daniil Medvedev si mantiene fino al 5 pari, per poi vedere il moscovita ottenere il break decisivo (7-5). Intanto si sono fatte quasi le 10 di sera, con il programma che impone di non rinviare le finali del doppio femminile (che infatti viene dirottato sul Pietrangeli) e soprattutto del singolare tra l'ucraina Anhelina Kalinina e la kazaka Elena Rybakina.

Il russo, spesso considerato inadatto alla superficie rossa, sembra così a proprio agio da garantirsi di nuovo il tie break sul 5 pari per andare a chiudere sul 7-5. Per la seconda volta in carriera Daniil approda a una finale ATP sulla terra, dopo quella del 500 di Barcellona quattro anni fa, persa contro Dominic Thiem. Domani la conferma o la smentita di questo feeling inatteso.

Sono le 23 quando le due finaliste cominciano il loro match. Non ho memoria si sia mai giocato tanto tardi un evento di questo livello. E non ho dubbi, stavolta, sulla collocazione delle antagoniste secondo Ellul: la kazaka moscovita è la romana e l'ucraina è la greca. Il campo conferma il mio giudizio preventivo, con Elena che forza appena può mentre Anhelina tenta di imporre geometrie e variazioni divertenti. Non c'è però nemmeno il tempo di approfondire l'analisi tecnica perché, perso il primo set 6-4, la ragazza che ha portato tutta la famiglia a Kiev dal fronte est per salvarla dalle bombe di Putin accusa un dolore alla coscia sinistra e non può continuare. Il ritiro consegna il titolo a Elena, che quest'anno aveva già vinto il 1000 di Indian Wells. È lei una delle giocatrici più accreditate, a questo punto, per il successo al Roland Garros.

Post Scriptum 1. La questione del tetto mobile del Centrale del Foro Italico non è più rinviabile. Un torneo che ambisce a far concorrenza agli slam deve garantire che una quota delle partite dei primi nove giorni e tutte le fasi finali si svolgano correttamente e puntualmente a prescindere dalle condizioni meteo. Sulla questione tuonerà il presidente della FITP Angelo Binaghi nella conferenza stampa di chiusura. Chiederà che sia rispettato alla giornata il piano ufficioso che prevede che i lavori siano conclusi al massimo per l'edizione 2026 degli Internazionali.

PS 2 Da outsider del giornalismo tennistico, ieri pensavo che la mancata stretta di mano tra l'ucraina Kalinina e la russa Veronika Kudermetova al termine della loro semifinale degli Internazionali fosse un fior di notizia. A giudicare da come l'informazione mainstream televisiva e su carta hanno trattato l'episodio, mi sbagliavo. Oggi ritengo che il successo di Taylor Townsend (una donna che ha molto da insegnare a entrambi i sessi) nella semifinale del Firenze Ladies Open, il Challenger WTA di consolazione in corso al Match Ball di Bagno a Ripoli, meriti almeno un affaccio nei notiziari tv e sui giornali.

Ho comunque imparato qualcosa dai miei due errori di valutazione (uno sicuro, l'altro più che probabile): l'ennesima irruzione della guerra di Putin in un grande torneo forse interessa poche persone ma sicuramente annoia i capiredattori; il tennis femminile ha perso appeal da quando si è ritirata Serena Williams e non s'intravvede nessuna, al momento, in grado di sostituirla in termini di autorevolezza. Buono a sapersi.