Iga Swiatek campionessa a Wimbledon, un 6-0 6-0 che non suscita passione
di Claudio GiuaEugenio Scalfari, fondatore e per vent’anni direttore di Repubblica, s’era inventato a uso dei suoi redattori la teoria del “cono d’ombra”: è lì che finisce – spiegava con la voce impostata – chi rifugge la luce della verità dei fatti, perdendosi forse per sempre. L’antico ricordo m’è riaffiorato quando ho notato lo scarso interesse mediatico, non solo in Italia, per la finale femminile di Wimbledon. Nulla di nuovo, beninteso, ma quest’anno il fenomeno mi è sembrato più marcato rispetto alle recenti edizioni dei Championships: è un effetto secondario, probabilmente, del dualismo Sinner-Alcaraz, che sta monopolizzando l’interesse di giornali, tv, siti specializzati e social. Fuori dalla luce irradiata dalla loro imminente seconda finale slam in cinque settimane, c’è una sorta di scalfariano cono d’ombra.
Per fortuna del tennis, il pubblico della Centre Court non condivide questa spontanea convenzione a escludere e, anzi, partecipa con passione all’inedita finale tra la polacca Iga Swiatek e l’americana Amanda Anisimova. Entrambe classe 2001, la prima è già onusta di titoli (prima di oggi, 22 tornei vinti, compresi cinque Slam), la seconda andava alla ricerca di una consacrazione dopo le difficoltà che hanno finora segnato la sua carriera. Avendone scritto un paio di giorni fa, non starò a ri-raccontare della giovanissima speranza tennistica di origine russa che nel 2019 perde il padre ed entra in un tunnel di lutto e disperazione, dal quale solo di recente trova l’uscita.
Se volete invece sapere di Iga, della sua dedizione assoluta al tennis, del legame indissolubile con la mental coach Daria Abramowicz, del nuovo coach Wim Fissette e della breve esclusione dal tour per squalifica una decina di mesi fa, trovate infinite e attendibili fonti sul web. Mi limito a osservare che è una formidabile atleta e un’agonista come poche negli ultimi decenni, eppure fatica a farsi amare dal grande pubblico, che ne intuisce una sorta di freddezza, di gelida professionalità priva di empatia. Ed è la ragione per la quale, all’applausometro di Wimbledon – quello che usava Pippo Baudo negli anni Sessanta – Amanda avrebbe stravinto.
Anch’io, come l’enorme maggioranza dei quindicimila che affollano le tribune del centrale, mi attendevo un confronto alla pari, soprattutto dopo aver ammirato giovedì Anisimova mettere in seria difficoltà e poi eliminare la numero 1 WTA Aryna Sabalenka (6-4 4-6 6-4 il punteggio). Invece, la numero 7 del ranking in tempo reale non riesce minimamente a contenere il tennis aggressivo di Swiatek, che la annichilisce di vincenti e per 57 minuti gioca ogni punto come fosse il più importante della sua carriera. È un tornado di servizi, passanti, palle corte, accelerazioni e decelerazioni che travolge la ragazza del New Jersey cresciuta in Florida.
Non c’è partita, nonostante Amanda, sostenuta a gran voce dal pubblico, tenti talvolta di mettere qualche pressione alla polacca. Niente è più esplicito dei dati finali: 6-0 6-0, la bellezza del 78 per cento di punti ottenuti con la prima di servizio da Iga contro il 45 per cento di Amanda, il 74 per cento di punti con la risposta alla prima contro il 28. Spietata, pur senza fare nulla di eccezionale, la ragazza di Varsavia non ha concesso assolutamente nulla all’avversaria. Adesso il popolo di Wimbledon può dire di conoscere la versione di Iga che da anni fa sfracelli a Parigi, a New York, a Roma, a Indian Wells, a Miami, a Pechino, ma che a Londra non era mai arrivata in finale: buona la prima, quindi.
Non accadeva dal 1911 che una finale femminile dei Championships finisse 6-0 6-0. Allora fu Dorothea Douglass Chambers a battere con lo stesso punteggio Dora Boothby. Classe 1878, nata Douglass e poi sposata con Robert Lambert Chambers, Dorothea fu la prima dominatrice del tennis dell’era moderna, precedendo in questo la Divina Suzanne Lenglen (che nel 1919, a quarant’anni, sfidò a Wimbledon in una epica finale persa) e imponendosi in un’epoca in cui lo sport femminile era ancora confinato nei giardini delle ville altoborghesi e nobili. Dicono che in campo fosse tutt’altro che delicata: colpi precisi, implacabile, nervi saldi. Come Swiatek, che peraltro tuttora lei sopravanza di un titolo Slam, avendone vinti sette sull’erba della Centre Court a Worple Road, a dieci minuti dalla stazione ferroviaria.
Rispolverate vicende di oltre cent’anni fa, mi sarebbe piaciuto resocontare oggi anche di fatti attualissimi: sarebbe stato possibile se qualche parola fosse stata spesa dai vertici dell'AELTC o della WTA, al termine della finale femminile, per ricordare Radhika Yadav, la ragazza indiana di 25 anni uccisa dal padre perché aveva raggiunto l’indipendenza economica giocando e insegnando tennis. Purtroppo, il tennis professionistico è spesso refrattario a quanto accade al suo esterno: i fatti brutti e dolorosi finiscono subito nel cono d’ombra, come i reprobi scalfariani.