L’erba di Wimbledon è il toccasana di Berrettini
di Claudio GiuaFidatevi: la notizia è che Matteo Berrettini c’è, nel senso che sta tornando competitivo. Per 66 minuti il romano, numero 6 ATP all’inizio dell’anno scorso (ora è 36), sfoggia un tennis che, senza essere quello del trionfale percorso a Wimbledon di due anni fa, ne risulta - azzardo - una discreta copia. Le più recenti traversie del “the cutiest player of the seed” (la definizione è di una signora inglese al suo ingresso oggi sul campo 12) sono note: tre mesi fa ultima vittoria con l’ottimo punteggio di 5-7 7-6 6-4 a spese di Francisco Cerundolo a Monte Carlo e, contestualmente, ennesimo infortunio agli addominali; lunga riabilitazione mentre su giornali e social impazzano le altrettanto dolorose chiacchiere acide sulla sua relazione con Melissa Satta; batosta per 6-1 6-2 rimediata contro Lorenzo Sonego al rientro nel circuito il 12 giugno a Stoccarda; nuova sfilza di forfait. Poi, come sapete, arriva la temuta odierna prova del nove ai Championships, dov’è amatissimo. Per pura sfiga italica, l’avversario è di nuovo il torinese classe 1995 che negli ultimi mesi ha talvolta espresso un gioco tanto divertente quanto efficace, come al Roland Garros quando ha eliminato Ben Shelton, Ugo Humbert e Andrey Rublev o a Miami con i successi su Dominic Thiem, Daniel Evans e Frances Tiafoe.
Il primo set è talmente equilibrato da far registrare soltanto al trentaquattresimo scambio, sul 4 pari, il primo quindici ottenuto da chi è alla risposta (è Berrettini a assicurarselo). Nell’undicesimo game Matteo ha persino due chance di break, che non trasforma perché l’allievo di Gipo Arbino oggi serve meglio di John Isner quando trionfò a Miami nel 2018. Nel tie break è Lorenzo a sfruttare la prima occasione utile, che arriva sul 6-5, al servizio. Fin qui la succinta cronaca dei fatti che precedono il primo degli acquazzoni che, da mezzogiorno passato da poco, fermano tutte le partite fuorché quelle della Centre Court e del campo numero 1, dotati di coperture mobili. Nel pomeriggio gli organizzatori provano un paio di volte a rendere agevoli i rettangoli verdi liberandoli dai teli gonfiati con l’aria compressa, ma sembra che le nuvole interpretino questi ordini come segnali di via libera alla pioggia.
Solo domani, se saranno confermate le previsioni meteo rassicuranti, sapremo se Matteo ha o no qualche chance di rendere la vita difficile a Lorenzo. Comunque vada, avremo un terzo italiano, dopo Lorenzo Musetti e Jannik Sinner, al secondo turno. Personalmente, poi, ripongo molte speranze nell'altro Matteo, il ligure Arnaldi, che ha fatto percorso netto nelle qualificazioni (era la testa di serie numero 1) e deve ora affrontare il tosto spagnolo Roberto Carballes Baena.ùPer dare un senso a una giornata che - fosse stata asciutta - avrei dedicato ai dieci italiani impegnati in nove match, raggiungo lo stadio principale, il cui programma non è condizionato dal clima autunnale. Anche qui una notizia s’impone: Andy Murray c’è. Non vedo un posto vuoto quando in campo scende l’eroe nazionale che nel 2013 si prese lo slam sull’erba 77 anni dopo Fred Perry, ultimo dei britannici capace dell’impresa, e che nel 2016 replicò a Rio de Janeiro il titolo olimpico conquistato a Londra nel 2012, nell’annus felix del suo primo slam vinto a New York. L’avversario del numero 40 ATP, 36 anni, è un onesto connazionale, Ryan Peniston, 27 anni, mancino, attualmente 268 al mondo, che sugli spalti conta su tanti tifosi quanti ne trovava lungo le strade Roberto Conti quand’era il fidatissimo gregario di Marco Pantani al Giro e al Tour del 1998: pochini.
Il suo compito non ufficiale è dare lustro a sir Andrew Barron Murray, facendolo giocare senza metterlo in difficoltà. Ci riesce benissimo, s’accontenta di quattro game incassati in 120 minuti (6-3 6-0 6-1) ma poi torna negli spogliatoi un po’ imbronciato, forse consapevole che avrebbe anche potuto osare qualcosa di più. Intanto i quindicimila della Centre Court sono tutti in piedi a omaggiare lo sportivo scozzese che forse ha meglio ha rappresentato l’ex impero nel nuovo millennio.
Più tardi trovo riparo dall’acqua battente nel campo 1 dove sta già giocando l’altro beniamino dei britannici, il numero 13 ATP Cameron Norrie, nato a Johannesburg in Sudafrica nel 1995 quand’era ormai definitivamente offuscato il sole che aveva illuminato le terre della regina Vittoria e poi dei re Edoardo VIII e Giorgio VI. Opposto al ceco Tomas Machac, classe 2000, 103 ATP, il mancino che ha scelto di vivere a Monte Carlo fatica più del previsto, cede il secondo set, dilaga nel terzo ma rischia parecchio nel quarto prima di un break fortunoso che lo manda a servire per il match. Finisce 6-3 4-6 6-1 6-4 con il pubblico che anche qui s’esibisce in una spettacolare standing ovation. Non si scherza quando in palio c’è l’onore britannico.