Per Richard Gasquet questo è il ventunesimo Roland Garros e, con tutta probabilità, sarà anche il suo ultimo. A meno di cambiamenti di programma, dopo la sconfitta di stasera contro Jannik Sinner non scenderà più in campo a Parigi da giocatore. L’ha annunciato tempo fa, vedremo se cambierà idea. Una premessa è d’obbligo prima di resocontare del match italo-francese. L’ex numero 7 ATP, 38 anni da compiere il 18 giugno, ha giocato quasi ogni settimana dall'inizio dell'anno, cinque o sei volte perfino nei Challenger pur di non perdere il ritmo. É più in forma rispetto alla scorsa stagione mentre Sinner non è al cento per cento: da quando s’è infortunato all'anca a Madrid a inizio mese, il ragazzo di San Candido ha avuto pochi giorni per allenarsi prima dello slam. Gasquet conosce abbastanza bene l’attuale numero 2 al mondo: “L'ho affrontato nel 2023 - racconta - tre set sull'erba di Halle e un paio sul sintetico di Indian Wells. È stato più forte di me, ma io ho giocato bene”. Non c’erano, prima di oggi, precedenti tra i due sulla terra rossa, tantomeno in Francia. Condividono invece ormai lontane frequentazioni con Riccardo Piatti, nella sua accademia di Bordighera.
Alle 21 il Philippe-Chatrier, il centrale del Bois de Boulogne, ribolle come per la finale. Tra il rosso di San Candido e il virtuoso di Bézier comincia un dialogo a 24 metri, più o meno, di distanza. Jannik aggiunge peso ai colpi, Richard prova a piazzarli per indurre all’errore l’avversario. Il break si materializza nel settimo game, non appena il numero 1 d’Italia affina gli angoli di elevazione e direzione delle risposte, non necessariamente forzandole. Parecchi punti, infatti, sono il risultato di palle corte. Nel secondo set sembra quasi che Jannik approfitti delle variazioni limpide di Richard per ritrovare la confidenza con la gara e provare anche qualche soluzione. Efficace quand’è al servizio, concede all’avversario la possibilità di un paio di di colpi da maestro (“Richard Richard, le plus spectaculaire”, gridano dagli spalti) ma niente di più. In virtù della tecnica raffinata che ha il suo apice nel rovescio a una mano, più di vent’anni fa all’imberbe Richard era stato mediaticamente affidato il compito di opporsi al pari età Rafael Nadal, dotato di un arsenale di colpi più moderno.
Ragazzo intelligente, capì in fretta che sarebbe stato Novak Djokovic ad assumersi quell’onere, mica lui. In carriera non ha mai giocato una finale di slam, anche se ha raggiunto due volte la semifinale di Wimbledon e una volta quella degli Us Open; zero titoli nei Masters 1000, ha vinto sedici tornei ATP 250, su tutte le superfici. Diciamolo: i suoi compatrioti lo amano perché hanno una genetica passione per i talentuosi perdenti, come fu Raymond Poulidor detto Poupou e, talvolta, “l’éternel second” perché correva da dio ma non vinceva mai una gara a tappe importante, chessò, un Tour o un Giro. Ho scovato in rete quanto Philippe Delerm scrisse di lui: “Il soprannome di Poupou glielo aveva messo un giornalista comunista, Emile Masson di Humanité. Ho vissuto il poulidorismo come un valore di sinistra. La vera sinistra, quella che non può vincere, perché ogni vittoria sonante è l’inizio di un compromesso, d’un malinteso e di un sospetto”.
Sante parole, che stanno bene addosso a Gasquet come ai vertici del Pd di Elly Schlein. (C’è anche chi vince serialmente e non si sente mai perdente: per esempio, oggi, Iga Swiatek, indietro 2-5 nel terzo set contro la rediviva Naomi Osaka, alla fine passa il turno con il punteggio di 7-6 1-6 7-5. Sono certo che la polacca ha letto e riletto il motto dell’aviatore Roland Garros che campeggia tra le tribune bassa ed alta: “La victoire appartient au plus opiniatre”, dove l’ultima parola significa “tenace”).
Digressione su Poulidor conclusa, torniamo al match. Nel terzo tempo del Sinner & Gasquet Show il copione varia per merito del francese, ATP 113, che recupera il break rimediato in apertura. È l’unico passaggio a vuoto dell’allievo di Simone Vagnozzi e Darren Cahill, che poi riprende a picchiare duro con le accelerazioni o i drop shot, comunque spesso irraggiungibili. Richard non si risparmia e fino all’ultimo sfoggia un tennis di alta qualità. Dopo quasi due ore godibilissime, alle 23.38 il risultato si fissa sul 6-4 6-2 6-4. Corro prendere il metro a Michel-Ange Molitor con la certezza che Jannik c’è.
Come da bollettino premonitore di Meteo France, su Parigi piove a intermittenza da mezzogiorno in poi. Per il secondo giorno consecutivo, gli organizzatori rinunciano presto ad avviare i tornei di doppio e sperano di far concludere almeno qualcuno dei match programmati nella Court Simonne-Mathieu e sugli altri tredici campi senza copertura. Alle 17, però, si devono arrendere: tutto annullato fuorché quanto in calendario nei due stadi principali. Sul centrale si sta nel frattempo concludendo la partita tra Carlos Alcaraz e l’olandese Jesper de Jong, classe 2000, ATP 176, gran frequentatore di Challenger. È un test che si sta rivelando tutt’altro che di routine per lo spagnolo, reduce dall’infortunio al muscolo pronatore rotondo del braccio destro che gli ha impedito di partecipare agli Internazionali d’Italia. Dopo un buon primo set, nel secondo lo spagnolo scongiura il break sul 4 pari con un feroce diritto. È un segnale premonitore a prescindere dal punteggio: incerto sul da farsi, il numero 3 del ranking mondiale crolla infatti nel terzo parziale. Tanto De Jong è rapido e lucido, quanto Alcaraz appare in ritardo e confuso. Il murciano dà la sensazione di non avere il controllo del match, eppure l’esperienza propria e l’inesperienza di de Jong (un dato illuminante: l’olandese converte 8 delle 18 occasioni di break avute) fanno, combinate, la differenza. Così, dopo oltre tre ore di scambi, Alcaraz si risparmia un quinto set potenzialmente rischiosissimo e s’accontenta del 6-3 6-4 2-6 6-2 che lo manda al terzo turno.