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Paolini, Bolelli, Vavassori: la felicità di giocare

Andrea Vavassori e Simone Bolelli 
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Che giornata! In mattinata, nella prima delle quattro semifinali italiane del Roland Garros 2024 passano il turno Simone Bolelli e Andrea Vavassori. Di quanto accaduto nell’ecostadio Suzanne-Lenglen dirò però più sotto, perché a farci saltare sulle sedie del gigantesco Philippe-Chatrier è, nel pomeriggio, il secondo match che ci coinvolge, tra Jasmine Paolini e Mirra Andreeva, e che dà l’accesso alla finale femminile. Trionfa in due set, come certo sapete, la lucchese, che sabato proverà a prendersi lo slam sulla terra rossa come fece, 14 anni fa, Francesca Schiavone. Dall’altra parte della rete troverà la numero 1 Wta, la polacca Iga Swiatek, ma non è affatto detto che Jasmine non continui a stupirci.

La vittoria di paolini su Andreeva

Per cominciare, ho un consiglio per i tanti uomini e qualche donna (ce ne sono) che continuano a sostenere che il tennis femminile non è spettacolare: se non l’avete vista, cercate sulle piattaforme digitali il video della partita. Scambi lunghi, angoli estremi, soluzioni mai banali, pochi errori (soprattutto dell’italiana). Anche in termini di forza non si scherza: di tanto in tanto, Jasmine e Mirra si sfidano a chi la tira con più violenza. La russa prova qualche chiusura in purezza di stile, ma la sua specialità resta la botta da fondo campo. Più articolata la geometria delle traiettorie di Jasmine, che modifica continuamente il peso dei colpi per non dare ritmo e punti di riferimento alla ragazzina di Krasnoyarsk, in Siberia, dove d’inverno la minima è intorno ai -20 e la massima ai -10 (lungimirante, lei s’è da tempo trasferita sulla Costa Azzurra dove si allena con Conchita Martinez e Jean René Lisnard).

La maturità di Paolini

Al momento la quasi veterana di Bagni di Lucca, classe 1996, ha un tennis più efficiente di quello di Mirra, forse perché pesano gli undici e passa anni di esperienza in più. Così come pesano gli insegnamenti di Renzo Furlan, uno dei più intelligenti giocatori azzurri di fine millennio, grazie ai quali Jasmine riesce ora a mettere in sinergia la potenza con la precisione, sfruttando il proprio innato senso della posizione. È così sicura di sé che in comuni situazioni tattiche - ad esempio quando riesce a prendere il centro campo dopo aver costretto l’avversaria al recupero con un lob - non sbaglia mai il passante. Altre specialità della casa sono il lungolinea o l’incrociato sparati in corsa.

La strategia di Paolini

Ieri, nel quarto di finale, Andreeva aveva tenuto testa ad Aryna Sabalenka fino a sfinirla (6-7 6-4 6-4). Oggi Paolini ha fatto tutto quanto sapeva e poteva per non consentirle di prendere il comando degli scambi e, con un break, tentare la fuga. La strategia messa a punto con il team e la tattica sviluppata all’interno di ciascun game hanno perfettamente funzionato: il punteggio, 6-3 6-1, e la durata del match, 75 minuti, raccontano di un predominio pressoché senza interruzioni.

Paolini: “Ora sono sicura di me stessa”

Jasmine, che da oggi è ufficiosamente la numero 7 del ranking Wta e sabato potrebbe salire addirittura a quota 5, è la terza italiana a raggiungere la finale a Parigi, dopo Francesca Schiavone nel 2010 e nel 2011 e Sara Errani nel 2012. Le altre due nostre finaliste in uno slam sono Roberta Vinci e Flavia Pennetta, che si scontrarono a Flushing Meadows nel 2015. In conferenza stampa la numero 1 italiana sparge gioia di vivere: “Sorrido perché mi fa bene, me lo dice sempre anche il mio coach. Mi migliora l’umore e mi migliora come persona. Sorrido perché mi godo il torneo. Per il resto sono una persona normale, da piccola speravo di diventare la numero 1, come tutti i bambini a quell’età, ma da adulta no. Poi sono diventata una giocatrice professionista, ho lavorato sodo eppure i miei sogni sono sempre stati limitati, crescevo passo dopo passo, non programmavo su tempi lunghi. Invece eccomi qui. Incredibile, no? In passato capitava che mi dicessero: giochi bene, potresti fare di più, raggiungerai grandi risultati. Ma ero io la prima a non crederci. I risultati di questi ultimi tempi mi hanno convinto. Ora sono sicura di me. Iga? Scambiamo qualche parola in polacco negli spogliatoi (la mamma di Jasmine è polacca), però io non lo parlo bene. Sabato l’affronterò con un po’ di nervosismo, ma penso sia sano così. Intanto mi devo concentrare sulla semi di dioppio con Sara, domani”.

Vavassori al Roland Garros in metro

Dalle sue conferenze stampa esco anch’io di ottimo umore, la ragazza potrebbe fare la mental coach. L’altra semifinale azzurra di oggi, quella del doppio maschile, ha rischiato di cominciare in ritardo perché Andrea Vavassori ha dovuto raggiungere il Roland Garros con la metropolitana. Sì, ha viaggiato sul “metrò” con il team, la famiglia e tutto il materiale, insieme a frotte di spettatori con il biglietto in tasca e di addetti ai lavori del torneo, giornalisti compresi. La zona dove il torinese ha affittato una casa, a Montmartre, di prima mattina era infatti isolata a causa delle manifestazioni antiamericane (Biden era a Parigi per l’ottantesimo anniversario del D-Day) e dunque il servizio trasporti del torneo gli aveva consigliato di trovarsi una soluzione alternativa. “Non immaginavo ci fosse così tanta gente su quella linea”, racconterà ridendo più tardi.

L’affiatamento tra Bolelli e Vavassori

Risolto il problema di come arrivare in Boulevard d’Auteuil, Vavassori e Bolelli hanno affrontato gli indo-australiani Rohan Bopanna e Matthew Ebden sapendo perfettamente come batterli. I loro testa-a-testa sono infatti ormai un piccolo classico: in sei mesi sono tre, con quello di oggi, i confronti tra le due coppie. Negli ottavi di finale degli Internazionali d’Italia, il mese scorso, sono passati gli azzurri (6-2 6-4), mentre a Melbourne in febbraio il titolo era andato ai loro avversari al termine di una finale assai combattuta (7-6 7-5): “...ma al tempo non eravamo ancora ben coordinati come oggi”, è la loro scherzosa scusa. In effetti l’affiatamento tra i due appare oggi al limite della perfezione: scattano al momento giusto nel primo set (7-5), non s'incaponiscono con improbabili recuperi nel secondo (2-6), sono determinati e sicuri nel terzo (6-2). Hanno, al proposito, una loro spiegazione: “Siamo migliori rispetto a qualche tempo perché ci vogliamo bene, lavoriamo duro giorno dopo giorno, se abbiamo dei momenti un po’ down sappiamo riprenderci perché ci mettiamo la giusta carica”. Come Jasmine, Simone e Andrea puntano sulla felicità di giocare, che sempre di più sembra il minimo comune multiplo del fenomeno di questa generazione di tennisti: quasi a ricordare agli italiani che sorridere e lavorare è un ottimo modo per affrontare la vita, non solo i match di tennis.

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