Due settimane fa, alla vigilia dei Championships, la parte alta del tabellone femminile era talmente zeppa di giovani rampanti e di veterane esperte da far apparire stravagante l’ipotesi che alla semifinale approdassero due ragazze un po’ ai margini del circuito. I rispettivi ranking erano lì a illustrare le loro scarse chance: erano le numero 76 e 42 WTA. Ma ai numeri vanno preferiti i nomi - ai quali sappiamo associare le qualità e i difetti, oltre che le storie delle persone - che raccontano di tenniste di valore assoluto seppure con vicende non lineari né comparabili. L’ucraina di Odessa Elina Svitolina, 29 anni in ottobre, numero 3 al mondo nel 2017, il titolo di supermaestra guadagnato nelle Finals nel 2018, due semifinali di slam già nel curriculum (Wimbledon e Flushing Meadows 2019), un elenco lungo così di trofei alzati ovunque (anche a Roma, nel 2017 e 2018), è una delle sportive più popolari anche per ragioni extratennistiche: l’amore assai social con Gael Monfils, la figlia Skai avuta da lui l’autunno scorso, le durissime espressioni di condanna dell’aggressione russa al suo Paese. Di lei si è parlato spesso ultimamente per il rapido e felice ritorno sui campi pochi mesi dopo il parto, con effetti di accelerazione dell’iter troppo burocratizzato della proposta di congelare il ranking delle tenniste incinte. Ai Championships 2023, poi, Svitolina si rivela strepitosa, eliminando via via Venus Williams, Elise Mertens, Sofia Kenin, Viki Azarenka e Iga Swiatek, la capofila WTA.
La ceca Marketa Vondrousova è invece una mancata protagonista sportiva e mediatica in conseguenza sia dei tanti infortuni - polso, gomito, legamenti -, sia del suo evidente deficit di killer instinct. È presto detto: in campo a nemmeno vent’anni nella finale 2019 del Roland Garros persa per mano della grande Ash Barty (6-1 6-3), successivamente non riesce a migliorare o almeno confermare quell’exploit. Nello stesso anno cede il passo nelle finali di Budapest e di Istanbul. In precedenza, aveva vinto un unico torneo, a Biel in Svizzera, a 17 anni poco dopo aver conquistato il mondiale juniores. Sfiora l’impresa nel 2021 a Tokio, alle Olimpiadi, ma ovviamente per lei c’è la medaglia d’argento, l’oro se lo prende Belinda Bencic. È una seconda per vocazione, come Tano Belloni nel ciclismo del primo dopoguerra.
Il match che apre la giornata della Centre Court è rapido e doloroso per Elina, che all’inizio riesce a opporre qualche resistenza al gioco muscolare e tecnicamente ottimo di Marketa ma poi per oltre mezz’ora è in balìa dell’avversaria, che dispone di fondamentali più adatti alla superficie verde. La ceca quasi non ci crede quando in meno di un’ora si ritrova avanti per 6-3 4-0 40-0. È così stupita da perdere la testa, dando l’opportunità a Svitolina di recuperare due break e rifarsi sotto fino al 4-3. Vondrousova si rende conto del rischio, rinsavisce, ha dieci minuti di lucidità e chiude con un altro 6-3. Dopo quattro anni tornerà dopodomani a lottare per uno slam. La sorpresa, almeno per me, è la stessa di allora.
Non stupisce nessuno che siano Ons Jabeur e Aryna Sabalenka, numero 6 e numero 2 al mondo, a disputarsi l’altro posto della finale. La tunisina replica la prestazione entusiasmante di ieri contro Elena Rybakina nonostante la bielorussa sia meno tremebonda del solito e faccia così male con il servizio da concedersi qualche doppio fallo di troppo. Ons fa vedere sprazzi della sua tecnica sopraffina, che non le basta però per contenere la prepotenza delle bordate di Sabalenka. Il parziale iniziale si decide al tie-break, che va come da copione quando chi bombarda affronta chi gioca di fino: 5-7 per Aryna.
Nel secondo set la qualità espressa da Ons cresce vistosamente dopo il recupero, nell’ottavo gioco, del break subito in apertura. Di slancio va a chiudere sul 6-4. Cambia, come ieri, l’inerzia della partita, e la tunisina che ama l’erba sale in cattedra. Il pubblico del principale stadio di Church Road la sostiene compatto, ed è obiettivamente un aiuto non da poco.
Sabalenka va in crisi in quel preciso momento, quando si fa raggiungere sul 4 pari, perché il suo punto debole, che è la tendenza a deprimersi, comincia a emergere poco alla volta per poi esplodere nel terzo set. Che Jabeur infatti domina fino all’ace che le regala, con il punteggio di 6-7 6-4 6-3, la sua terza finale slam in un anno. Stavolta non può davvero sbagliare: non glielo perdonerebbero i quindicimila e passa della Centre Court, e nemmeno io.