È un altro giorno della marmotta per Novak Djokovic. Ho visto decine di sue partite così, sempre uguali. Comincia male, sbaglia troppo, scuote la testa e urla improperi al suo angolo, sembra vicino al tracollo, poi si tranquillizza, si scioglie e non ce n'è per nessuno: figuriamoci per Karen Khachanov, che con quello di oggi ha perso nove dei dieci confronti diretti. Una volta sola, sempre qui a Parigi ma nel chiuso del Masters 1000 di Bercy, il russo che quando fa un quindici urla "Vamos!" prevalse di un soffio (7-6 6-4). Era il 2018, e aveva solo 22 anni. La carburazione del serbo è come quella della mia Mini Minor quarant'anni fa: lentissima. Poi il suo diesel comincia a marciare sicuro, senza bisogno di fare rifornimento. Il moscovita allenato da José "Pepo" Clavet fa quel che può nel secondo set, poi cede il controllo del match. Finisce 4-6 7-6 (il tie break è a zero, ed è l'inizio della fine per Khachanov. Dirà Nole in conferenza stampa: "È stato probabilmente il punto di svolta. Vincere il secondo set o perderlo fa un'enorme differenza") 6-2 6-4.
Il prossimo match sarà dunque quello che tutti aspettavamo da quando sono stati rivelati i tabelloni del Roland Garros 2023: la semifinale tra il serbo che vuole diventare l'unico giocatore ad aver vinto 23 slam e il post-millennial Alcaraz che vuole provare a prendersi subito lo scettro che i Big Three si sono contesi per quasi vent'anni. Il primo s'è preso il major in febbraio a Melbourne, l'altro ha alzato la coppa in settembre a New York. La sicurezza di Carlitos, sfoggiata senza ostentazione, manda in confusione i boomer come me, pur abituati a sentirsi rinfacciare ogni nefandezza dai suoi contemporanei appena più anziani, dal cambiamento climatico alla crisi del mercato del lavoro. Sereno e senza alcun astio, Alcaraz fa tutto in scioltezza, consapevole di non avere debiti né crediti con i nonni, i padri e i fratelli maggiori, compresi i venticinquenni come l'ateniese. I due set iniziali volano via in un'ora, con punteggi che quasi imbarazzano: 6-2 6-1. Cambia molto, ma non abbastanza, nella terza frazione, con il redivivo Tsitsi che cede per 7-6 (7-5 il punteggio del tie break).
Djokovic sa che la prossima sarà una prova durissima che gli ricorderà alcuni scontri del lontano e recente passato: "Carlos si comporta molto bene. Senza dubbio è un ragazzo molto gentile in campo e fuori. Porta molta intensità in campo, come qualcuno del suo paese che gioca con la mano sinistra (Nadal ndr). Merita il successo che sta avendo. Lavora sodo, ed è già un giocatore completo a 19 anni. O forse ne ha 20?".
Intanto, mentre i nuovi Leopard di Volodymyr Zelensky avanzano e un'esplosione lesiona la diga di Nova Khakovka, al Roland Garros l'invocazione collettiva "Eliná, Eliná" non ha effetti visibili né fanno il miracolo le trombe che intonano "Bella ciao", più consona all'aggredita Ucraina che alla collaborazionista Bielorussia: l'esito del match resta quello che le forze in campo lasciavano prevedere, va in semifinale Aryna Sabalenka da Minsk, torna a casa Elina Svitolina in Monfils, da Odessa.
Subito dopo l'ultimo scambio, i ventimila, all'incirca, occhi dello stadio Philippe Chatrier s'appuntano verso il seggiolone del giudice arbitro. Il cronista del Guardian, forse dotato di binocolo, scrive in diretta che Svitolina mostra il pollice alzato ma rifiuta la consueta stretta di mano e l'abbraccio. Io non vedo il pollice bensì l'ucraina che raggiunge la sua panchina ad ampie falcate, prende il borsone e rapidamente guadagna l'uscita. Aryna rimane lì, appoggiata con entrambe le braccia alla rete, le gambe piantate per terra, per nulla stupita per quanto sta accadendo. Si è abituata, ormai. Forse prende nota dei non pochi fischi del pubblico, a sottolineare il fastidio per la sospensione unilaterale del fair-play. Che invece personalmente - per il nulla che conta - capisco e condivido.
Finisce così la partita di tennis più politica da quando si combatte casa per casa nel cuore del continente, a nemmeno 2000 chilometri da Parigi. L'anno scorso, quando Putin lanciò l'"Operazione speciale", la tennista ucraina più titolata, che vive con il marito Gael sul lago di Ginevra, stava per sospendere l'attività in quanto incinta. Diventata mamma di Skaï a ottobre, è rientrata a Charleston il 3 aprile da numero 1344 al mondo (era 3 nel 2017). Ha quasi 29 anni ed è di Odessa. Un paio di mesi fa, parlando con L'Équipe ha risposto alle domande sulla situazione nel suo paese, dov'è tornata di recente: "Sono stata a Irpin, a Boutcha, e non è un film, non ci credi davvero finché non sei lì. (...) Case sventrate, fori di pallottole sui muri, tracce di sangue. È un'esperienza terribile". Dopo il match perso oggi (di poco: 6-4 6-4, a significare che è in pieno recupero) spiega che la sua decisione di non stringere la mano a russe e bielorusse è nota a tutti, dunque anche ad Aryna. Esalta l'unità delle sue colleghe ucraine: "Prendete Tsurenko, Kostyuk, Kalinina: abbiamo dovuto tutte superare ogni difficoltà quando eravamo piccole, dai soldi al posto dove allenarci. In realtà, erano niente rispetto ad adesso. Quindi penso allo spirito combattivo che abbiamo sviluppato e alla forza che dà essere insieme per l'obiettivo della vittoria". Anche Sabalenka, ragazza intelligente che torna nella sala delle conferenze stampa dopo una pausa variamente interpretata, pronuncia parole coraggiose: "L'ho già detto molte volte: non sostengo la guerra. Non voglio che il mio paese sia coinvolto in alcun conflitto. Sapete da che parte sto. Avete la mia posizione. (...) Se non sostengo la guerra, non sostengo nemmeno Lukashenko (il leader bielorusso vicino a Putin ndr) in questo momento. (...). Ma non voglio che lo sport sia coinvolto nella politica, perché sono solo una tennista, una tennista di 25 anni, se volessi fare politica non sarei qui".