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Il mondo del tennis s’inchina davanti al nuovo re Carlos

Il mondo del tennis s’inchina davanti al nuovo re Carlos
(afp)
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Non so se questa domenica sarà ricordata come quella della fine certificata dell’era che ha avuto come protagonisti assoluti Novak Djokovic, Roger Federer, Rafael Nadal e, in parte, Andy Murray. Lo diventerà, per chi racconta il tennis, solo se l’attuale numero 2 al mondo, 36 anni, non riuscirà a vincere altri slam in futuro. Di certo sappiamo che il primo a prendersi legittimamente il posto di uno dei quattro mattatori è un ragazzo di nome Carlos Alcaraz.

La storia di oggi affonda le radici in vicende ormai lontane. Il 5 maggio 2003 Novak Djokovic ha 16 anni - per la precisione 15 anni 11 mesi 13 giorni - mentre a El Palmar, dieci chilometri a sud di Murcia, Virginia Garfia dà alla luce Carlos, il secondo dei quattro figli che farà con il marito Carlos Alcaraz Gonzalez, nel decennio precedente tra i quaranta più forti tennisti spagnoli e in seguito direttore della Real Sociedad Club de Campo de Murcia. A Milano, intanto, il 23 maggio nei quarti di finale del Trofeo Bonfiglio lo sconosciuto adolescente serbo viene eliminato in due set, 7-6 6-1, dal fortissimo - dicono - messicano Luis Manuel Flores, classe 1985, uno che non approderà mai tra i Top 400. Due settimane più tardi, l’8 giugno, al Roland Garros trionfa Juan Carlos Ferrero, che oggi è il coach di Alcaraz dopo averlo forgiato per quasi 15 anni su incarico di papà Carlos Senior. Il 6 luglio 2003, infine, Roger Federer batte in tre set - 7-6 6-2 7-6 - l'australiano Mark Philippoussis e alza per la prima volta la coppa che va al campione di Wimbledon.

Vent’anni dopo, eccoli qui, il mai appagato Nole che nel frattempo ha vinto il vincibile e l’ancora da appagare Carlitos: s’affrontano ad armi pari sul campo più prestigioso del mondo, quello verde della Centre Court, sotto gli occhi attenti di due generazioni di futuri re britannici e del regnante spagnolo. Sfida generazionale, certo, ma soprattutto di tecnica, strategia e nervi che il sopravvissuto del Fab Four stravince nel primo set, durante il quale impartisce una lezione al giovane avversario. Suonata la campanella dopo soli 34 minuti sul punteggio di 1-6, comincia la partita vera.

Nel secondo parziale Alcaraz mette in pratica quanto ha appena appreso e Djokovic ribadisce i suoi insegnamenti. Docente e allievo si equivalgono, ma Nole non riesce per tre volte, nel tie break, a mostrare come va fatto un rovescio difensivo e così il punto in più, quello che conta, lo fa Carlitos (8-6).

Nel terzo set si capisce che Alcaraz ha pochissimo da imparare e, soprattutto, ancora meno da perdere, perché sa che fra tre lustri lui sarà ancora qui a cercare di prendersi lo slam numero 24 o 25, mentre Djokovic guiderà il governo di Belgrado o forse una multinazionale del caffè. Sotto di un break (3-1), al servizio, Djokovic cede dopo 27 minuti il game più duro e doloroso da lui giocato nelle ultime stagioni, durante il quale non sfrutta otto occasioni per non subire un secondo break e, alla fine, lascia che Alcaraz trasformi la settima chance di break a proprio favore. I due giochi successivi durano meno di quattro minuti complessivi e sanciscono la Caporetto di Nole (6-1).

I sette minuti passati a meditare negli spogliatoi non restituiscono a Djokovic tutte le certezze smarrite ma lo ricaricano mentalmente e lo rimettono in sesto fisicamente. Nel quarto set riesce a fatica a difendere i propri turni di servizio iniziali perché Carlitos è strepitoso alla risposta. Nel quinto game si procura però tre palle break e stavolta l’ultima è quella fortunata: avanza sul 2-3 con servizio a favore, poi prende il comando degli scambi, approfittando di un netto calo di rendimento di Alcaraz, che s’arrende con un doppio fallo (3-6).

Si gioca da quattro ore quando prende le mosse l’ultimo set. A veder correre i due contendenti, si direbbe comincino adesso. M’azzardo a dire a chi è seduto accanto a me che si tratta della più bella e avvincente finale a Wimbledon dopo quella del 2019, quando Djokovic sconfisse Federer per 7-6 1-6 7-6 4-6 13-12. Nel terzo game Alcaraz perfora la difesa dell’avversario con un lungolinea di rovescio e ottiene il break, con conseguente esplosione di rabbia del serbo che, quasi fosse un qualsiasi Fognini o Bublik, manda in frantumi la sua racchetta Head Speed.

A fare la differenza sono una manciata di errori banali di Djokovic e altrettante prodezze balistiche di Alcaraz che impediscono che si concretizzi il controbreak. L’ultimo gioco, quello del 6-4 definitivo, è la conferma della maturità raggiunta dal giovanotto che sta aprendo un capitolo tutto nuovo nello sport (che fu ma qui a Wimbledon resta) dei gesti bianchi.

Alla sua nona presenza in finale nella Centre Court dell’All England Lawn Tennis & Croquet Club e alla trentacinquesima in uno slam, Novak Djokovic non centra l’obiettivo del suo ottavo titolo a Wimbledon, che lo avrebbe affiancato al recordman Federer, e del ventiquattresimo in un major, che l’avrebbe portato a contarne due più di Nadal e quattro più del Sublime Svizzero. Non riconquista, ovviamente, il primo posto nella classifica ATP, dove Alcaraz guarda tutti dall’alto dei suoi 9675 punti. Avendo vinto le ultime quattro edizioni dei Championships e avendo perso la finale oggi, non s’incrementa la striscia di 34 vittorie consecutive di Djokovic sull’erba di Church Road: non perdeva una partita qui dal 2016 e non veniva battuto sul campo centrale dal 2013. Infine, deve rinunciare ragionevolmente per sempre a realizzare il sogno del Gran Slam.

Sono certo che, nonostante abbia adesso meno motivazioni di quante ne avrebbe volute, Novak andrà a New York e giocherà gli Us Open, tra un mese e mezzo, convinto di poter incrementare il bottino di successi negli slam. Troverà ad aspettarlo il campione uscente: si chiama Carlos Alcaraz.
 

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