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Perché Berrettini deve provarci ancora

Perché Berrettini deve provarci ancora
(ansa)
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Con un po’ di fortuna, oggi per il tennis italiano poteva andare meglio, ma non dobbiamo lamentarci. Era dal 2014 che un’atleta azzurra non raggiungeva i quarti di finale al Foro Italico, l’ultima a riuscirci era stata Sara Errani che poi affrontò Serena Williams in finale e adesso siede stabilmente nella players box della compagna di doppio, Jasmine Paolini. Dunque, il primo grazie di giornata va alla lucchese. Jannik Sinner e Lorenzo Musetti s’erano spinti fino agli ottavi già altre volte, dunque per loro non sarà una prima assoluta. Anche Berrettini c’era riuscito nel 2019 e nel 2021: stavolta però i suoi fragilissimi muscoli addominali lo hanno tradito.

Dicono che l’understatement, il mostrarsi sempre al di sotto dei propri meriti e comportarsi di conseguenza, sia una caratteristica dei vincenti. E che invece la sbruffonaggine e il superomismo siano la maschera dei perdenti. Mica è vero: se fosse così, tutti noi non ci troveremmo adesso a fare i conti con Donald Trump, Vladimir Putin et similia. Comunque sia, Sinner è il numero 1 del mondo e, insieme, dell’understatement. Arrossisce quando gli chiedono di papa Leone XIV che stamattina l’ha citato, poi sussurra “…perché volete sempre mettermi in difficoltà?”. Sabato, dopo aver sconfitto (6-3 6-4) l’argentino Mariano Navone, 97 ATP, spiegò ai cronisti: “Non ho giocato bene ma sono contento di fare almeno un’altra partita qui a Roma. L’obiettivo era superare il primo turno e poi vedere cosa sarebbe successo”. Oggi ha battuto in due set (6-4 6-3) l’olandese Jesper de Jong, 87 al mondo, e, scusandosi a fine match per la prestazione non indimenticabile, ha commentato: “Prima o poi il livello (di qualità del mio gioco ndr) arriverà”. Se domani si qualificherà per gli ottavi di finale degli Internazionali BNL d’Italia eliminando Francisco Cerundolo, numero 1 d’Argentina e 18 del mondo, cosa s’inventerà per sedare gli entusiasmi dei suoi sostenitori?

La partita di Jannik non è stata di quelle da spellarsi le mani, questo sì. Ha sbagliato assai sopra la media da Fab Three tenuta nei fantastici mesi che hanno chiuso la stagione scorsa, quelli del triplete Us Open-ATP Finals-Davis, per tralasciare le minutaglie, e aperto il 2025 con il suo secondo trionfo agli Australian Open. Jesper, classe 2000, si è rivelato avversario ostico, con una varietà di colpi non comune e la capacità di variare gioco e strategia di conseguenza. Per prevalere, l’italiano ha dovuto forzare gli scambi appena possibile, ché in quelli più lunghi, oltre i dieci colpi, il rischio di sbagliare risultava concreto. Comunque, è andata. “Domani contro Francisco sarà un buon test, ne riceveremo feedback utili”, l’assennato sudtirolese anticipa poi in conferenza stampa.

Più irti d’insidie erano gli impegni di Jasmine Paolini con Jelena Ostapenko e di Matteo Berrettini con Casper Ruud. La lettone vanta un titolo sulla terra rossa del Roland Garros, conquistato nel 2017 a vent’anni. Il norvegese, classe 1998, tra il 2022 e il 2024 è approdato a tre finali slam, due a Parigi e l’altra a Flushing Meadows. Gente tosta. La nostra attuale numero 5 WTA ha patito parecchio all’inizio della partita, faticando a reggere il peso delle bordate sparate dalla ragazza allenata dall’ex giocatore ucraino Stas Khmarsky. Favorita dalla superficie assai lenta del Centrale, Jas ha costruito poco alla volta le contromisure adatte al gioco aggressivo dell’avversaria, che avrebbe voluto un confronto basato sulla forza. Recuperato un break, è andata a prendersi il primo set in rimonta (7-5) grazie anche a una disastrosa sequenza di doppi falli dell’incostante Jelena. Il secondo parziale (6-2) ha avuto poca storia, anche perché Ostapenko ha lamentato uno dei suoi frequenti crolli nervosi (il diciannovesimo, come da conteggio di Jagger e Richards?).

Si sa che Ruud - stabilmente rientrato tra i Top Ten dopo il trionfo nel Masters 1000 di Madrid - è un osso durissimo per chiunque sui campi in terra. Matteo non ha tuttavia sbagliato alcunché per tre quarti d’ora, giocando in scioltezza fino al 5 pari. L’unico motivo di preoccupazione era la carenza di ace, a dimostrazione di qualche cautela nello spingere troppo. Poi, nel dodicesimo game del primo set, un turno di servizio nato male gli è costato il 7-5. Subito dopo, all’avvio del secondo parziale, si è capito che qualcosa non funzionava: infatti, sul 2-0 per Ruud, il romano ha gettato la spugna, preoccupato dal riacutizzarsi del dolore agli addominali. L’uscita a testa bassa dal campo ha zittito l’intero stadio. Dirà qualche minuto più tardi: “Ho sentito una fitta alla fine del primo set. Spero di essermi fermato in tempo. Forse non è ancora uno strappo, non so cosa ci sia di sbagliato nei miei obliqui. Comunque, è stata un’esperienza importante tornare in campo a Roma”.

La domanda che in tanti si sono fatti sul Centrale e davanti alle tv è più che ovvia: c’è la possibilità che Matteo risolva una volta per tutte i guai fisici che lo tormentano da quando era un adolescente? La risposta, purtroppo, non rassicura, perché la fragilità muscolare a livello addominale è subdola, si può ripresentare improvvisamente persino senza essere conseguenza di sforzi particolari. Ma lui ci crede, sa che il suo contributo all’exploit del nuovo tennis maschile italiano è stato straordinario - sulle sue tracce sono cresciuti Sinner, Musetti e gli altri ragazzi nati dopo il 2000 - e potrebbe essere ancora rilevante. Provaci ancora, Matteo.

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