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Jannik, il più amato dagli italiani, se la vedrà con Daniil, il più resiliente del mondo

Con la vittoria su Djokovic a Melbourne, Sinner si candida a diventare il più grande tennista azzurro di tutti i tempi: domenica la finale degli Australian Open con Medvedev
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Sinner, Sinner, Djokovic, Sinner: è questa la sequenza dei set vinti che manda il probabilissimo GOAT (Greatest of All Times) d’Italia alla sua prima finale di slam. Dalla partita in tre fasi - predominio assoluto di Jannik, equilibrio perfetto che vede Novak avanti di un soffio, di nuovo controllo degli scambi da parte di Jannik - si possono trarre molte indicazioni su cosa sarà il tennis degli anni a venire, ma una prevale su tutte: è iniziato un nuovo ciclo che chiude definitivamente quello dei Fab Three (o Four, se si considera Murray oltre a Federer, a Nadal e al serbo) e uno dei protagonisti sarà il ragazzo rosso di Innechen San Candido.


Nell’ultima sessantina di ore - tanto è trascorso dal vittorioso quarto di finale con Andrey Rublev - ho visto e sentito dare e analizzare i numeri più vari, riesumare maestri esemplari sepolti da decenni di oblio, chiedere lumi a gente che non sa nemmeno cos’è un drop shot. Tante attenzioni, dirette e indirette, sono ovviamente riservate a Sinner, più amato dagli italiani di quanto non fosse Raffaella Carrà all’epoca degli spot Scavolini. Ma anche altrove nel mondo, a cominciare ovviamente da Melbourne, i fari sono puntati sul giovane fenomeno che a novembre ha annichilito tre volte Djokovic, tra singolare e doppio, a Torino e Malaga nelle ATP Finals e in Coppa Davis.

Poi, quando finalmente nel primo pomeriggio australiano cominciano a prendersi a pallate sul campo assolato della Rod Laver Arena, si capisce che la tesa vigilia del match che potrebbe accelerare il passaggio di testimone tra Novak e i suoi rampanti pretendenti al trono - Carlos Alcaraz ha già provveduto a fare il suo vincendo gli ultimi Championships londinesi - ha logorato soprattutto il re, 37 anni da compiere in maggio. Invece Jannik , 23 in agosto, è o sembra - a parità di effetti, non fa differenza - impermeabile al profluvio di elogi e al coro di improvvisati estimatori che altri non reggerebbero e della cui effimera natura lui è invece consapevole.

Così, dopo essersi preso tutti i quindici set giocati nel corso dei suoi Australian Open 2024, Jannik fa lo stesso anche con il sedicesimo e il diciassettesimo. Viene persino il dubbio che Djokovic non stia bene: è sempre in ritardo, ha un linguaggio del corpo improntato alla rinuncia, non riesce a contrastare la potenza e la profondità dei diritti e dei rovesci dell’avversario. Non è così. Semplicemente, l’uomo che qui ha alzato la coppa dieci volte è confinato a fondo campo, da dove non trova il modo di schiodarsi. Il nostro numero 1 nazionale serve prime e seconde indomabili, si muove con leggerezza, arriva ovunque, sbaglia raramente. Nei primi 74 minuti di gioco la sua supremazia risulta quasi imbarazzante, come certifica il punteggio dei due parziali, 6-1 6-2, che non ha precedenti negli 84 slam giocati in carriera dal numero 1 al mondo.

Il riequilibrio si palesa all’inizio del terzo set, con Nole che ora serve con autorevolezza e Sinner che fatica un po’ a tenergli dietro quando è alla risposta, contrariamente a quanto avvenuto finora. Tuttavia, al servizio l’italiano resta assai efficace, non rischia mai di subire il break. Nell’undicesimo game, sul 5 pari, il gioco viene interrotto per alcuni minuti perché in tribuna sviene uno spettatore, e questo consente al serbo di rifiatare. Nel tie break è Jannik a inseguire. Riaggancia due volte l’avversario, poi tocca a lui, rintuzzato, tentare la fuga. Ha un match point alla risposta sul 6-5, ma il suo diritto s’infrange sulla rete. Il serbo, invece, ha la sua prima occasione alla risposta sul 6-7 e non la fallisce.

Nel quarto set, che Sinner affronta come se niente di preoccupante sia accaduto nell’ultima ora, il break a suo favore arriva nel quarto game. Ingiocabile quando è al servizio, nei successivi venti minuti si limita a controllare che non ci sia un riavvicinamento da parte di un signore che ha vinto più slam di chiunque nella storia del tennis. Il braccio si accorcia di un nonnulla nel game decisivo ma poi è un formidabile lungolinea di diritto a chiudere i conti: 6-3. È fatta. Alla finale di domenica contro Daniil Medvedev ci penserà a partire dalla serata. Intanto si gode il trionfo insieme al team guidato da Simone Vagnozzi e Darren Cahill.

Nell’altra semifinale, durante la sessione notturna, Medvedev, il giocatore più resiliente del circuito, supera Alexander Zverev in rimonta dopo cinque set massacranti e perfino rocamboleschi che si portano via quattro ore e venti minuti: 5-7 3-6 7-6 7-6 6-3. Il russo è arrivato fin qui nel torneo spendendo parecchio in conseguenza dei due turni superati al quinto set e di altrettanti al quarto. La prova di oggi vede il moscovita e il figlio di due moscoviti emigrati ad Amburgo prodursi in alcune maratone di oltre quaranta colpi e perfino di cinquanta e passa. Roba da sfide antiche, dei tempi di Borg e McEnroe. Se finora tanto dispendio energetico non ha limitato la competitività di Medvedev, che anzi si esalta quando tutto sembra perso, nulla esclude che possa accusarne gli effetti domenica. A suo vantaggio rispetto a Sinner va considerata va l’esperienza accumulata in tre finali slam, le due lasciate agli avversari a Melbourne (2021 e 2022, Djokovic e Nadal) e quella vinta a New York (2021, Djokovic).

Il campione serbo non perdeva un match a Melbourne dal 22 gennaio 2018. Trentatré partite fa. A batterlo con il punteggio di 7-6 7-5 7-6 era stato il coreano Hyeon Chung negli ottavi di finale. Non credo gli spiaccia che a sconfiggerlo oggi sia stato Jannik, che stima e con il quale ha un eccellente rapporto personale. L’obiettivo principale della sua stagione diventa adesso l’oro alle Olimpiadi di Parigi, uno degli unici due traguardi falliti in carriera: l’altro, il Grande Slam, ossia i titoli dei quattro tornei nello stesso anno solare, è ormai una chimera.

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