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Berrettini e Sinner, è l’Italia che tremare il mondo fa

(reuters)
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In condizioni ambientali così, non si può non passare il turno. E così è. Ma mettiamo in fila i fatti. Il tifo è a senso unico, come quando il Monza gioca al Maradona, con gli australiani nella parte dei monzesi, pochi e un tantino intimoriti. Lo stesso vale per i titoli, tutti a favore degli italiani. Per dire, Thanasi Kokkinakis, ex enfant prodige degli Aussies, in carriera ha raccolto pochino, un titolo ATP 250 in singolare, peraltro a casa sua, ad Adelaide, e tre in doppio, compreso lo slam al fianco di Nick Kyrgios a Melbourne 2022; ben altro palmarès ha Matteo Berrettini, otto coppe tra ATP 500 e 250 e sei finali, la più importante delle quali a Wimbledon nel 2021. Entrambi del 1996, entrambi ariete - l’italiano è più vecchio di due (2) giorni, che certo non fanno la differenza - condividono la potenza del servizio, la preferenza a colpire di diritto, l’ostinazione a non affidarsi a sufficienza al back di rovescio quando sono in difficoltà a sinistra o devono impostare un attacco. Sono loro i protagonisti del match che apre la seconda semifinale della Davis 2024, dal risultato del quale dipende caricare o meno tutte le responsabilità sulle spalle di Jannik Sinner, che sarà in campo successivamente contro Alex de Minaur.

Il romano si procura parecchie occasioni di break nel primo set, e l’ultima - l’unica trasformata - lo manda a servire avanti 6-5. È lì che Kokkinakis si mette a picchiare a tutto braccio, annulla un set point, si guadagna la prima palla di break della partita, che non spreca. Nel tie break l’ex numero 6 al mondo potrebbe approfittare di un doppio fallo del ragazzone d’origine greca per chiudere in tranquillità, e invece si fa prima raggiungere sul 6 pari e dopo ha un black out al servizio.

Berrettini stenta, nel secondo parziale, a ritrovare la fiducia e forse non ci riuscirebbe senza il ricorso costante alle bordate di servizio, per merito del quale nel circuito lo chiamano “the Hammer”, il martello. Appare poco mobile, talvolta si fa sorprendere dai passanti di Kokkinakis. Che invece è in versione lusso come mai l’ho visto in tanti anni di alti e bassi, con un best ranking ATP a quota 65 (ora è 77). Immemore dei molti infortuni subiti in carriera (anche in questo, è un clone di Berrettini), lucido e preciso, sbaglia poco e, quando deve servire, ha percentuali, a tratti, migliori di quelle dell’avversario. Però nell’ottavo game regala un paio di chance a Matteo, che ne approfitta. Vinto il set, il numero 35 del mondo e 4 d’Italia riparte con la consapevolezza che tra lui e Thanasi permane un divario più d’esperienza che tecnico. L’equilibrio non si spezza perché l’australiano fa come nella primavera del 2018, quando a Miami eliminò Roger Federer al secondo turno: determinato a farsi riconoscere tra i tennisti australiani eminenti del ventunesimo secolo. Matteo non si fa intimorire, tiene il ritmo e nell’undicesimo gioco, quando ne ha l’ultima possibilità, strappa il break. Al servizio per il match, usa finalmente con grande sapienza il rovescio in back, e mette all’angolo un avversario che ha fatto tutto quanto poteva. Dopo 2 ore e 43 minuti, la battaglia si conclude sul 6-7 6-3 7-5 mentre gli almeno cinquemila italiani in trasferta cantano e ballano “Tu” di Umberto Tozzi e Giancarlo Bigazzi sugli spalti della Martin Carpena Arena.

L’eroe di giornata è dunque lui, Berrettini, che con pieno merito porta a casa il primo punto per l’Italia, se si contano le occasioni che s’è costruito. “Sì, ho giocato una partita completa, nel senso che ho attaccato e difeso”, dirà più tardi in conferenza stampa. “Quando scendo in campo per la Davis mi ricordo ogni volta l’emozione di quando guardavo le partite da bambino in tv. Oggi l’energia speciale del pubblico mi è servita molto. E i ragazzi dal nostro box mi hanno detto tutti cose utilissime per sostenermi e darmi la carica che cercavo”. Insomma, la sua è una vittoria di squadra.

Quando sono le fatidiche cinco de la tarde, Sinner deve soltanto cominciare a fare il suo, che è vincere la settantaduesima partita in stagione (sei le sconfitte). La vittima di giornata è de Minaur, che tennisticamente è stato allevato ad Alicante, oltre 400 chilometri a nord est di Malaga, ma che orgogliosamente ha scelto di rappresentare l’Australia, dov’è nato. Nel primo set il confronto è talmente impari da non meritare più di sette parole e un punteggio: Jannik domina in lungo e in largo. Alex, che è un lottatore da stabile collocazione tra i Top 10, si riscatta nel secondo set, che lo vede competere alla pari, in scambi senza più sudditanze psicologiche. Mostra anche alcuni pezzi di bravura che il pubblico applaude generosamente, senza defezioni nazionalistiche. Il break per il numero 1 del mondo si concretizza sul 4 pari, ed è un errore di de Minaur in risposta al servizio che cristallizza il risultato finale sul 6-3 6-4 in un’ora e mezza. Stavolta i tifosi ballano e cantano sul remix di “Il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano.

Gli azzurri sono di nuovo in finale, pochi giorni dopo il trionfo delle ragazze di Tatiana Garbin nella Billie Jean King Cup e a un anno da quello dei ragazzi di Filippo Volandri qui a Malaga. L’ultimo ostacolo, domani, saranno gli olandesi, mai approdati a una finale di Davis.

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