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Us Open, Djokovic è sempre piú leggenda

Us Open, Djokovic è sempre piú leggenda
Il serbo numero 1 al mondo regala un florilegio di combinazioni vincenti esemplari, un compendio di tattiche cangianti, un’antologia di pezzi di bravura sia in difesa che in attacco
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Us Open, Djokovic è sempre piú leggenda Vorrei parlare con quanti, negli anni, mi hanno scritto e detto cose del tipo: “Diokovic? Ma, dai, Federer è di un’altra categoria!” oppure “…con Rafa mi diverto, con Nole no”.

Mi piacerebbe anche scambiare qualche parola con il signore che, appena conclusa la finale di Wimbledon, fuori dall’ingresso numero 5 che s’affaccia su Church Road elogiava pubblicamente Alcaraz perché “le ha date oggi e le darà sempre a Djokovic”: così, tanto per odiare. Vorrei sedermi davanti allo schermo di un portatile o di una tv e, senza parlare, vedere insieme a tutti loro gli highlights del primo e del terzo set della finale degli Us Open: opposto a un giocatore in forma strepitosa come Daniil Medvedev, il serbo numero 1 al mondo regala un florilegio di combinazioni vincenti esemplari, un compendio di tattiche cangianti, un’antologia di pezzi di bravura sia in difesa che in attacco.

Poi farei a ciascuno una domanda di due parole: e allora? Attenzione: non è che il moscovita visto in azione oggi a New York sia carente in quanto a meraviglie. Anzi, è impressionante nella copertura della metà campo e nella calibratura dei diritti e dei rovesci a prescindere dai punti dal quali partono, cioè da ovunque. In altre parole, nonostante la formidable potenza scaricata sulla palla, il suo tasso di errore resta costantemente intorno allo zero virgola. Vorrei dunque organizzare un’altra sessione video dedicata a Daniil, al termine della quale ai suoi detrattori convocati per l’occasione - tra le loro fila c’ero anch’io ai tempi dei suo primi successi, tra il 2018 e il 2019 - chiederei: e allora? Il fatto è che il giudizio popolare su Djokovic è fortemente condizionato dalla spavalderia machista tipica dei serbi, da alcune sue scelte ai tempi del Covid, dall’invidia nel confronti di un uomo che è nato leader.

Con Medvedev accade lo stesso: più gioca bene e batte gente come Carlitos, meno il pubblico è disposto a riconoscergli per intero il merito di imprese epiche. Nel suo caso i motivi della sottostima sono perfino più banali: il look dimesso, la barba rasputiniana, l’ironia un po’ nera che sfoggia parlando di colleghi e pubblico. Invece, guardar giocare Nole e Daniil è un piacere costellato di “oooh!”, e questo dovrebbe bastare. A Medvedev fa come sempre affidamento sui colpi dal fondo, Djokovic sceglie invece di muovere l’avversario e, quando può, scendere a rete come faceva la versione finale del Federer vincente. In campo c’è assai più equilibrio di quanto il punteggio, 6-3 7-6 6-3, esprima, perché il secondo parziale potrebbe tranquillamente andare a Medvedev, imponendo nel caso un’inerzia ben diversa al match. Djokovic, fisicamente al top a 36 anni d’età, riesce nell’impresa di mantenere intatta la concentrazione per tre ore e passa.

Sintetizza bene il New York Times: “Fluttua attraverso il campo e oscilla la racchetta con una facilità e grazia che i migliori giocatori di un decennio più giovani, o ancora più giovani, possono per lo più solo sognare”. Medvedev, che ha 27 anni e nell’Arthur Ashe Stadium aveva sconfitto Nole due anni fa in finale, per ora deve limitarsi ad aggredire il campo, quasi ad ararlo: tra qualche tempo forse anche lui fluttuerà. O forse no. I record aggiornati a oggi del serbo stanno monopolizzando la rete, in particolare i social. Ne ricordo solo qualcuno: Nole ha vinto 24 delle 36 finali slam disputate; in questa stagione ha alzato la coppa in tre dei quattro tornei major in calendario (è la terza volta che ci riesce in carriera), mentre nel quarto, a Londra, s’è arreso in finale; da oggi è ufficialmente di nuovo il capofila del ranking ATP, ruolo che ricoprirà con onore per la trecentonovantesima settimana, ottanta più di Federer e oltre cento più di Sampras. Non entrerò nell’infinita polemica su chi sia il GOAT, il più grande di tutti i tempi, ma un’idea io ce l’ho.

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