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Le ultime cacce dei vecchi leoni Andy Murray e Stan Wawrinka

Stan Wawrinka (reuters)
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Se mai qualcuno mi chiedesse - non accadrà - qual è il match che ricordo con più nitidezza, risponderei, sicuro,“Andy Murray contro Stan Wawrinka, il 29 giugno 2009 a Wimbledon”. Entrata nella storia per essere la prima partita dei Championships giocata al chiuso dopo che uno scroscio d’acqua aveva richiesto il lentissimo azionamento del tetto mobile, nuovo di zecca, della Centre Court, fu anche un confronto epico tra due tennisti formidabili, allora numero 3 e 18 del ranking ATP. Steve Bierley del Guardian attaccò così il suo articolo: “Murray è crollato in ginocchio sul campo centrale quasi il nuovo tetto gli fosse precipitato addosso. Ha raggiunto qui il suo secondo quarto di finale consecutivo con una straordinaria vittoria per 2-6 6-3 6-3 5-7 6-3. Una battaglia durata quattro ore”. Il popolo di Church Road si spellò le mani per la copertura e per lo scozzese e poi corse via, temendo che a Southfields, data l’ora tarda, i treni della metropolitana avessero fretta. Dopo tre lustri rieccoli qui, i due leoni acciaccati che di anni ora ne hanno 37 e 39 e sono entrambi ben oltre quota 50 della classifica mondiale. Si scontrano, noblesse oblige, sul campo principale del Roland Garros, il Philippe-Chatrier, a poche decine di metri dal Suzanne-Lenglen che da oggi ha una copertura mobile, a mio giudizio la più bella dei quattro slam (ma molti non condividono: avrebbero preferito qualcosa di meno classico).

Il conto dei testa a testa nei vent’anni condivisi nel circuito ATP vede lo svizzero soccombere (13 contro 9, ma 1 contro 5 sulla terra rossa). Stan, nonostante sia il più anziano giocatore in tabellone e forse tra i più pesanti, esibisce le qualità di sempre: velocità di esecuzione, rovescio a una mano che solo Grigor Dimitrov può vantare di pari qualità, ottimo servizio, mobilità che non sembra intaccata dal tempo. Andy fa il suo, sebbene negli ultimi mesi non abbia praticamente giocato: consapevole che negli spostamenti laterali rischia di arrivare tardi sulla palla, cerca di chiudere gli scambi in fretta, dal centro, se può anche con i drop shot. Non basta. Subisce il break all’inizio di ciascuno dei tre set e poi non ha alcuna possibilità di riagganciare l’avversario (6-4 6-4 6-2). Lo spettacolo non manca, ma - diciamolo - un po’ di malinconia segna l’ultima mezz’ora di confronto, prima del rovescio lungolinea che Stan usa come sigillo. I francesi si consolano al pensiero che, poco prima, il loro vecchio leone, Richard Gasquet, classe 1986, si fa beffe (7-6 7-6 6-4) di Borna Coric, classe 1996, già numero 12 al mondo, nella bolgia tricolore del Suzanne-Langlen.

A proposito: ho scritto poco sopra del nuovo tetto del secondo stadio del Bois de Boulogne, che consentirà d’ora in poi di disputare i match e di seguirli senza bagnarsi. Per proteggere il campo, i giocatori e i loro diecimila spettatori c’è una struttura che assomiglia al tessuto plissettato delle gonne della Divina Suzanne. Il progetto dell’architetto e urbanista Dominique Perrault è stato completato in tre anni, con interruzioni di dodici mesi complessivi per garantire che, ogni primavera, il torneo si svolgesse senza intoppi. La prima partita dopo la cerimonia d’inaugurazione vede in campo Lorenzo Sonego e la testa di serie numero 17 Hugo Humbert, uno dei giocatori più in forma del circuito. Al torinese, che invece ha avuto un inizio travagliato di stagione (pochi risultati e l’interruzione del sodalizio ventennale con il coach Gipo Arbino), il Roland Garros piace molto, come testimoniano i due quarti turni raggiunti nel 2020 e l’anno scorso: in continuità, oggi tiene il controllo degli scambi, con il servizio assai efficace e una mobilità che gli consente colpi estremi - come il passante di rovescio a fianco del paletto della rete nel primo set - appena il francese esce dalla normalità dei colpi centrali.

Ha un calo di concentrazione nel secondo set ma, approfittando della fallosità di Humbert accentuata via via dalla fatica, nel terzo e quarto parziali ottiene i break, seppure dopo molti tentativi, e li difende con caparbietà. È un successo tanto netto (6-4 2-6 6-4 6-3) da far svoltare, forse, la stagione di Lorenzo, che ha compiuto 29 anni pochi giorni fa.

Sconfitti gli altri azzurri in campo nel giorno d’apertura dello slam sulla terra rossa. La batosta (6-4 6-1 6-3) subita sul campo da Luca Nardi, 20 anni, 72 al mondo, per mano del robusto Alexander Muller, francese classe 1997, ATP 90, non deve demoralizzarlo: all’esordio assoluto negli slam, non è un disonore prenderle da uno con meno classe ma spinto da un tifo che compete con quello italiano sul Pietrangeli. Fossimo a scuola, gli darei un 6 e mezzo d’incoraggiamento.

Lo stesso voto positivo merita Lucia Bronzetti, spedita dal sorteggio ad affrontare sul Philippe-Chatrier la tennista che qualcuno pronosticava come mattatrice assoluta del dopo Williams: assente l’anno scorso per maternità, Naomi Osaka non ha ancora recuperato i ritmi che le servono per un torneo da protagonista, per cui la romagnola tenta il colpaccio con uno strabiliante recupero nel terzo set (da 4-0 a 4-5), che non si concretizza però nella vittoria. Alla fine la giapponese (solo di nazionalità, ché di fatto è americana) trova le energie che le servono per chiudere 6-1 4-6 7-5.

Martina Trevisan, che al Roland Garros ha raggiunto la semifinale due anni fa, non trova contromisure adeguate al gioco potente di Olga Danilovic, 23 anni, 182 centimetri, che è quanto ti aspetti dalla figlia di Predrag, due metri e un centimetro, idolo della Virtus Bologna negli anni Novanta. La serba, 125 WTA e 1 del suo paese, non ha bisogno di finezze, le basta non sbagliare e tirare forte. Finisce 6-1 6-2, che per la toscana è un punteggio quasi offensivo a Parigi.

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