I mondi che ruotano intorno al tennis professionistico non sono esenti da misoginia, seppure in forma blanda: per esempio, ho sentito decine di discussioni tra giornalisti e addetti al lavori - tutti rigorosamente maschi, ché se ci sono le colleghe si parla d’altro - sull’opportunità di fare giocare le donne e gli uomini negli stessi giorni e sugli stessi campi, come accade negli slam e nei 1000 “combined” come Roma, Indian Wells, Miami eccetera. Uno degli argomenti forti dagli oppositori è più liso della tuta di mio papà quando emergeva dalla sua officina in cantina, ed è che “le donne non sono prevedibili, vincono o perdono a caso”. Gli Internazionali di quest’anno dimostrano il contrario, con i maschi che provvedono a sovvertire ogni pronostico che li riguardi e le donne che hanno già confermato la scala dei valori espressa dalla classifica WTA: sono in semifinale le prime tre ragazze del ranking, Iga Swiatek, Aryna Sabalenka e Coco Gauff, più la stupefacente Danielle Collins, americana, 30 anni, WTA 12, che ha da tempo annunciato che questa sarà la sua ultima stagione nel circuito ma nel frattempo si prende il lusso di eliminare la ex numero 1 Vika Azarenka (6-4 6-3).
Oggi tra gli uomini hanno superato i quarti di finale il cileno Alejandro Tabilo, ATP 25 in tempo reale, che ha regolato in scioltezza (6-3 6-4) il cinese Zhizhen Zhang, 45, e Alexander Zverev, ATP 5, che nella sessione serale ha lasciato sette game (6-4 6-3) al californiano Taylor Fritz, 12, che pure si sta esprimendo ad alti livelli sulla terra rossa. Il tedesco ha fatto temere, a partita appena cominciata, un incidente come quello del Roland Garros nel 2022, quando gli cedette il piede destro e poi rimase lontano dal circuito per il resto della stagione. Scivolato mentre si spostava verso destra, si è escoriato e contuso la mano sinistra, con abrasioni anche all’avambraccio. Grande spavento, ma poi ha ripreso a giocare. E ha vinto.
Domani per conquistare gli ultimi due posti in semifinale si affronteranno l’americano Tommy Paul, ATP 15, altro terraiolo ad honorem, e il polacco Hubert Hurkacz, 8, mentre Stefanos Tsitsipas, ATP 9, se la vedrà con il cileno tuttora più titolato, Nicolas Jarry, 22.
Nella settimana di match romani cominciata con i forfait di Jannik Sinner (ATP 2) e Carlos Alcaraz (3), cinque Top 10 sono usciti di scena uno dopo l’altro per guai fisici o di tenuta nervosa oppure perché costretti nell’angolo da qualche inattesa seconda fila. È accaduto a Novak Djokovic, a Daniil Medvedvev, ad Andrey Rublev, a Casper Ruud e a Grigor Dimitrov, seguiti a ruota da comprimari quali Alex de Minaur e Holger Rune, oltre al più atteso di tutti, Rafael Nadal. A dire il vero, nelle ultime 35 edizioni è capitato che tra i protagonisti delle semifinali ci fossero perfino un numero 105 come Alberto Mancini (nel 1991) o il 55 Andreas Vinciguerra (2001), un argentino e uno svedese entrambi di evidenti origini italiane; allora però il divario di qualità e di preparazione tra i primi della classifica e gli over 50 era forse meno marcato di oggi.
Un santino speciale è il minimo che si meriti la fantastica Danielle Collins, che mai in passato s’era espressa con la continuità che sta mostrando in questi mesi. All’inizio dell’anno aveva spiegato che si sarebbe ritirata perché soffre di artrite reumatoide e di endometriosi, malattie che rischiano di renderla sterile, mentre lei vuole dei figli. Liberatasi dal peso della notizia da dare al suo entourage e ai tifosi, in marzo ha vinto il primo 1000 in carriera davanti al pubblico di casa, a Miami (è nata a St Petersburg), battendo 7-5 6-3 in finale Elena Rybakina. A vederla c’erano anche Andre Agassi e Martina Navratilova. Poi s’è ripetuta sulla terra verde del Charleston Open in aprile, rifilando un netto 6-2 6-1 a Darja Kasatkina. Gli unici altri tre titoli conquistati in carriera risalgono a qualche anno fa, con i successi a Newport Beach, a Palermo e a San Josè. Ha una bella storia, Danielle, che è una donna speciale. Alle spalle un lontano tracollo economico familiare, da ragazzina giocava spesso con i pensionati canadesi che svernavano in Florida e la ingaggiavano per i loro doppi. “Mi pagavano bene”, raccontò anni dopo, quand’era una stella del circuito universitario. Da professionista avrebbe potuto vincere di più, avendo sfiorato perfino il trionfo nello slam d’Australia nel 2022, nella partita d’addio di Ash Barty. Sarebbe bello se fosse lei ad alzare la coppa a Roma, sabato.