Analogie. Dal luglio 2010 al gennaio 2017 Tomas Berdych è ininterrottamente uno dei dieci giocatori più forti al mondo, con l’eccezione di una settimana sfigata nell’ottobre 2016. In precedenza, tra il 2006 e il 2007 è stato tra i Top 10 per un’altra dozzina di settimane. Eppure in carriera il classe 1985 di Ostrava racimola poco rispetto ai quattro o cinque mattatori della sua epoca, che sono Roger Federer, Rafa Nadal, Novak Djokovic, Andy Murray più, a mio giudizio, Stan Wawrinka: un Masters 1000 (Parigi Bercy 2005, su Ivan Ljubicic), tre ATP 500 e nove 250; negli slam, una finale persa (Wimbledon 2010, quando Nadal si laurea campione dei Championships per la seconda volta) e quattro semifinali; sono in gran parte merito suo i trionfi nel 2012 e nel 2013 della nazionale ceca in Davis. Un signor palmarès, ma insufficiente a consegnarlo tra i grandi dell’era open. Andrey Rublev è il Berdych dei nostri tempi, con una stabile presenza tra i Top 10 dall’ottobre 2020 a oggi, un best ranking a quota 5 nel 2021 e tre manciate di titoli: un unico ATP Masters 1000 (sette mesi fa a Monte Carlo, su Holger Rune in tre set), cinque ATP 500 e otto 250; a livello slam, nove quarti di finale, mai una semifinale; in Davis contribuisce alla vittoria della squadra russa nel 2021. È uno dei giocatori più talentuosi e persino amati del circuito, eppure finora incapace di produrre il guizzo che lo metta alla pari, nelle aspettative di tifosi e bookmaker, con Daniil Medvedev, Carlos Alcaraz, Stefanos Tsitsipas, Alexander Zverev, perfino i meno titolati Jannik Sinner e Rune. Ovviamente, Djokovic è di un altro pianeta.
Come mai Tomas non ha sfondato il muro che separa i protagonisti dai comprimari e Andrey con tutta probabilità non lo sfonderà? I motivi sono parecchi ma possono essere condensati in quello che gli anglosassoni definiscono “winning factor”, il fattore vincente, riferendolo tipicamente a un elemento o un aspetto chiave che contribuisce al raggiungimento del successo. Nello sport, può essere l'eccezionale strategia difensiva od offensiva di una squadra, la netta superiorità di un campione in uno o più colpi-base, la capacità di fruttare i passaggi chiave di un match o di una competizione, l’abilità nel trasformare qualità magari non eccelse in un unicum efficace. Nel tennis, il winning factor risiede nel cervello di un giocatore più che nei suoi muscoli e nervi. Senza, si può solo sperare che nessuno degli avversari ce l’abbia, altrimenti sono guai.
Nella sessione pomeridiana delle Nitto ATP Finals la resilienza mentale del moscovita s’esaurisce all’undicesimo gioco, quando Alcaraz, che è un winning factor con gambe e braccia, ottiene il break e poi va a prendersi il primo set senza colpo ferire. La partita di fatto finisce lì, come sintetizza il punteggio definitivo di 7-5 6-2 e il murciano rientra in lizza per le semifinali di sabato nonostante lunedì abbia patito assai sotto i colpi di Alexander Zverev.
La trascrizione letterale del botta e risposta in apertura di conferenza stampa post-match spiega il rapporto tra Andrey - che è persona educata e coraggiosa - e quanti, come i giornalisti, vorrebbero capire (ma non hanno animo di chiederglielo) perché viene regolarmente messo ko quando toccherebbe a lui atterrare l’avversario.
Domanda: Giornata dura oggi. Come va il tuo ginocchio?
Rublev: Va bene. Niente. Non è successo niente.
D.: Avevi detto che avresti lavorato, quest'anno, per cercare di essere più competitivo (in situazioni come quella di oggi ndr)…
R.: Sì.
D.: È stato un difficile finale di stagione?
R.: Sì, ovviamente. Vorresti sempre finire bene. E rimani deluso quando non accade.
Laconico. Ma dietro le poche parole s’intuiscono le steppe di emozioni, che in campo generano racchettate alle ginocchia e finanche lacrime.
Ancora analogie. Un altro Andrey Rublev aveva comportamenti altrettanto indecifrabili e profondi di quelli del biondo moscovita classe 1997. Era un pittore di icone, un monaco ortodosso santo che - secondo la leggenda - vagava in cerca di chiese da affrescare nella Russia sconvolta dalle orde tartare tra il quattordicesimo e quindicesimo secolo. Una figura resa popolare anche fuori dai confini sovietici dal film del 1966 di Andrej Tarkovskij, secondo il quale nell’arte sacra si concentravano gli interessi del religioso, che tuttavia non riusciva a prescindere delle violenze e dal dolore che quotidianamente incontrava. Anche il Rublev tennista non ce la fa a non occuparsi di quanto accade appena fuori dal circo ATP, come ha mostrato dichiarandosi più volte contro l’invasione dell’Ucraina voluta dal governo di Mosca. Dopo aver detto la sua, ha taciuto. Gli eloquenti silenzi dei due omonimi Andrey, quello storico-cinematografico e quello delle ATP Finals, s’assomigliano.
In serata sono l’altro russo delle Finals, Medvedev, e il tedesco di genitori russi Zverev a giocarsi la possibile ufficializzazione del nome del primo semifinalista di Torino 2023. Entrambi in ottime condizioni psicofisiche, danno spettacolo rubandosi la scena l’un l’altro, con soluzioni da “wow!”Sascha, con il solito cinismo Daniil. A parte un break a testa ottenuto nel primo set, si va avanti - anche grazie alla superficie velocissima - con i servizi mantenuti costantemente. Incassato a fatica il primo set (9-7 al tie break), con il break al decimo game del secondo set Medvedev chiude la pratica a proprio favore: 7-6 6-4. Nel loro girone a staccare il secondo biglietto per le semi sarà, venerdì, l’esito del confronto a distanza tra Alcaraz e Zverev, il primo opposto a Medvedev, il secondo a Rublev.