Pazienza, serve pazienza. Jannik Sinner sa, così come i colleghi un po’ più anziani o coetanei, che è solo una questione di tempo: quando lui avrà meno di ventisei anni, il già quarantenne Novak Djokovic avrà di sicuro smesso di giocare. Per adesso e fino al giorno in cui, con una breve ma commovente cerimonia, la Centre Court saluterà tutta in piedi il Grande Serbo, per il sudtirolese batterlo su questa erba fangosa (oggi scivolosissima) potrebbe restare un sogno irrealizzato. D’altra parte Nole non esce sconfitto da uno dei due campi principali di Wimbledon - gli altri non li frequenta da chissà quando - dai quarti di finale di sei anni fa, con una striscia positiva di 34 successi, compreso quello di oggi, che gli hanno consentito di alzare il piatto “più bello del mondo” (copyright Ivan Ljubicic) negli ultimi quattro Championships disputati, 2018, 2019, 2021 e 2022. E, a guardar bene, nemmeno quella del 2017 fu una sconfitta, perché nella Court No.1 contro Tomas Berdych si ritirò per infortunio. Nella Centre Court l’ultimo ad aver avuto ragione dell’attuale numero 2 ATP fu Andy Murray nella finale di dieci anni fa. Tennisticamente, un’era geologica.
Jannik ha poco da rimproverarsi, e quel poco è collocato nel terzo parziale. Il punteggio finale, 6-3 6-4 7-6, rispecchia i suoi rendimento e comportamento nei due primi set, decisi dai singoli break ottenuti dal miglior Djokovic della stagione, ma non descrive compiutamente l’ultimo set, durante il quale il numero 1 italiano recupera una situazione difficilissima nel terzo game, prende il comando delle operazioni e infine conquista due set point (15-40) alla risposta sul 4-5. La determinazione e l’abilità da tragediatore (qui il copyright è di Andrea Camilleri) permettono a Nole di disputare il tie break, che si prende in rimonta (7-4) dopo 2 ore e 48 minuti di scambi, insieme al match e al pass per la sua nona finale a Londra.
La duttilità è forse il migliore segno di crescita che Sinner dà oggi. Reduce dallo scontro di sole pallate con Roman Safiullin, gioca adeguandosi all’avversario, consapevole che, se impostasse la partita sul confronto muscolare, subirebbe le variazioni di ritmo senza trovare soluzioni adeguate. Dunque prova precisi lungolinea, azzarda palle corte, alterna le direzioni delle prime di servizio. Cresce nel corso dei tre set e, forse, avrebbe mostrato altri miglioramenti se avesse raggiunto il quarto. In ogni caso, esce dal torneo con 3175 punti nel ranking Race, che significa affiancare Stefanos Tsitsipas al quarto posto dietro gli altri tre semifinalisti di oggi. Le Finals torinesi sono da oggi, per lui, una quasi certezza.
Ogni mia considerazione su Djokovic e i suoi potenziali eredi potrebbe essere smentita domenica da un ragazzo di 20 anni e 2 mesi nato nella Spagna profonda. Perché se c’è qualcuno in grado di far naufragare la Grand Slam Mission che s’è dato il serbo per il 2024, beh, è solo Carlos Alcaraz. Il numero 1 al mondo umilia Daniil Medvedev in meno di due ore. È un one-man-show. Il moscovita si rende presto conto di non disporre di armi in grado almeno di spaventare momentaneamente l’allievo di Juan Carlos Ferrero e, dunque, di fatto smette presto di provarci. Un atteggiamento assai diverso da quello di Jannik, che poco prima, sulla stessa erba, non ha smesso fino alla fine di provare a cambiare il momentum della sua semifinale. In alcuni tratti, più che un match sembra una sessione di allenamento di Carlitos.
È così in controllo da commettere una serie di errori di distrazione nel quinto e nel settimo game del terzo set - i primi parziali li ha già archiviati con un doppio 6-3 -, illudendo per qualche minuto il depresso moscovita. Nel primo caso, la risposta dello spagnolo è un controbreak alla quinta occasione utile; nel secondo, mette fulmineamente una pezza e poi va a servire per il match, che va in archivio con un triplo 6-3 in un’ora e 50 minuti. Il colpo del ko è un cross da destra a sinistra.
Sarà la finale sulla carta più bella dal 2019, da quando Djokovic sconfisse Roger Federer in cinque set indimenticabili. Persino la formidabile macchina organizzativa dell’AELTC non avrebbe sperato in nulla di più appealing perché “that's tennis, baby. Tennis! And there’s nothing you can do about it. Nothing!”, come ebbe a dire, più o meno, Humphrey Bogart.