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L'importanza di chiamarsi Lorenzo

Lorenzo Sonego (reuters)
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Il cuore di Lorenzo il Primo è grande così. Quando – dopo averlo visto perdere i due parziali d’apertura - i diecimila del Suzanne Lenglen se ne rendono conto, la partita cambia direzione. Perché Sonego, raro esemplare di piemontese passionale, ha bisogno del tifo, lo chiede a gran voce, con gli occhi, con i gesti. Nel terzo e nel quarto set la gente dello stadio di tennis più bello del mondo lo spinge, lo aiuta a non cedere sotto i colpi di Andrey Rublev, si esalta e lo esalta a ogni suo passante, pallonetto, palla corta. Nel quinto, a conti pareggiati, il sostegno e le ovazioni si dividono appena più salomonicamente ma ormai la stragrande maggioranza vuole che Lollo concluda l’impresa. E impresa sarà. Dopo l’affiancamento arriva il sorpasso che gli dà l’accesso al quarto turno del Roland Garros, dove troverà un altro moscovita, Karen Khachanov. Il punteggio della partita dell’anno di Lorenzo il Primo presenta una sequenza che piacerebbe alla smorfia: 6-7 (la delusione) 0-6 (lo sconforto) 6-3 (la riscossa) 7-6 (la conferma) 6-3 (il trionfo). 

Dice Gipo Arbino: “Da qualche settimana racconto a chiunque che non abbiamo mai giocato così bene” (il coach usa spesso la prima persona plurale tant’è granitico il legame con l’allievo fresco ventottenne, che allena da quand’era adolescente). “Oggi il suo atteggiamento è stato positivo. Ha tardato a carburare, ma poi ha dimostrato d’essere maturo e consapevole. Stimiamo molto Andrey, che ha un anticipo tra i migliori del circuito. Ma sapevamo cosa fare e l’abbiamo fatto”. L’effetto è che per la prima volta in carriera Lorenzo vince una partita al meglio dei cinque set dopo avere perso i primi due. Inoltre, mai in uno slam aveva eliminato un Top 20. L’interessato, interpellato in sala stampa, conferma il proprio stato di grazia: “Sentivo che sarebbe bastato poco a ribaltare la partita, che ero vicino a Rublev come qualità di gioco. Ci sono però giorni nei quali non trovi soluzioni e giorni dove le cose ti vengono facili facili. Dipende. Per fortuna mi piace la lotta, più ho difficoltà, più trovo qualcosa che mi dà energia e voglia di stare in campo. È anche risultata determinante l’esperienza accumulata negli slam”. Qualcuno adesso dirà che Sonego sta a Rublev come Daniel Altmaier sta a Jannik Sinner, ma l’equazione regge solo nell’ambito nel ranking ATP. Per il resto, credo che i meriti dell’azzurro virtuale numero 39 ATP abbiano pesato oggi tanto quanto i demeriti, ieri, del nostro numero 1  contro il tedesco. Insomma, sono due storie non paragonabili.   

A Lorenzo il Secondo tocca oggi uno stadio quasi altrettanto affascinante, l’ecosostenibile Simonne Mathieu. La qualità tennistica di Musetti è nota e il numero 1 britannico Cameron Norrie non dispone di colpi che lo infastidiscano più di tanto. Al numero 17 al mondo e 2 d’Italia piacciono con tutta evidenza le superfici del Bois de Boulogne e probabilmente anche le tanto criticate palle di quest’anno. In campo fa letteralmente quanto vuole: come Lorenzo il Primo, è in stato di grazie e massacra di vincenti l’allibito sudafricano di nascita, 27 anni, ATP 13. 

Il match è tra i più rapidi visti a Parigi quest’anno e durerebbe venti minuti in meno se il carrarino non si prendesse una meritata pausa nel terzo set, concedendo l’unico break a Norrie. È però una nuvola di passaggio, perché Musetti fa presto a riprendere il controllo e va a chiudere sul 6-1 6-2 6-4 dopo 2 ore e 9 minuti. Negli ottavi di finale lo aspetta Carlos Alcaraz, che s’è dovuto conquistare il passaggio ottavi faticando più del previsto contro Denis Shapovalov (6-1 6-4 6-2). Lorenzo il Secondo ha avuto la meglio nell’unico precedente, lo scorso anno, nella finale dell’ATP 500 di Amburgo (6-4 6-7 6-4). Se confermerà il livello di gioco di oggi, per lui non sarà un match chiuso in partenza.

Fabio Fognini non passa il turno ma gli vanno riservati gli onori dovuti a un campione che sta tentando di rientrare tra i primi 100 del mondo e, per riuscirci, ce la mette tutta. Sul campo 14, gremitissimo, cede in cinque set (5-7 6-3 7-5 1-6 6-4) alla sorpresa austriaca Sebastian Ofner, 27 anni, 118 ATP, gran frequentatore di Challenger, capace a 21 anni di vincere due partite a Wimbledon. A 36 anni il ligure fatica a recuperare dopo match lunghi e faticosi ma se giocherà gli ATP 250, 500 e 1000 farà certamente altre cose egregie. 

Bene gli italiani, dunque. E i francesi? Di 28 non ce n’è uno. Nel senso che non c’è traccia al terzo turno di qualcuno dei 28 singolaristi e singolariste schierati dalla FFT, il corrispettivo della FITP, a inizio torneo. I pronipoti di Asterix e Obelix si consolano come possono: per esempio, prendendo per buona la ricerca di MyHeritage secondo la quale e i bisnonni della nonna materna di Carlos Alcaraz erano francesi. La notizia ripresa da giornali e siti è assai circostanziata: Jean-Nicolas Egler e Marie Eugénie Jeannenot si sposarono nel 1858 a Baume-les-Dames, dipartimento del Doubs, nella Borgogna-Francia Contea. Marie Eugenie era nata a Besançon nel 1840 mentre Jean Nicolas, classe 1835, era di Gondrexange, nella Mosella. Lui era un ferroviere e i suoi genitori erano tessitori. Dopo la sconfitta con la Prussia, a chi era originario nei territori annessi all'Impero tedesco venne concessa la possibilità di mantenere la nazionalità francese. Così fece, nel 1872, anche Jean-Nicolas, che intanto s’era trasferito a Malaga. Suo figlio Carlos Egler Yeanot (ispanizzazione di Jeannenot), che visse e morì a Siviglia, sarebbe dunque il bis-bisnonno di Carlito.

Anche Tomas Martin Etcheverry, 41 ATP, uno dei quattro maschi argentini sopravvissuti ai primi due turni dell’Open di Francia (gli altri sono Diego Schwartzman, di origine tedesca, e Genaro Alberto Olivieri e Francisco Cerundolo, entrambi evidentemente con DNA italiano), ha radici francesi, per ora non segnalate con altrettanta dovizia di particolari dai media. Di certo, il cognome Etcheverry - con qualche variante - è tra i più frequenti nei Pirenei Atlantici. Era un toponimo che indicava chi abitava in un edificio nuovo (in basco etxe significa casa, berri vuol dire nuova). Per dare una casa nuova al suo tennis un po’ usurato, la FFT potrebbe offrire la cittadinanza a Tomas Martin. O no?