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Jannik Sinner nella grande storia del tennis

Il tennista altoatesino scrive una pagina di storia dello sport italiano trionfando agli Australian Open
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Quanto vale un trionfo così sofferto? Parlo di voi e di me, mica di Jannik Sinner: vale l’attesa infinita di un’altra vittoria italiana in uno slam, i 47 anni, 7 mesi e 15 giorni trascorsi da quando Adriano Panatta sconfisse Harold Solomon nella finale del Roland Garros 1976. Quattro set allora (6–1 6–4 4–6 7–6), cinque oggi - in rimonta! - negli Australian Open (3-6 3-6 6-4 6-4 6-3). E sì che, mediamente, i bookmaker online davano, a dodici ore dalla finale, Jannik Sinner a 1.36 e Daniil Medvedev a 3.30. Vuole dire che l’azzurro era così favorito da rendere pochissimo: in caso di vittoria, 36 centesimi per ogni euro puntato.

Memoria corta e analisi frettolosa, quella dei quotisti, conseguenza dell’immagine da eterno underdog che il moscovita offre di sé. Invece, è un signore che a quasi 28 anni ha già vinto gli Us Open del 2021 a spese di Novak Djokovic ed è approdato alle finali di Flushing Meadows nel 2019 e nel 2023 e di Melbourne nel 2021 e nel 2022, per tacere dei sei successi nei Masters 1000, delle ATP Finals prese nel 2020, della Coppa Davis nel 2021 eccetera. All’ultimo amico che ieri mi aveva chiesto chi era il mio favorito avevo risposto: dipende più da Medvedev che da Sinner. Anch’io peccavo in termini di memoria e analisi, perché ogni match si vince o si perde in due.

Sinner e Medvedev (reuters)

Infatti, sul campo blu e grigio della Rod Laver Arena il russo per oltre due ore fa al meglio quanto sa fare, tiene lunghi gli scambi frullando con il diritto e il rovescio, compie pochissimi errori, serve forte e preciso. Il suo timing su ogni colpo è perfetto, punta sull’anticipo, avanza a rete raramente però con efficacia. Nell’ingranaggio ben oliato messo a punto dal coach Gilles Cervara sembra infilarsi un granellino di sabbia nel secondo game del secondo parziale, quando Jannik annulla quattro occasioni di break e si porta sul pari (il primo set s’era chiuso sul 3-6 per Daniil). È un wishful thinking, un desiderio che non ha al momento possibilità di realizzarsi tanto il numero 3 ATP è travolgente sia al servizio (per un’ora e un quarto non concede un singolo break point), sia alla risposta.

Il numero 1 italiano e 4 al mondo, di solito imperturbabile, appare affranto, invoca un consiglio taumaturgico al suo angolo, che non si stanca di provarci (“... cambia ritmo, arretra sulla sua seconda!”, urla Simone Vagnozzi). Indietro 1-5, reagisce, recupera un break, ha un’occasione per rifarsi sotto ma riesce solo a limitare i danni (3-6). Sorprende la freschezza atletica del russo, che nelle due settimane degli Australian Open ha accumulato nella testa e nelle gambe sei ore e sette chilometri in più macinati in campo rispetto a Jannik, avendo per tre volte prevalso al quinto set (contro Emil Ruusuvuori al secondo turno, Hubert Hurkakz nei quarti e Alexander Zverev in semifinale). Poi la fatica comincia a farsi sentire. Il terzo set, assai equilibrato, vede poco alla volta Sinner crescere in rendimento grazie al servizio e ai fondamentali maggiormente accurati, e tornare competitivo fino a dimostrarsi formidabile in occasione della unica chance di break, che coincide con il set point: 6-4.

Sinner con il suo staff al termine della finale 

È da questo preciso momento che Sinner crede nell’impresa epica. Nei turni di servizio appare sicuro, in quelli alla risposta costringe più volte l’avversario a patire assai. Nel quarto parziale, avanti 5-4, conquista un break rocambolesco che gli vale il set. La forza mentale del ragazzo rosso è già da tesi per la laurea in psicologia con indirizzo sportivo. Affronta l’ultimo atto dello slam downunder con la riconquistata certezza di aver più numeri del moscovita francesizzato. Daniil continua a servire con ottime percentuali positive, anche se quando parte lo scambio risulta talvolta in affanno. Il quinto set, quello che entra nella storia del tennis moderno, è il compendio delle qualità di Jannik, che abbiamo imparato ad apprezzare soprattutto negli ultimi mesi, dal giorno d’estate in cui vinse l’ATP 1000 di Toronto. Il suo championships point è uno straordinario passante di diritto. Poi crolla a terra, incredulo e felice, dopo le 3 ore e 44 minuti di una partita che vedremo e rivedremo senza stancarci mai.

Non dimentichiamoci, nell’euforia del momento, che a metà dicembre a Vagnozzi & Cahill è stato comunicato che i colleghi avevano assegnalo loro l'ATP Coach of the Year Award, il premio per chi ha meglio contribuito ad alzare il livello di performance del giocatore che hanno seguito nel corso dell’anno. Non era mai accaduto in passato che fosse una coppia la più votata, ma nella scelta di molti coach ha pesato la constatazione di come in meno di due anni - l’ascolano è al fianco di Jannik dal febbraio 2022 e dopo quattro mesi è stato affiancato dall’australiano, in precedenza nell’angolo di numeri 1 come Andre Agassi, Lleyton Hewitt e Simona Halep - il binomio sia diventato, oltre che vincente, un vero marchio di fabbrica. Un caso di sintonia tra pari che coinvolge tutto il team, del quale fanno parte Umberto Ferrara, specializzato in scienze motorie, il fisioterapista Giacomo Naldi, che ha lasciato la Virtus Bologna, e l'osteopata Andrea Cipolla. La strepitosa e duratura forma fisica di Jannik è frutto del loro lavoro. Questa giornata speciale è anche la loro.

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