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Un granello di sabbia nel perfetto meccanismo mentale di Djokovic

(agf)
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Fino a pochi mesi fa Luciano Darderi poteva solo sperare di affrontare un Top Ten, prima o poi. Da adesso tenterà di evitarli, se possibile. A Roma, nel suo primo sedicesimo di finale in un Masters 1000, all’argentino che ha scelto l’Italia tocca Alexander Zverev, 27 anni, numero 5 al mondo: il ventiduenne che si allena a Fano perde in due set ma ora sa di poter mettere in serie difficoltà un giocatore con un bagaglio tecnico tra i più completi, al quale nell'estate del 2022 l’infortunio al piede subito sulla terra rossa del Philippe-Chatrier, il centrale parigino, impedì di raggiungere la testa della classifica mondiale. Nell'appuntamento di chiusura della sessione serale i due si sfidano in termini sia di potenza, sia di tocchi. Nel primo set l’equilibrio si spezza soltanto nel tie break. Nel secondo parziale Sascha ottiene un break più per demerito di Luciano che per meriti propri, rischia di restituire il favore, poi non si limita a difendere il vantaggio ma l’incrementa. Finisce 7-6 6-2 in meno di due ore.

L’avventura al Foro Italico del ragazzo nato a Villa Gesell si chiude con un bilancio positivo: ora è tra i Top 50 (49, per la precisione), andrà al Roland Garros con la consapevolezza di poter fare strada, punterà alle Olimpiadi considerando che al momento è l’azzurro con più punti raggrenellati in stagione, dopo Jannik Sinner. Con altrettanta soddisfazione torna a Perugia Francesco Passaro, ufficialmente ancora numero 244 al mondo (di fatto è 186 del live ranking), che dalle qualificazioni ha raggiunto il terzo turno del torneo prima di cedere, in mattinata, al portoghese Nuno Borges, ATP 45, dopo tre ore di scambi sfinenti e due tie break sfortunati (4-6 7-6 7-6).

Sulla scialba prestazione di Novak Djokovic contro il cileno Alejandro “Jano” Tabilo (6-2 6-3) si può solo lasciare la parola ai protagonisti. Ecco un florilegio delle risposte più significative date ai giornalisti dal serbo dopo la sconfitta, tutte riferite all’incidente di venerdì sera, quando una borraccia metallica aveva colpito in testa il numero 1 ATP mentre usciva dal Centrale: “Ieri mi sono allenato senza problemi, non sentivo niente di particolare eppure non ero quello del giorno prima. Oggi, sotto forte stress, è stato piuttosto brutto: non in termini di dolore ma di equilibrio. Era come se un giocatore diverso fosse entrato nei miei panni. Devo fare dei controlli medici per capire cosa sta succedendo”. Più che di un dottore, gli serve un esorcista. O, ancora, il suo atteggiamento rinunciatario di oggi ha forse motivazioni che non intende rivelare.

Tabilo, 26 anni, numero 2 cileno e 29 del live ranking, è raggiante. Racconta di sé, del match e di Nole: “Sono nato a Toronto (dove i genitori Ricardo e Maria, cileni, avevano una lavanderia ndr.). Mi sono trasferito negli Stati Uniti quando avevo 13 anni. A 18 sono andato a vivere a Santiago. Lì praticamente è iniziato il mio percorso. Quasi da zero. Sono riuscito a raggiungere i primi cento al mondo due anni fa. Poi mi sono infortunato, ho dovuto smettere di giocare per un paio di mesi e prendermi varie pause. Oggi dopo il primo set ero felice perché giocavo un tennis incredibile. Volevo solo mantenere quel livello. Con Novak è dura dal punto di vista fisico. Sapevo perfettamente che, con lui, si sarebbe potuto andare al terzo set in quattro e quattr’otto. Ho iniziato a crederci quando mi sono trovato avanti 3-2, poi 4-3. Per tutta la partita ho giocato punto su punto, senza pensare al punteggio. Penso che questo mi abbia aiutato molto”. Bella lezione, Jano.

Gli Internazionali sono il quinto Masters 1000 della stagione. Nel primo, all’inizio di marzo a Indian Wells, il titolo è andato a Carlos Alcaraz, numero 2 ATP e un paio di slam già vinti. A Miami, a fine mese, ad alzare la coppa è stato Jannik Sinner, numero 3, trionfatore nel 2024 nello slam australiano e nell’ATP 500 di Rotterdam. A molti - compreso chi scrive - è sembrato l’auspicabile inizio di una diarchia epocale. Invece a Montecarlo in aprile è rispuntato Stefanos Tsitsipas e a Madrid la scorsa a settimana si è laureato campione Andrey Rublev: due scicchissimi underdog che a 26 anni non vantano successi nei major. Al Foro Italico Carlos e Jannik non si sono presentati per i problemi fisici non banali che li accompagnano dalla settimana nel principato, mentre dei Grandi Vecchi abbiamo verificato in sito le difficoltà, con Rafael Nadal che non sembra in grado di tornare competitivo e con Djokovic che appare fragile, incapace di superare ostacoli dai quali un tempo avrebbe tratto soltanto stimoli (mai in carriera era uscito di scena a Roma prima dei quarti di finale). Così nella seconda settimana romana se la vedranno tra loro i giocatori perlopiù piazzati tra il quarto e il ventesimo posto della classifica mondiale con gli inserimenti di alcune sorprese.

Perché allora tra gli addetti ai lavori si percepisce qualche perplessità sul ruolo del Masters 1000 che precedono gli slam? A Roma i match sono avvincenti, la qualità tecnica è altissima, il pubblico fa la fila per accedere al Pietrangeli o al campo 12 perfino per seguire un doppio, c’erano tremila o quattromila persone a salutare Rafa, dopo la sconfitta di ieri, sotto il ponte che collega il Centrale alla players lounge. Le assenze e le eliminazioni non sono una buona ragione per spingere sul pedale del pessimismo. Secondo me, anzi, fa bene a tutti che si sgonfi un po’ la bolla mediatica costruita intorno ai mattatori emergenti come Alcaraz e Sinner: per vedere buon tennis e divertirsi bastano Tabilo, Darderi, Passaro e Napolitano, oltre a Medvedev, Zverev, Rune e tanti altri.

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