Se l’uomo con il fucile è Jannik Sinner
di Claudio GiuaJannik Sinner
(reuters)Secondo Sergio Leone, Duccio Tessari e Fernando di Leo, quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto. Ma se tutti e due hanno la pistola, o entrambi imbracciano un fucile, che succede? Una risposta viene da Jannik Sinner e Daniel Elahi Galan, che nei primi 58 minuti del loro ottavo di finale ai Championships giocano a specchio, usano le stesse armi - in particolare i servizi potenti e i diritti centrali e lungolinea - e alla fine devono affidarsi al tie break per stabilire chi scatta per primo in vantaggio per la conquista del passaggio di turno. A prendersi il set (7-4 il punteggio del tie break) è il sudtirolese, quasi 22 anni, 185 centimetri, ATP 8, ma il colombiano, 27 anni, 192 centimetri, ATP 54, capisce in quel preciso momento che continuando a opporre bordate a bordate può rendere difficile la vita all’avversario.
Così, nel secondo set il ragazzo della garciamarqueziana Bucamaranga si ritrova avanti per 0-2 grazie alla scarsa vena di Jannik e a qualche incertezza arbitrale che lo penalizza. Il numero 1 d’Italia non appare in quel frangente in grado di esprimere una tattica alternativa a quella di Daniel, che è davvero basica: sparare tutto. È questo il limite attuale dell’allievo di Simone Vagnozzi e Darren Cahill, i quali forse non riescono a trasmettergli le informazioni che gli servirebbero per adeguare in corso d’opera le sue soluzioni di gioco al livello dell’avversario. Poi, per carità, la maggiore classe di Sinner lo sostiene in un paio di occasioni decisive: recupera il break iniziale e si prende il suo sudato break che gli regala il set (6-4).
Nel terzo parziale il colombiano finisce le munizioni come un qualsiasi Mario Brega, abbandona il Winchester e afferra la Colt. Jannik-Eastwood invece ha ancora cartucce per il suo fucile, che forse è un Remington, e la sua mira è finalmente buona. Il 6-3 definitivo, che arriva dopo due ore e 38 minuti, vale più del pugno di dollari che vanno a chi accede al quarto turno di Wimbledon. Il pubblico del campo numero 1 ringrazia a gran voce, più per educazione che per sincera soddisfazione dello spettacolo visto in campo.
Sono convinto che Jannik possa divertire di più, come peraltro già accaduto qui a Wimbledon in passato. Se superasse - ed è probabile che accada - il prossimo ostacolo costituito dal Carneade russo Roman Safiullin, 25 anni, da oggi ATP 43, che a sorpresa ha eliminato in quattro set Denis Shapovalov, in semifinale potrebbe trovare Novak Djokovic o Andrey Rublev: allora sì che la qualità del suo tennis dovrà salire parecchio.
Domenica scorsa ai blocchi di partenza c’erano 132 donne e altrettanti uomini. Dopo sei giorni costellati di match spesso in più tappe e senza contare gli esiti degli otto ottavi di finale giocati oggi, erano rimasti in 16 in ciascuno dei tabelloni dei due tornei di singolare. Tra le femmine, nemmeno un’italiana. Due, invece, gli italiani maschi. A questo punto ci sta che io provi a fare un punto della situazione per cittadinanza, ché delle nazionalità c’interessa meno. Prima delle partite in programma sui tre campi principali trovavamo nel main draw tre ceche (Kvitova, Vondrousova e Bouzkova), due russe (Alexandrova e Andreeeva), due bielorusse (Sabalenka e Azarenka), due ucraine (Svitolina e Tsurenko), due americane (Pegula e Keys), una polacca (Swiatek), una svizzera Bencic, una tunisina (Jabeur), una brasiliana (Haddad Maia) e una kazaka (Rybakina). Tra gli uomini, tre russi (Medvedev, Rublev e Safiullin), due italiani (Berrettini e Sinner), un americano (Eubanks), un danese (Rune), un bulgaro (Dimitrov), un ceco (Lehecka), un greco (Tsitsipas), un colombiano (Galan), un canadese (Shapovalov), un kazako (Bublik), un polacco (Hurkacz), un serbo (Djokovic) e uno spagnolo (Alcaraz). Quali considerazioni si possono fare a fronte di questo elenco? La prima, che emerge con evidenza, è che i paesi che fecero parte dell’Unione Sovietica o del blocco di Varsavia restano i maggiori “produttori” di tennisti di prima fascia. Per la precisione, 19 dei 32 approdati agli ottavi di finale sono cittadini “with a Soviet heritage”, come mi suggerisce un collega britannico. Nel loro novero si potrebbero considerare, via via nazionalizzando, i giocatori che hanno famiglie che provengono dall’altra parte della scomparsa cortina di ferro, come Bencic, Shapovalov e Tsitsipas.
L’Unione Europea è scarsamente rappresentata: due polacchi, due italiani, un greco, uno spagnolo, un danese. Nessun francese, nessun britannico, che - se ci fosse - rappresenterebbe peraltro il Commonwealth, mica la UE. Tre statunitensi, un colombiano, una nordafricana e una brasiliana presidiano gli antichi territori d’oltremare. La quota dei paesi neutrali è garantita da una svizzera. Come accade sempre più spesso dal terzo turno in poi degli slam, mancano gli australiani e gli asiatici.
È un fenomeno geosportivamente interessante: mentre i circuiti ATP e WTA diventano più globali e decentrati (si pensi al ruolo che i paesi del Golfo si candidano ad avere nel prossimo futuro e a quello che i cinesi intendono riottenere dopo il Covid), gli attuali protagonisti sportivi provengono nella stragrande maggioranza da una manciata di paesi a cavallo tra la vecchia Europa democratica uscita dalla seconda guerra mondiale e quella altrettanto vecchia e fondamentalmente autocratica. In questo panorama, l’Italia si difende decisamente bene, e questo è un merito che va attribuito al buon lavoro fatto dai circoli, dalle accademie e dalla FITP.