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Il nonnulla che fa di Matteo un vincente

Matteo Berrettini

 
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Ci sono, forse, più teorie su come giocare a tennis sull’erba che per qualsiasi altro gioco al mondo, più persino del golf. Ho letto la maggior parte dei libri su questo argomento e non ho mai trovato due teorici completamente d'accordo. La risposta, quando viene presentato loro l’esempio di un tennista efficace che colpisce in modo non ortodosso rispetto a quello descritto in un libro particolare, è generalmente: “Oh, se avesse giocato nel modo giusto sarebbe stato ancora più efficace”. Ovviamente non c’è alcuna prova concreta che sostenga una simile affermazione.

Queste poche righe non sono frutto di una mia elucubrazione bensì l’incipit, semplificato, di uno dei manuali più letti e noti sulla disciplina che a Wimbledon è tuttora quella dei gesti bianchi, “Lawn Tennis. How to Master the Strokes” di Joan Fry e Stanley Doust, per la prima volta pubblicato nel 1926. Per la precisione, a scrivere le quattro illuminanti frasi fu Doust, australiano classe 1878 o forse 1879, ottimo doppista e poi giornalista del Daily Mail. Avendo comprato stamattina un’edizione degli anni Trenta di “Lawn Tennis” nel negozio di Richard Jones accanto alla stazione del metro di Wimbledon Park (l’ho pagata sei sterline), mi sono bastati dieci minuti di rilettura per convincermi che in 97 anni ben poco è cambiato.

Cos’hanno in comune, per come vengono eseguiti, i rovesci in corsa di Carlos Alcaraz e quelli di Daniil Medvedev, oppure le frustate di diritto di Frances Tiafoe e di Holger Rune, i drop shot di Alejandro Davidovich Fokina e quelli - rarissimi, peraltro - di Nicolas Jarry? Al di là della potenza o dell’efficacia, poco. Per fortuna, viene da dire: la bellezza è fatta di differenze. Quando vedremo in campo, tra non molti anni, una macchina-giocatore guidata da un’intelligenza artificiale che avrà assimilato i migliori colpi di generazioni di tennisti, ci sarà comunque un umano venuto da chissà dove che s’inventerà un diritto mai giocato o un rovescio senza alcun precedente, e fregherà la macchina. Almeno, m’ostino a sperare che vada così.

Se Matteo Berrettini s’è dimostrato dal 2018 in poi più forte di quanto faceva prevedere da adolescente e Alexander Zverev ha un po’ deluso rispetto alle aspettative di sette o otto anni fa, per il resto si somigliano parecchio: sono nati sotto il segno dell’ariete, il romano nel 1996, l’amburghese nel 1997; soffrono entrambi di fragilità fisiche che li hanno penalizzati di recente (Matteo più di frequente); dotati di servizi tra i migliori del circuito, se non fanno punto diretto li usano per preparare il vincente successivo. Eppure a vederli in campo danno sensazioni assai diverse.

Il nostro attuale numero 3 e ATP 36 è aggressivo e rischia spesso l’errore, il numero 19 al mondo tende a non forzare ma si mette talvolta in balìa dei passanti dell’avversario. I numeri di oggi confermano: nel primo set Matteo prevale nei vincenti (5 a 4) pur sbagliando un po’ di più (7 non forzati contro 6), nel secondo le proporzioni non cambiano (12 a 11 i vincenti, 5 a 4 i non forzati). Date le premesse, è Berrettini a prendersi i due parziali per 6-3 7-6, con il tie break ottenuto in pieno controllo (7-4). Anche nervosamente Matteo appare più solido: quando il punteggio è sul 4 pari 30 pari con Zverev al servizio, il secondo set subisce una lunga interruzione per un acquazzone che coglie di sorpresa i meteorologi, impedendo la chiusura tempestiva del tetto mobile del campo 1. Alla ripresa, il meno influenzato dalla sosta forzata appare l’allievo di Vincenzo Santopadre. Ma il merito va riconosciuto anche al mental coach Stefano Massari, in questi mesi costantemente al fianco del ragazzo che attraversava un periodo durissimo tra infortuni e critiche personali poco commendevoli.

L’ago della bilancia segna un nonnulla di più sul piatto di Matteo anche nel terzo parziale: se il suo gioco pesa dieci, quello di Sascha pesa nove. Il tedesco d’origine russa aumenta il tasso di errore e nell’ottavo gioco concede quattro occasioni di break che non vengono però trasformate. Senza altri colpi di scena potenziali, si va di nuovo al tie break, che stavolta potrebbe chiudere il confronto tra i due. E infatti accade: una sequenza di reciproci minibreak e poi un ace spettacolare lo mandano (7-5) al quarto turno di Wimbledon 2023.

Non vedevamo Berrettini così in palla e determinato da oltre un anno, dai successi a Stoccarda e al Queen’s, prima della batosta del Covid scoperto all’inizio dei Championships. Tanta grazia è una sorpresa per tutti, compresi l’interessato e il suo team. Essere sceso in campo cinque volte in altrettanti giorni senza andare in sovraccarico di lavoro (mai più di tre set alla volta) gli ha consentito di prendere un buon ritmo agonistico, di ritrovare gli automatismi necessari in un torneo, di provare le varianti messe a punto in queste settimane di recupero dopo l’infortunio di Monte Carlo: davvero impressionante, per esempio, è il rovescio slice, un bijou efficacissimo. Per quanto visto in questi tre turni, Berrettini è più forte oggi di due anni fa, quando raggiunse la finale. La prova del nove è già fissata per lunedì quando affronterà Carlos Alcaraz.

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